Anche dopo la rivoluzione, la Tunisia continua a usare la legge antidroga come forma di repressione strisciante.

Kafon, Madou MC, Weld el 15: sono solo alcuni dei tanti giovani rapper tunisini che cantano la collera e i sogni di una generazione soffocata. Dopo la caduta del regime di Ben Ali, il rap è diventato un’arma scomoda per i potenti della Tunisia, con la quale denunciare i soprusi quotidiani, gli abusi di potere, le libertà violate. I tre rapper – Madou MC e Weld el 15 nel 2012, Kafon nel 2014 – sono stati arrestati per consumo di cannabis. Diventando, con un’espressione utilizzata dal quotidiano tunisino online Nawaat, dei “prigionieri di droga”.

A metterli nei guai è stata la legge 92-52 sul consumo e spaccio di stupefacenti. Promulgata nel 1992, è stata un forte strumento di repressione sociale nelle mani dell’ex dittatore Ben Ali, e ancora oggi è un dispositivo utilizzato come forma di ricatto e bavaglio per il dissenso. Tornata nell’occhio del ciclone dopo la rivoluzione, in seguito alle grandi mobilitazioni in favore dei tre rapper e non solo, questo testo liberticida è da tempo oggetto di numerose critiche e di un percorso di riflessione anche politica — grazie soprattutto a collettivi come “Al sajin 52” (prigioniero 52) e “Al habes lé” (Il carcere no), e alle  loro forme di pressione sul governo.

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Nel 2016 sono state 6854 le persone rinchiuse nelle prigioni tunisine per reati di droga. I numeri emergono dall’inchiesta giornalistica di Nawaat: 3982 i condannati, 2872 in attesa di giudizio. Più della metà non ha mai avuto problemi con la giustizia a causa dell’uso o dello spaccio di sostanze stupefacenti, ma nonostante ciò rischiano di passare almeno un anno della loro vita dietro le sbarre, a prescindere dal tipo di droga.

Il codice penale tunisino non distingue fra la zatla — la cannabis, in gergo locale — e le droghe pesanti.

Dopo un’attesa intervista sul canale televisivo Nessma TV, il 20 febbraio, il Presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi ha annunciato di voler far sospendere gli arresti — in caso di primo consumo — previsti dalla legge 52, e di convocare il 6 marzo il Consiglio Nazionale di Sicurezza. Due sere dopo è arrivata la notizia di ulteriori rilasci, annunciata da Ghazi Mrabet — un famoso avvocato che da anni lotta per l’abrogazione di tale normativa. Ma nonostante questo, le reazioni degli attivisti non sono state del tutto positive.

Il presidente, infatti, si era pronunciato in favore della revisione della legge già durante la campagna elettorale del 2014 ma, oltre alla concessione di queste grazie, da allora nulla è cambiato. La società civile richiede una nuova legge, non azioni simboliche. “Il solito Inshallah, forse, si vedrà” scrive in un post ironico un ragazzo su facebook.16934081_1466001910079024_1410427670_n

Nel frattempo la battaglia continua. Una campagna lanciata sui social per depenalizzare il consumo di stupefacenti sta raccogliendo numerose adesioni in tutta la nazione. #saybouna, #baddel52, الحبس_لا# (“Lasciateci, cambiate la legge 52, il carcere no”), sono gli hashtag che si stanno propagando sui profili facebook e twitter di attivisti, studenti, giornalisti, artisti, avvocati, personalità politiche.

Ma cosa prevede di preciso la legge 52 del codice penale tunisino?

In sintesi: per il consumatore o detentore di stupefacenti ad uso personale la pena va da un minimo di un anno di reclusione e un’ammenda di 1000 dinari ad un massimo di 5 anni e 3000 dinari.
Persino l’intenzione può essere punita: il possesso di filtri o cartine è una ragione sufficiente per essere prelevati in strada dai gendarmi e portati in commissariato. Addirittura frequentare “consapevolmente” – così recita l’articolo 8 della legge –  persone che fanno uso di sostanze, oppure trovarsi in luoghi in cui si sospetta un abituale traffico di droghe, può condurti in prigione o attirare le antipatie della polizia. In pratica basta avere gli amici “sbagliati”, o essere un soggetto sotto tiro, per diventare un obiettivo della giustizia.

