È di qualche giorno fa la notizia dell’arresto di un monaco buddhista per il possesso di più di 4 milioni di dosi di metanfetamine, nascoste all’interno del suo monastero.

Il monaco, di nome Arsara, era stato fermato dalla squadra narcotici del Myanmar mentre era alla guida verso il confine del Bangladesh — il suo veicolo aveva all’interno quasi mezzo milione di pillole.

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Il direttore generale del Ministero per gli Affari Religiosi, Soe Min Tun, ha dichiarato: “Non si tratta di un caso comune, ma neanche impossibile. Il monaco dovrà privarsi della sua veste religiosa e affrontare il processo come cittadino comune.”

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Per le sue sfumature non troppo convenzionali, la notizia ha fatto il giro di tutti i quotidiani internazionali, che hanno prontamente messo in evidenza l’imprevedibile accostamento tra religione e droghe sintetiche. È però il caso di mettere la vicenda in prospettiva.

Certo 4 milioni non è una cifra da poco, ma se confrontata con le 98 milioni di dosi sequestrate nel 2016, la questione assume tutto un altro impatto. Il Myanmar, o Birmania, è infatti considerato uno dei più grandi produttori mondiali di oppiacei, facente parte del Golden Triangle — un’area geografica delineata da Laos, Thailandia e Myanmar. A partire dagli anni Cinquanta, si calcola che al suo interno sia stata prodotta quasi tutta l’eroina consumata nel mondo durante il Ventesimo secolo. Dopo la crescita dell’Afghanistan nel mercato degli oppiacei (che invece fa parte della Mezzaluna d’oro), la produzione si è spostata verso le metanfetamine, droghe molto più maneggevoli e meno costose dal punto di vista produttivo. Mentre i campi di papaveri da cui si produce l’eroina sono individuabili dai satelliti, i laboratori in cui si lavorano le metanfetamine sono molto più mimetizzabili.

La formula più ricorrente è la ya ba o ya ma, letteralmente droga per cavalli, una pillola che contiene un mix di metanfetamine e caffeina. Il Myanmar è il più grande esportatore di ya ba, solo nel 2010 sono state trasferite 1 miliardo di dosi nella vicina Thailandia. La produzione birmana di metanfetamine è concentrata nelle regioni a nord e nord-est del Paese, dove il controllo dello Stato è più debole e lascia libertà a gruppi militari come lo United We State Army — degenerazione prodotta dal crollo del Partito Comunista birmano.

La produzione di oppiacei e metanfetamine è la principale fonte di denaro per le organizzazioni criminali e i gruppi paramilitari, che sfruttano un pubblico di consumatori che raggiunge quasi i 10 milioni in tutta l’Asia — per poter sostenere la domanda, l’offerta deve produrre tra l’uno e i due miliardi di dosi per anno. Questo non giustifica certo una contromisura come la sanguinosa guerra alle droghe avviata da Rodrigo Duterte nelle Filippine, ma chiarisce la situazione di emergenza che sta vivendo l’Asia nella lotta alla tossicodipendenza.

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Fortunatamente il modello delle Filippine non è l’unico applicato dai Governi asiatici: il Myanmar, grazie alla nomina di Aung San Suu Kyi a Consigliere di Stato, ha riallacciato i rapporti con gli Stati Uniti, che sotto la presidenza di Obama hanno promesso di aiutare il Paese nella lotta al narcotraffico. La decisione dell’ex presidente Barack Obama di attivare fondi per l’addestramento e la formazione della Central Committee for Drug Abuse Control (il corrispondente della Dea) ha però un valore strategico oltre che politico — l’obiettivo della passata amministrazione era soprattutto quello di arginare l’influenza cinese nelle regioni del sud-est asiatico.

Donald Trump invece non si è ancora espresso sulla questione, ma ha lasciato intendere che i suoi rapporti con la Cina – quindi con tutta l’Asia – saranno tutt’altro che distesi. Prevedibile, da un uomo che vuole costruire veramente un muro tra Messico e Stati Uniti.

Nel mentre il governo della Thailandia ha deciso di seguire una strada diversa dalle vicine Filippine, aprendo il dialogo sulla depenalizzazione. Il ministro di giustizia Paiboon Kumchaya ha dichiarato: “il mondo ha perso la guerra contro le droghe, non solo la Thailandia”. Decisione condizionata anche dalle modalità d’uso delle metanfetamine che in Asia sono spesso assunte come stimolanti sul lavoro — un po’ come l’Adderal in college e università americane.

La soluzione a un problema che molto spesso è sociale, ancor prima che economico, rimane la collaborazione tra Paesi — ribaltando le generalizzazioni e soprattutto evitando di parlarne solo quando la situazione consente, come nel caso del monaco buddhista, un titolo particolarmente accattivante.


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