La scorsa notte la baraccopoli pugliese è andata a fuoco, e se ne parla come se niente fosse.

Lo scorso mercoledì primo marzo, in una gigantesca quanto ridicola operazione di polizia, è iniziato lo sgombero del “Ghetto” di Rignano, una baraccopoli nelle campagne verso San Severo, Puglia. Ridicola, perché lo stato ha tollerato la baraccopoli per dieci anni, dove vivevano centinaia di persone, braccianti agricoli e le loro famiglie, in condizioni disumane.

Secondo fonti vicine alla polizia, il “Ghetto” contava 500 anime, mentre secondo altri non si trattava di piú di 200-300, che dallo sgombero di due giorni fa sarebbero state divise, senza troppi mezzi termini, tra il limitrofo centro di accoglienza Casa Sankara e le strutture di un’ex azienda agricola di San Severo.

Ma come si fa a gestire lo sgombero di una baraccopoli se si è così incerti sul numero di residenti?

Lo sgombero — piú volte annunciato dalla Regione ma mai portato a termine — parte da ragioni sacrosante: il sospetto da parte della Direzione distrettuale di infiltrazioni criminali all’interno del campo. Ma come sempre quando si parla di migranti, lo Stato sembra cronicamente incapace di offrire una soluzione organizzata, senza gettare le persone nel vuoto.

In un’intervista raccolta dal giornale online l’Immediato, due migranti, sgomberati il giorno prima, presentano una posizione ragionevolissima: attendere — si è aspettato piú di dieci anni! — fino alla fine dell’estate e della stagione del pomodoro, e sgomberare quando i giovani braccianti avranno comunque abbandonato il “Ghetto.” Solo così, dicono, i posti offerti dallo Stato potrebbero bastare.

Invece, tantissimi saranno costretti a dormire in giro, senza riparo, o “in Stazione, a Foggia.”

Lo sgombero è stato accolto dai residenti tra le proteste, anche loro registrate dall’Immediato. I media nazionali hanno ignorato la vicenda quasi completamente, troppo occupati a raccontare il dodicesimo retroscena politico uguale agli undici precedenti.

La scorsa notte, la tragedia. Malgrado la presenza di polizia e vigili del fuoco nelle vicinanze — essendo lo sgombero ancora in corso, ed essendo stato il campo vittima di altri due grossi incendi nel corso del 2016 — un incendio ha divorato la baraccopoli. Sono morti due migranti, Mamadou Konate e Nouhou Doumbia, di 33 e 36 anni, del Mali. Konate è morto nel sonno, senza accorgersi di quello che stava succedendo — Doumbia è morto carbonizzato cercando di scappare.

Non è chiaro se l’incendio sia doloso, e chi sia l’autore. Se è vero che casi di roghi durante gli sgomberi non sono nuovi, raramente il fuoco viene appiccato con ancora così tante persone all’interno di un campo: e nei dintorni c’è solo un altro gruppo di persone. Non è la prima volta: la stampa non sembra commentare in nessun modo la causa dei due incendi precedenti di quest’anno. Sono passati poco meno di tre mesi dall’ultimo incendio, che lo scorso 9 dicembre è costato la vita a un ragazzo di vent’anni, Ivan Miecoganuchev.

Mentre scriviamo il campo brucia ancora

Sono passati pochi giorni dall’ultima occasione che politica e società hanno avuto per dimostrarsi insensibili al punto della mostruosità. Questa volta, Salvini è in compagnia—

In piena emergenza, con due persone morte, l’argomento centrale per politica e persino sindacati resta lo sgombero. La mostruosa normalizzazione dell’emergenza migranti è perfettamente riassumibile nella nonchalance con cui si scrive e si dice “Gran Ghetto.” Come se fosse una cosa normale, 500 anime che vivono al freddo, in delle baracche, non persone ma solo braccia.

Quando si legge dei nuovi accordi presi con la Libia, del nuovo dialogare con l’Egitto — malgrado tutto — questa è la situazione dall’altra parte del Mediterraneo. A un certo punto, non è nemmeno importante se le accuse da parte dei residenti nel campo siano fondate, se davvero l’incendio sia stato causato dalla polizia.

Non è in corso una guerra di civiltà: è in corso una guerra contro i poveri, e quotidianamente lo Stato decide, esattamente come in una guerra vera, che può uccidere.

È così che diventano normali le parole di Salvini: il sangue non è sulle mani di chi letteralmente uccide o sulle mani di chi rende possibile queste atrocità — è sulle nostre, di chi vede gli orrori, e non fa di più.

— FIN —

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