Sono i ragazzi dei quartieri popolari, i “weld el houma”, a subire maggiormente gli abusi della polizia, come i test delle urine imposti con la forza. Sono persone lasciate ai margini della società, che raramente richiamano l’attenzione dei media. I loro arresti, spesso arbitrari, macchiano indelebilmente le loro fedine penali, che parlano di vite già corrotte dalla disoccupazione cronica e dall’esclusione sociale. La legge dovrebbe essere uguale per tutti ma questo principio di uguaglianza si sgretola con il fruscio delle mazzette di famiglie benestanti con una reputazione da mantenere: la legge della corruzione non è affatto uguale per tutti.

“La legge 52 è la causa dell’arresto di circa 120,000 tunisini. Dopo i vari movimenti nati contro di essa, ora il presidente sta cercando di trovare una soluzione che sia costituzionale per fermare gli arresti, in attesa di una riforma. Mi aspetto che da qui all’estate nessun altro venga arrestato per uno spinello” – dichiara Hamza Abidi, studente di filosofia ed attivista del movimento “Menich msemah” (“Io non perdono”).  “La Tunisia ha attraversato una rivoluzione, e una rivoluzione è una transizione dal vecchio al nuovo. Ci sono stati passi in avanti importanti, ma chi ha lottato per questa rivoluzione lo farà fino in fondo. Continueremo la battaglia contro l’ancien regime e la corruzione.”

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Khalil Lahbibi è a sua volta attivista di Menish Msemah. Ritiene che sia la condizione di disagio sociale nella quale si trovano molti giovani tunisini a dover essere sradicata:

“Lo Stato non offre loro opportunità, non li rispetta; vivono nella miseria e nella disoccupazione. Continueranno a fumare erba, perché è uno dei modi per scappare da questa realtà.”

Un progetto di legge è attualmente sotto esame del parlamento.

“La proposta di legge presentata è catastrofica, poiché non c’è nessuna filosofia omogenea e tanto meno una politica che permetta concretamente il contrasto al traffico e all’uso illecito di droghe. Purtroppo ciò che sta animando il dibattito sono le sfide politiche, le promesse elettorali passate e le campagne elettorali future; questo progetto deve essere ritirato subito per far sì che un altro venga realizzato da veri esperti del settore, così da evitare un dilettantismo legislativo di cui soffre il Paese.” Spiega Kais Ben Halima professore e ricercatore presso la Facoltà di scienze giuridiche e politiche di Tunisi e direttore della clinica di diritto penale e delle scienze criminali.

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“La campagna lanciata dalla clinica, appoggiata in seguito dalle azioni del collettivo Al Habes Lé, sta iniziando a dare i suoi frutti” – continua Kais – “Ma personalmente ritengo che il discorso del Presidente resti puramente politico e che egli, contrariamente a ciò che ha sostenuto, non abbia la prerogativa di sospendere leggi o dare istruzioni alla polizia e la gendarmeria affinché non fermino più i consumatori.” Perché le dichiarazioni del Presidente, in questo senso, potrebbero minacciare i veri valori della Repubblica e violare la separazione dei tre poteri.

Ciò che riunisce i membri del collettivo è il comune rifiuto categorico della prigione come mezzo correttivo. La funzione riabilitativa del carcere e il successivo reinserimento nella società, in Tunisia, sono poco più che un concetto astratto. Secondo i dati forniti nell’inchiesta menzionata in apertura, infatti, i recidivi risultano essere in pratica la metà dei prigionieri.

“I sistemi che hanno optato per la legalizzazione, come i Paesi Bassi, hanno visto una diminuzione del consumo di cannabis. Ma dato che la legalizzazione riguarda solo questo tipo di droghe, ha creato un effetto perverso per cui il consumo di altre droghe più pericolose come l’eroina e l’ecstasy è aumentato considerevolmente. Il modello portoghese, dove c’è stata la depenalizzazione di qualsiasi tipo di droga, è riuscito a far abbassare notevolmente il consumo di tutte le sostanze.

Il collettivo EL Habs lé considera questo ultimo modello come una soluzione che potrebbe aiutare a combattere la piaga del consumo in Tunisia. Ma non è l’unico.” conclude il giurista. Gli esperti della clinica, inoltre, concordano nel ritenere la mancanza di strutture per lo svago e di intrattenimento, soprattutto nelle zone svantaggiate, una delle ragioni che spingono al consumo di droghe.

La società civile si dimostra, ancora una volta, un passo avanti rispetto alla classe politica.

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