Festival Insight ha stilato una classifica dei 250 migliori festival del mondo e l’Italia non è messa bene.

Il sito Festival Insight ha stilato una classifica dei 250 migliori festival del mondo nel 2015, basandosi sulla durata dell’evento, la vendita di biglietti, la capacità di accoglienza e le stime dei guadagni degli sponsor.

Tralasciando la scelta dei criteri – dai quali manca ad esempio la programmazione, la reale partecipazione delle persone (che non è la stessa cosa della capacità di accoglienza), la collocazione geografica, la partecipazione istituzionale e altri fattori – la cosa che ci interessa è utilizzare questa lista per capire come il panorama dei festival italiani venga descritto. Per dare un quadro generale, per quantità di festival vince a mani basse la Gran Bretagna, 56 in classifica tra cui la seconda posizione con Glastonbury, seguita dagli Stati Uniti (30 posizioni tra cui il primo posto con il Coachella) , poi Germania, Francia, Belgio e molti paesi est europei come Polonia, Romania o Repubblica Ceca.

Tra i paesi citati si contano anche nomi meno noti come Filippine, Corea del Sud e Islanda, ed un terzo posto al giapponese Fuji Rock.

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L’Italia non è un paese per festival, o almeno non per un certo tipo di festival. Sono tante (veramente tante, più di quanto ci si immagini) le rassegne di teatro, cinema e fotografia, così come non siamo sprovvisti di realtà che organizzano piccoli festival musicali, ma quello di cui si vuole parlare è una configurazione specifica che fa parte di una “cultura del festival.” Ci si riferisce dunque a ciò che si intende per festival nel resto d’Europa, dove uno spazio abbastanza ampio, sia urbano che non, viene occupato stabilmente da una comunità effimera per una media di tre-quattro giorni. Si vive in tenda o in altri tipi di strutture, con un’affluenza di pubblico tra le 30 e le 40mila persone al giorno, per un totale di circa 100 mila passaggi lungo tutta la sua durata. Non che in Italia non siano mai esistiti eventi di questo tipo, ma da quando il Rototom si è trasferito in Spagna e l’Heineken Jammin Festival ha chiuso i battenti, festival di questa portata non sono più tornati. Unica eccezione è probabilmente l’Home Festival di Treviso, una proposta che dal 2016 risponde a questi criteri ma che non è stato ancora inserito nella classifica.

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Dove si colloca dunque l’Italia?

Gli italiani sono tre: il primo è il Kappa FuturFestival (246 su 250), evento torinese nella cornice del Parco Dora, nato Futurfestival nel Capodanno 2010 e diventato primo festival estivo 100% diurno d’Italia. I concerti iniziano a mezzogiorno e finiscono a mezzanotte, i nomi sono importanti così come le presenze (40mila nel 2016) ma non prevede una zona camping nonostante duri solo due giorni. Si continua con il Gods of Metal (219 su 250), festival che nel suo genere è il più importante d’Italia, il quale però si svolge ogni anno in una location diversa (si partì nel ‘97 al Palavobis per passare da Monza, Bologna e Rho) ed ha saltuariamente avuto una zona campeggio. Per finire, il Rock In Roma è la posizione più alta nella classifica per l’Italia (117 su 250), se non fosse che non può essere definito festival quanto rassegna estiva di concerti, dato che dura circa un mese all’Ippodromo delle Capannelle – nei primi sette anni di vita ha avuto circa 1 milione 270 mila spettatori.

Sono eventi importanti, ma non sono festival.
Mancano quelle caratteristiche precipue che, modificando l’assetto generale dell’evento, trasformano una semplice performance live in una struttura più complessa, prevedendo una parte di accoglienza e vita in comune che richiede un diverso tipo di organizzazione. Da questo deriva in primis un diverso appellativo dei partecipanti: non sono solo spettatori ma anche abitanti, rendendo necessario anche un cambio nella loro definizione. In inglese e in francese esistono dei termini per chiamare coloro che vi partecipano: “festival goer” e “festivaliers (da notare come manchi in italiano un vocabolo che indichi in modo specifico i partecipanti ad un festival diverso da “spettatori”).

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Dal campeggio alle docce, dal food market all’area relax, questi elementi sono anche il sintomo di una buona o cattiva realizzazione, o per meglio dire, sono delle difficoltà che si aggiungono alla programmazione e alla gestione del semplice concerto. Anche per questo è difficile pensare a una classifica dove si paragonano semplici rassegne a veri e propri festival, in quanto sono due modelli diversi e prevedono due tipi di sforzi organizzativi non comparabili.

Il rischio è quello di rinchiudersi nel proprio ambito musicale di riferimento e non sfruttare a pieno le possibilità che la musica può offrire.

L’innovazione musicale parte anche dall’aprirsi in primo luogo alla musica in generale, imparare a comprenderla andando oltre il genere o la lingua, possibilità che poi sfocia in una conoscenza musicale grazie alla quale si può entrare in una prospettiva più ampia per quanto riguarda i concerti.


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