Diaframma — Scatti dai luna park di Milano e Riccione
Intervista a Barbara Baiocchi

DIAFRAMMA • #takeover di Barbara Baiocchi. Sempre si vince è il reportage di Barbara Baiocchi dai luna park di Milano e Riccione, ma è anche uno slogan, una promessa di lieto fine in un mondo colorato carico però di nostalgia. Barbara nasce a Rimini nel 1982, laureata in Scienze psicologiche dell’intervento clinico, decide poi di iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e infine frequenta la scuola di fotografia John Kaverdash. Ha lavorato per l’agenzia foto-giornalistica Prospekt e dal 2011 si interessa al legame tra la fotografia e il video. Conversazione con la fotografa in bio↑ #photography #photojournalism #reportage #streetphotography #portrait #milano #lunapark #riccione

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Diaframma è la nostra rubrica–galleria di fotografia, fotogiornalismo e fotosintesi. Ogni settimana, una conversazione a quattr’occhi con un fotografo, e tutti i giorni una foto nuova su Instagram, per scoprire il loro portfolio. Questa settimana Barbara Baiocchi ci racconta l’evoluzione personale e contesto globale dell’immagine di oggi e nella storia.


Barbara Baiocchi nasce a Rimini nel 1982, laureata in Scienze psicologiche dell’intervento clinico, decide poi di iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e infine frequenta la scuola di fotografia John Kaverdash. Ha lavorato per l’agenzia foto-giornalistica Prospekt. Dal 2011 si interessa al legame tra la fotografia e il video.

Volevo approfittare della tua esperienza nel campo fotogiornalistico per parlare del World Press Photo.

Quando ero nel settore sicuramente seguivo e andavo a vedere le mostre del World Press Photo. Devo dire che ultimamente mi sono spostata su altre strade, non mi sento più così immersa in quel campo. Sono più vicina alla fotografia d’arte rispetto al fotogiornalismo, nonostante i miei lavori siano prevalentemente dei reportage. Questa forma di racconto, il reportage appunto, fa comunque parte della mia espressione: il fatto di amare e di raccontare una storia attraverso la fotografia. Il fotogiornalismo preso di per sé apre un dibattito più ampio, c’è anche una questione etica dietro.

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L’autore della foto che ha vinto il premio assoluto —Buhran Ozbilici — ha dichiarato: “Ho deciso immediatamente di fare questo lavoro perché nonostante potrei essere ferito o morire, alle fine avrei fatto del buon giornalismo.” Questione etica e questione professionale?

Come ti dicevo c’è anche una questione etica: io non mi sono mai sentita una fotogiornalista perchè in certe situazioni probabilmente non sarei neanche riuscita a entrarci. Vivo e mi esprimo con il reportage che è una forma di espressione-racconto, ma è distante dal lavoro di fotogiornalista, non mi sento tale.

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Qual è la differenza?

Il reportage è un lavoro più intimo e personale. Il fotogiornalista è colui che riesce a documentare ed entrare in situazioni anche di tensione, che riesce a spingersi anche oltre sé stesso; io forse non riuscirei a scattare in determinate situazioni.

Perchè?

Perchè non è parte del mio carattere, probabilmente farei prevalere le mie emozioni. Mi capitava di dover postprodurre le foto che arrivavano in ufficio quando lavoravo in agenzia, e mi ricordo quei momenti come esperienze molto forti per me.

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Nell’agenzia Prospekt per cui hai lavorato per circa tre anni di cosa ti occupavi?

Io seguivo cronaca ed eventi su Milano, mentre portavo avanti i miei progetti personali. Sicuramente è stata per me un’esperienza formativa importante, un proseguimento degli studi fatti alla Accademia Kaverdash di Milano. Ho continuato fino a quando non mi sono allontanata non tanto dalla fotografia, quanto dal fotogiornalismo, come dicevo. Da lì ho preso un’altra direzione, ho iniziato a studiare a Brera.

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Hai lasciato l’agenzia nel 2012, dopo cosa hai fatto?

