Quo vadis Europa?

Lo scorso febbraio si festeggiavano i 25 anni dagli accordi di Maastricht e tra poche settimane ricorre il 60° anniversario dalla firma dei Trattati di Roma. Quella che nelle coppie di lunga data sarebbe l’occasione per rinnovare i voti reciproci rischia di diventare una seduta di terapia collettiva.

“Il futuro dell’Europa non dovrebbe essere fatto ostaggio di elezioni, partiti politici o visioni a breve termine di successo elettorale,” ha tuonato martedì Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea, alla plenaria del Parlamento di Bruxelles. Le rese dei conti elettorali in Olanda a marzo, in Francia ad aprile e in Germania a settembre sono la spada di Damocle su cui si pesano le sorti di una compagine azzoppata da anni di crisi — e dalla Brexit.

Nonostante i tira e molla tipici di una rottura, Theresa May si è detta risoluta a premere il grilletto dell’articolo 50 entro metà mese.

L’anniversario di Roma ‘57 è l’occasione per rilanciare il dibattito sul futuro dell’Unione. Il “White paper,” il documento di Juncker sul futuro dell’Unione, vuole essere il tentativo di aprire un dibattito tra i 27 paesi membri: ritrovare una comunità di intenti per non lasciare andare tutto alla deriva.

Per tagliare la testa al toro, alla plenaria di Bruxelles Juncker ha presentato cinque scenari alternativi, tutti teoricamente praticabili, che rappresentano altrettante visioni su come far funzionare questa relazione complicata.

Scenario 1 — Carry on

Andare avanti

Ignorare la crisi di coppia con il Regno Unito e ostentare un atteggiamento sereno — facendo gli scongiuri che i partiti populisti ed euroscettici non vincano le elezioni e optino per un’uscita di massa dall’UE. Unico compromesso, concedere ai governi nazionali più discrezionalità sul controllo dei confini: molto probabilmente dovremmo dire addio a Schengen. Una scelta di comodo e miope, che ben si sposa con le strategie acchiappavoti e di breve termine dei partiti di ogni colore, ma che alla lunga non farà che esacerbare il processo di frammentazione del continente.

Scenario 2 — Nothing but the single market

Niente, a parte il mercato unico

Una relazione aperta: ciascuno potrà fingere di essere single e fare a modo proprio su virtualmente ogni livello di politica. Rimane solo l’accordo di libero scambio, sul resto liberi tutti – e che nessuno si lamenti più delle imposizioni di Bruxelles. Meno burocrazia e processi di decision-making più semplici. Se però il 2016 ci ha insegnato qualcosa è che viviamo in un mondo sempre più multipolare, dove le sfide globali sul piano della sicurezza, delle ineguaglianze economiche, dell’energia non si possono affrontare da soli. Dunque, a conti fatti, una soluzione da crisi di mezza età, percepita come una ventata di aria fresca dai sovranisti di ogni nazione, ma che alla lunga risulta ampiamente deludente. E, tra l’altro, ci rende più esposti a eventuali future crisi finanziarie.

Scenario 3 — Those who want more do more

Chi vuole di più, fa di più

Partecipare al progetto comunitario vuol dire accedere a una serie privilegi ma anche sostenere altrettanti doveri. Ma non è detto che tutti i paesi desiderino o siano in grado di sostenere lo stesso livello di responsabilità e costi. Il terzo scenario è quello comunemente chiamato “Europa a più velocità”, un nome che rimbalza da tempo sulla stampa e che recentemente Angela Merkel ha rilanciato al vertice di Malta come la proposta più sexy sul tavolo.

Un’unione a più velocità in realtà già esiste: non tutti i membri dell’Unione Europea partecipano alla moneta comune, e il libero scambio si estende oltre i confini di EU27, comprendendo i paesi dell’EFTA e la Turchia. Nell’immediato, un’ulteriore diversificazione dei ruoli potrebbe effettivamente frenare le spinte centrifughe: un salutare periodo di pausa, del resto ciascuno ha bisogno del proprio spazio. Ma a che costo? Un’eccessiva frammentazione non porta altro che inflazione della burocrazia e un lento e inesorabile disamoramento.

Scenario 4 — Doing less more efficiently 

Fare meno, più efficientemente

Stabilire delle priorità, concentrarsi su meno ambiti ma rispondere adeguatamente alle aspettative dei cittadini – e togliere argomenti ai detrattori di professione dell’Unione. Ripartire da una politica comune sulla difesa, seguita da commercio, innovazione, digitalizzazione e decarbonizzazione dell’economia. Tutto sommato sembra la soluzione più ragionevole: ripartire da un progetto comune, con più modestia, e magari (perché no?) ritrovare con il tempo l’affetto perduto.

Scenario 5 — Doing much more together

Fare molto di più insieme

Ovvero l’unione federale, oltre quella economica. Un’Europa che non sia solo mercati e moneta unica ma in cui si condividano democraticamente scelte politiche più ambiziose nell’ambito della difesa, della protezione del clima, dello sviluppo sostenibile. Il primo passo sarebbe quello di introdurre un sistema di tassazione europeo in modo da poter disporre finalmente di un budget all’altezza delle sfide di governo di un intero continente. Un matrimonio vero e proprio dopo tanti anni di convivenza. È una soluzione credibile? Che cos’è che la frena? Sarà forse che manca l’amore?

Juncker ha dichiarato di non esprimere preferenze tra le cinque opzioni, lasciando la patata bollente nelle mani dell’impotente platea di parlamentari. Un ricatto emotivo bello e buono, compensato solo da una timida apertura: “Il nostro giorno più buio nel 2017 sarà comunque molto più luminoso di un giorno qualsiasi speso dai nostri padri sul campo di battaglia.”Il nostro consiglio? La comunicazione in amore è tutto.

— FIN —

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