Recentemente il Patriarca della chiesa ortodossa russa Cirillo I ha criticato l’ossessione dei giovani – russi e non – per i likes e l’approvazione virtuale sui social network.

Secondo il Patriarca “ci troviamo di fronte ad una vera malattia, la maggior parte dei giovani è pronta a fare di tutto, persino qualcosa di avventato e pericoloso, solo per ottenere il riconoscimento da parte di qualcun altro”.

Le parole della chiesa ortodossa seguono la scia del Vaticano, dove Papa Francesco ad aprile dell’anno scorso aveva criticato l’uso smodato della tecnologia affermando che “nessuna applicazione che si possa scaricare sui propri cellulari è in grado di portare libertà e grandezza nell’amore”.

Le due omelie a prima vista possono sembrare la classica scelta randomica tra i mali del mondo per appagare i sensi di colpa delle masse, ma il Patriarca Cirillo I potrebbe non avere tutti i torti.

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A partire dal 2014 in Russia è nato il fenomeno dei roofers: ragazzi annoiati dalla monotonia dell’orizzontalità urbana che hanno deciso di abbracciare la verticalità delle loro città, scalando illegalmente gli edifici più alti del loro paese. Una volta in cima, neanche a dirlo, il selfie. Ragazzi come Kirill (quasi 60,000 followers su Instagram) intraprendono viaggi all’interno di carcasse metalliche per ridare spazio a un’individualità che in Russia non sembra mai esistita. Allora ecco che il selfie — parola dell’anno nel 2013 e da allora indiscusso strumento del web-egotismo – diventa lo strumento per marchiare la propria impresa e rivendicare la propria indipendenza.

Central Plaza, 374m, HongKong #hongkong #rooftop #urban #urbex #hongkonginsta

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Allora perché il Patriarca ha affermato che “queste persone non hanno nessun’altra aspirazione nella vita se non collezionare likes, e se ciò non accade viene interpretato come un fallimento personale”? Tanto astio nei confronti dei roofers può essere giustificato dagli incidenti che spesso hanno concluso nel peggiore dei modi le loro scalate. L’ultima risale all’inizio di quest’anno, quando una ragazza di 18 anni è morta cadendo da un grattacielo di Mosca. Per quanto apparentemente stupide, le loro azioni hanno comunque una carica adrenalinica che impone una certa empatia. Nella scalata il selfie è solo uno degli elementi in un contesto più ampio, carico dunque di una funzione.

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La vera epidemia, che non ha bisogno di pontefici e patriarchi per essere messa in luce, è invece l’inconsistenza mondiale di questi scatti — la loro totale e prevedibile inutilità, confermata recentemente da uno studio scientifico. Una ricerca dello studio svizzero Frontiers ha infatti dimostrato che i selfie di per sé sono un paradosso: a nessuno piacciono, ma tutti hanno un motivo per farli.

Se le ricerche scientifiche non fossero sufficienti a dimostrare l’inutilità di un gesto ormai entrato nella cultura di massa, sappiate che su Wikipedia c’è già una pagina intitolata List of selfie-related injuries and deaths.

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