Il quartiere Gratosoglio, a sud di Milano, vede da lontano la trasformazione della città in una realtà moderna – come molti l’hanno definita – schiacciato da un’immobilità spesso complice di una mala gestione delle case popolari.

Le torri di Gratosoglio sono visibili da lontanissimo – specie dalla campagna – e nelle giornate di nebbia sembrano svanire nel nulla con il loro colore bianco spento. “All’inizio non dovevano essere così, dovevano avere un colore simile agli altri edifici qui attorno. Poi pare si siano accorti che la vernice bianca  costava molto meno…” Lida Bernardoni è un membro della casa delle associazioni di Gratosoglio, nonché residente cinquantennale di questa remota frazione popolare.

Qualche mese fa, Stefano Boeri ha proposto un nuovo modello di edilizia popolare, verticale e innovativo, per sfruttare in modo intelligente gli spazi ottenuti con la riqualificazione degli scali ferroviari urbani. Per quanto questa dichiarazione, profumata e moderna, abbia suscitato commenti e assensi, Boeri in realtà non ha proposto nulla di nuovo: a Milano esiste già un esempio di edilizia popolare verticale, futuribile e “moderna” — le torri Gratosoglio, appunto, di fine anni settanta.

“Quando sono arrivata qui non c’era nemmeno la via dei Missaglia”, il grande vialone tra Milano e Rozzano lungo la quale sorge il quartiere. All’epoca, l’unico modo per raggiungere il quartiere era una stradina simile all’alzaia del naviglio. E, ovviamente, non c’era nemmeno il tram. A differenza della periferia Nord, in cui la città sfuma nei paesoni dell’hinterland formando una gigantesca megalopoli, la periferia Sud si interrompe bruscamente nella campagna. “Mia figlia andava a scuola dalle suore, in città,” ci racconta LIda, “e un giorno le hanno chiesto di fare un tema descrivendo cosa vedeva dalla finestra di casa sua. Lei ha scritto che vedeva delle mucche, e loro non ci credevano! Da quale altro quartiere popolare di Milano puoi vedere delle mucche?”

La costruzione di Gratosoglio è iniziata a metà anni ‘60, in pieno boom edilizio: le prime case vennero inaugurate nel 1966. Negli anni successivi vennero costruite progressivamente tutte le altre. “C’era un lotto di case francesi e uno di case cecoslovacche,” continua a ricordare la signora Lida. “Tutte cose prefabbricate. Le case francesi le portavano qui coi treni. Mi ricordo che fissavano i pezzi di facciata con i buchi per le finestre e i balconi come se fossero lego.” Le torri invece sono state realizzate solo alla fine degli anni settanta. In origine erano viste come un modello di edilizia popolare innovativo — almeno da chi non ci ha vissuto all’interno. Sono due e oggi la loro situazione è leggermente diversa. Una è messa meno peggio dell’altra – quella Nord – mentre quella Sud sembra proprio necessitare di un restauro, anche solo osservandola da fuori.

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Ai piedi di una delle due torri c’è la sede della Casa delle associazioni, l’organismo in cui opera la signora Lida. Qualche tempo fa, qualcuno ha messo una balla di carta tra la saracinesca e il vetro della vetrina, poi le ha dato fuoco. Il vetro si è rotto, ma ora è stato sostituito. Dietro il vetro c’è una locandina in arabo che reclamizza un corso di italiano per stranieri, una delle tante attività svolte nella Casa delle associazioni. La percentuale di stranieri, come in tutte le periferie milanesi, è piuttosto alta, ma inferiore ad altri quartieri simili.

Non molto lontano dalle torri – sempre lungo la via dei Missaglia – c’è la mensa dei poveri, gestita dai Fratelli di San Francesco, nella vecchia scuola elementare. I frati servono il cibo ai bisognosi, ma la loro opera finisce al confine della proprietà; non si interessano di quello che accade nel parchetto appena fuori, dove accade di tutto. Il tutto non è molto ben visto dagli abitanti della zona, che accusano i clerici, in sostanza, di fregarsene delle destino ultimo di chi mangia presso di loro. “C’è di tutto: gente che vomita fuori dalla mensa, gente che fa i propri bisogni…” Ci vorrebbe un altro bagno all’interno della struttura, secondo i residenti, ma a quanto pare i frati non hanno intenzione di costruirlo.