Mi sono dedicata maggiormente all’arte, studiando a Brera, per poi avvicinarmi al video, che mi ha permesso di superare un limite che io trovavo con la fotografia, ovvero la narrazione attraverso l’immagine singola e il conseguente risultato che io trovavo statico. Cercavo qualcosa che mi permettesse di ampliare il mio percorso di crescita e di espressione.

Credi nell’attimo decisivo di bressoniana memoria?

Se lui (Henri Cartier-Bresson ndr) è riuscito a raccontarcelo, allora esiste. C’è un momento in cui senti che quello che stai vedendo è il momento giusto, è un brivido; sai che hai fatto una fotografia buona. Non credo sia una mia peculiarità, prediligo il racconto sviluppato con più fotografie, ma è vero che ci sono state persone in grado di raccontare una storia attraverso una sola fotografia. 

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È cambiato qualcosa dai grandi reporter degli anni Cinquanta?

L’accesso alle immagini: siamo costantemente bombardati di immagini. Per quanto mi riguarda io divoro le immagini, sono innamorata della cultura visiva. Vivrei di immagini.

Qual è oggi la tua produzione?

Oggi mi sto dedicando al motion design, tutto quello che riguarda il movimento dell’immagine. Dagli studi a Brera mi sono spostata verso lo studio di questo tipo di immagine, così anche i miei progetti personali. Questo spostamento deriva anche da un fatto lavorativo, oltre che di interesse. Ancora oggi faccio fotografie quotidianamente, uso ancora la pellicola, perchè quello della fotografia è comunque un amore a prescindere dall’aspetto puramente economico.

Quindi se parliamo della tua produzione fotografica, parliamo del tuo passato?

Come dicevo è una mia costante, sicuramente la mia produzione in questo campo ha subito modifiche da quando era il mio impegno quotidiano: il lavoro in agenzia prevedeva una costanza di orari e di ciclicità, che oggi non ho. I reportage fotografici che ho portato a termine sono iscritti nel periodo di studi e di lavoro in agenzia.

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I tuoi reportage sembrano avere come filo comune la ricerca sulla tradizione.

Io vengo da Rimini, un paese molto legato alla tradizione, anche cinematografica; Fellini, per esempio, ha un carattere nostalgico. La tradizione può essere guardata con questo senso di nostalgia, l’occhio rivolto a cose che ci sembrano fare parte del passato portano con sé uno sguardo nostalgico. Nel caso del lavoro sui Luna Park, ad esempio, c’è uno scarto tra i modi di vedere e vivere quei luoghi tra quando ero piccola e oggi che sono cresciuta. Questi luoghi sono associati all’affollamento, ma non sempre è così; esistono momenti statici, dove gli sguardi prevalgono e viene meno il divertimento. Questo è un modo per tornare alle mie origini, a quei luoghi dove la tradizione, e il senso di nostalgia, sono presenti.

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Parliamo appunto di Sempre si vince, il progetto che presentiamo nel takeover di questa settimana. Un progetto seriale, vuoto a livello formale, senza espliciti spunti di riflessione; prendi le distanze e lasci che l’osservatore giudichi.

Faccio un passo indietro. Qualche giorno fa riflettevo sul primo lavoro che ho fatto, Beauty pageant contest: in quel caso ero entrata nella storia che stavo raccontando, anche fisicamente. Diverso invece il lavoro sui Luna Park, dove ho preferito restare lontana, prendere le distanze, non volevo che il soggetto fosse condizionato dalla mia presenza.

Stai lavorando a un progetto sui mercati di strada, anche qui sei distante? 

Si, è un lavoro nuovo, in evoluzione. C’è effettivamente anche qui l’intenzione di restare distanti dal soggetto, è una cosa nuova per me e ci sto lavorando. Un altro filo comune rimane chiaramente anche la ricerca estetica, a livello compositivo: le fotografie le scatto quando c’è un equilibrio formale che mi colpisce, posizioni e pesi dei soggetti.

— FIN —

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