Dagli anni Novanta a oggi, lo Stato italiano ha tenuto nascoste le informative sulle navi dei veleni. Oggi possiamo leggere alcune carte di uno dei disastri ambientali più indagati e ancora irrisolti.

I 58 documenti riservati riguardanti il caso delle navi a perdere, di cui nei giorni scorsi era stata annunciata la declassificazione, sono stati finalmente pubblicati.

Per gentile concessione della segreteria dell’archivio di Stato, the Submarine ha potuto visionare alcuni dei documenti in questione. Ecco quello che emerge da una rapida lettura.

Il materiale è in larga parte costituito da informative redatte dai servizi segreti e dalle autorità italiane per documentare le attività economiche e i precedenti giudiziari di un gran numero di personaggi che sarebbero implicati a vario titolo nel traffico di rifiuti speciali. Si tratta di imprenditori e faccendieri già noti all’opinione pubblica per essere stati citati da innumerevoli articoli, libri e video-documentari d’inchiesta che si sono interessati al caso Alpi-Hrovatin.

Tra questi c’è Giorgio Comerio, il misterioso ingegnere che in passato è finito al centro delle indagini sulle navi a perdere, il quale avrebbe stretto accordi con la Corea del Nord e smaltito “200.000 cask di residui radioattivi” nell’area di Taiwan — almeno secondo quanto si legge nei report che parlano di lui, che sono diciannove.

Vari dossier offrono invece un riepilogo di tutte le informazioni raccolte dall’intelligence sui diversi episodi dell’inchiesta; nell’intestazione, ventotto di questi documenti riportano il binomio “rifiuti radioattivi”.

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Di particolare interesse è un rapporto stilato dal SISMI nel 2004, che prova che gli agenti segreti stavano battendo la stessa pista investigativa già seguita da alcuni giornalisti, i quali ipotizzavano l’esistenza di un traffico parallelo di armi e rifiuti tossici tra l’Italia, l’Iraq e la Somalia.

In un altro documento, il Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare ricostruisce in uno schema concettuale la rete di contatti fra stati e società private che avrebbero consentito lo svolgersi delle attività illecite.

In tale relazione viene fatto riferimento anche al rogo del Moby Prince, che secondo il SISMI sarebbe riconducibile ad un contesto di operazioni militari svoltesi in segreto nella rada di Livorno quella sera del 10 aprile 1991.

Da quanto si apprende nell’informativa, si sarebbe trattato di attività mirate allo “smaltimento di residui” presenti a bordo delle fregate di ritorno dalla prima guerra del Golfo – una teoria già avanzata da qualche giornalista e tuttavia spesso bollata come un puro delirio complottista.

E poi le altre navi a perdere.

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La Jadran Express, fotografata da Peter Wearing (shipnostalgia.com)

Oltre alle celeberrime Jolly Rosso, Rigel e Cunsky, nelle relazioni dell’intelligence appaiono la Jadran Express, utilizzata dalla mafia siciliana per trasportare armi dall’Ucraina alla Somalia, le navi Serjo 103 e Al Niir, che nel luglio del 2003 vengono notificate proprio al largo della Somalia nell’atto di scarico di bidoni sospetti, e ancora la Jolly Rubino, che secondo il WWF avrebbe sbarcato dei container di rifiuti industriali in Sudafrica; quest’accusa però a livello giudiziario non ha trovato riscontro nei fatti.

E poi quello che non avremmo mai voluto vedere: un elenco di quasi 50 affondamenti su cui gli agenti segreti italiani avanzano il sospetto della natura dolosa, ossia, che siano stati provocati al fine di smaltire negli abissi del Mediterraneo migliaia di tonnellate di scorie tossiche o radioattive.

Alcuni di essi, precisamente la Aydan, il Marco Polo, la Irini, il Marineta, la Scaieni, il Deval, la Euroriver, la Anni, la Apolonia Faith, l’Alessandro Primo e il Despo, erano già finite in un dossier steso nel 1995 da Natale De Grazia, il capitano di fregata che morì avvelenato mentre stava conducendo le indagini sulle navi dei veleni per la Procura di Reggio Calabria.

Abbastanza inquietante poi, il fatto che il SISMI inserisca nella suddetta lista anche la Haven, la petroliera incendiatasi e poi esplosa al largo di Genova l’11 aprile 1991, il giorno successivo al rogo del Moby Prince.

Infine sono presenti alcune brevi missive scambiate tra diversi uffici di Stato, per notificare l’avvenuta consegna della documentazione investigativa — è probabile che la commissione parlamentare presieduta dall’onorevole Bratti voglia utilizzarle per chiarire quali responsabilità appartenessero a quali istituzioni nell’ambito della gestione delle indagini.


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