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Quando venne costruito, il Gratosoglio era un quartiere popolare modello, con tanto verde e case popolari dalla metratura superiore alla media. È un’idea di altri tempi, figlia di un boom edilizio che ha stravolto tutte le città del Nord-Italia: prendere una fetta di popolazione e stiparla in quartieri che, almeno in teoria, dovrebbero essere delle piccole comunità autosufficienti. Oggi però l’edilizia sociale milanese non attraversa il suo periodo migliore nemmeno sul piano gestionale: l’ALER, agenzia regionale che ha in gestione la maggior parte delle case popolari, versa in uno stato disastroso — è una storia che abbiamo raccontato tante volte.

Se in una scala si rompe una lampadina, gli inquilini in teoria dovrebbero chiamare ALER, che dovrebbe provvedere alla sostituzione il prima possibile. “Solo che puntualmente ALER risponde che non ci sono soldi, e ormai gli inquilini hanno capito che le lampadine fanno prima a cambiarsele da soli.” In effetti, moltissime case avrebbero bisogno proprio di una bella ripulita, una bella mano di vernice. Alcune case del quartiere, quelle cecoslovacche, sono state sistemate qualche anno fa. “Le hanno sistemate all’interno, perché degli inserti di ferro nel cemento armato erano marci, e poi le hanno coperte con dei pannelli colorati nuovi.” Oggi sono tra le case che si presentano meglio nel quartiere, sgargianti nella vernice colorata e nuova. Una volta, in queste case c’erano tre scale: significava tre numeri civici e tre portinerie. Oggi è stato tutto unificato. Una volta, c’erano anche dei responsabili di ALER, la cui presenza era molto più capillare nel quartiere.

Il mese scorso, la giunta Sala ha presentato un progetto per la riqualificazione di alcune aree nelle periferie della città, ma Gratosoglio non è tra queste. “Gratosoglio non è stato incluso nel piano per una serie di motivi — soprattutto il fatto che è molto grande ed è già stato ristrutturato per metà. I posti dove sono nati i fondi hanno priorità maggiore, come Giambellino eccetera,” ha dichiarato il consigliere comunale Aldo Ugliano a The Submarine.

Ugliano ha vissuto a Gratosoglio per lungo tempo. “Il quartiere è stato costruito per operai e impiegati, gente che aveva strumenti per raggiungere un grado maggiore di benessere. Nel corso degli anni sono rimasti soprattutto gli anziani, e le case sfitte hanno cominciato ad essere affittate a nuclei familiari sempre più numerosi.” Come dicevamo, infatti, le case di Gratosoglio hanno una metratura media superiore ad altri quartieri popolari. Nuclei familiari numerosi, però, significa spesso nuclei familiari più problematici. “Poi, quando c’era da ristrutturare le case del quartiere Stadera, ALER ha spostato vari residenti giù a Gratosoglio. E la gente della Stadera era un po’ più turbolenta.”

Negli ultimi anni, nel quartiere, si è cercato di creare luoghi di aggregazione, soprattutto giovanile. La signora Bernardoni ci mostra con orgoglio la pista da skateboard del quartiere, costruita qualche anno fa e molto frequentata, soprattutto d’estate. “Una volta una Onlus aveva vinto un appalto per un intervento sui giovani: creare posti di lavoro, aggregazione, eccetera. Erano in difficoltà: non c’erano luoghi sociali oltre alle parrocchie, nel tempo libero ognuno se ne stava per i fatti suoi,” secondo Ugliano. Il quartiere, per come è fatto, non incita molto alla socialità. Ma qualcosa si sta facendo — ci sono persone che si danno da fare, come la signora LIda.

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Dal Gratosoglio si va via come in genere ci si arriva: con il tram. “La metro, purtroppo, non arriverà mai qua. Chi ha progettato la metro 2, ha previsto che il prolungamento dopo piazza Abbiategrasso dovesse andare verso Est, non verso Sud,” ci conferma Ugliano. “Del resto, il tram funziona bene.” Il nuovo capolinea del 3 è vicino all’antico quartiere di Ronchetto delle Rane, un tipico borgo di campagna lombardo che è stato inghiottito dal Gratosoglio dei palazzoni. C’è una casa occupata da alcuni ragazzi di un centro sociale e un vecchissimo ristorante con pergolato. “Si mangia benissimo,” ci assicura la signora LIda.

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