Foto di Elena Buzzo

Ieri, a Milano, si è svolta una manifestazione in sostegno di Abdullah Öcalan, il capo e ideologo del Partito dei Lavoratori Curdo (PKK) di Turchia, prigioniero nelle carceri turche da ormai 18 anni.

Öcalan è stato arrestato nel 1999, in seguito a una complessa vicenda internazionale che ha visto coinvolto anche l’allora governo D’Alema. Oggi Öcalan sconta l’ergastolo sull’ un’isoletta-prigione di Imrali, sul mare di Marmara.

Il corteo è partito da via Palestro alle due e mezza, snodandosi lungo Corso Venezia e Brera fino ad arrivare al Castello Sforzesco. Il corteo è stato accompagnato da slogan e striscioni — ma soprattutto da musiche e balli tipici del Kurdistan. Erano presenti moltissimi curdi, la cui comunità è particolarmente numerosa a Milano e in provincia, ma anche tanti italiani. I movimenti della sinistra italiana sono da sempre molto vicini alla causa curda — specie quella rivoluzionaria, come nel caso di PKK e PYD, l’omologo siriano del partito di Öcalan.

La manifestazione ha raggiunto il Castello Sforzesco, dove dal palco hanno preso la parola vari sostenitori della causa.


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Il primo a parlare è stato Faysal Sariyilidiz, Deputato di Shirna (Cizre) città distrutta dallo stato turco. Sariyilidiz non può tornare in Turchia per via dei processi a suo carico. Fa infatti parte dell’ HDP, il Partito riformista curdo informalmente legato al PKK messo sotto tiro da Erdogan. Ha ricordato la violenza del ventennio fascista italiano e la resistenza europea che ora rivive in Kurdistan.

Abdullah Öcalan è stato consegnato 18 anni fa allo stato turco da un complotto internazionale di forze che hanno voluto piegare la resistenza del popolo curdo perché il suo progetto politico era il più grande ostacolo rispetto alla realizzazione dei loro piani: la resistenza di Öcalan e del popolo curdo avrebbe rappresentato per tutti i popoli indipendentemente dal credo, dall’orientamento politico di potersi unire in un’unica lotta.
Le forze che hanno dato vita al complotto internazionale avrebbero voluto mettere a tacere la sua voce ma la resistenza di Öcalan e del popolo curdo è continuata e continua ancora per fare del Medio Oriente un posto in cui tutti i popoli possano vivere, in cui tutti i popoli possano trovare uno spazio di libertà e di autodeterminazione a dispetto del fatto che le potenze internazionali vogliano trasformarlo nella tomba della libertà e della determinazione dei popoli.

Il PKK e soprattutto il PYD sono i più attivi nella lotta al jihadismo in Siria. Da circa un anno il partito si trova di fatto in guerra anche contro la Turchia, che dopo anni di pace ha ripreso le ostilità. Il presidente Erdogan teme il peso e la forza dei guerriglieri marxisti curdi nel Sudest del paese: il suo partito AKP considerano il PKK e Öcalan stesso alla stregua dello Stato Islamico e il rispettivo califfo Al-Baghdadi, combattendoli anche con maggiore durezza. In molti paesi il partito di Öcalan è ancora considerato una formazione terroristica.

L’avvocato difensore di Öcalan Ibrahim Bilmez ha ricordato le condizioni in cui vive il leader del PKK. Si è potuto recare una decina di volte sull’isola-prigione, dal 1999 a oggi. Nell’ultimo anno gli è stato impedito di andare a trovare Öcalan come alla famiglia.

Da quando c’è stato il golpe in Turchia non sappiamo più nulla ed è un anno che la famiglia di Öcalan non riesce ad andarlo a trovare.
L’isolamento di Öcalan è l’isolamento del popolo curdo. Finché Öcalan non sarà libero, non lo sarà il popolo curdo, anche durano le torture per lui, il popolo curdo è sotto la minaccia di genocidio.

Poi ha lanciato un appello per mantenere viva l’attenzione sul tema e sul rischio che corre Öcalan in vista del referendum di aprile.

L’asilo in Italia è stato riconosciuto a Öcalan solo dopo l’allontanamento dal nostro paese e l’arresto. Negli ultimi mesi però molte città e paesi italiani hanno dato la cittadinanza onoraria a Öcalan.

Il terzo e ultimo intervento è stato quello della più giovane parlamentare curda dell’Hdp, nonché nipote di Öcalan. “La vostra presenza qui dimostra che Öcalan è libero.” La paura più grande, sua e di molti in piazza, è la possibilità che con il referendum di aprile sulla riforma costituzionale in Turchia venga reintrodotta la pena di morte per Öcalan, “perché è proprio nel momento in cui i fascismi vengono messi all’angolo che rispondono con più ferocia di prima.”

 

— FIN —

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