Sembra che l’associazione di idee “ex magnate del petrolio come segretario di stato, rovina del mondo” non sia così scontata.

Il primo febbraio, il Senato americano ha ufficializzato Rex Tillerson come nuovo Segretario di Stato.

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Rex Tillerson

Al momento della sua nomina da parte di Trump, Tillerson (ormai ex CEO di ExxonMobil) era subito diventato il capro espiatorio di tutti i critici del nuovo governo, convinti che avrebbe portato gli interessi del Big Oil americano alla Casa Bianca, e che avrebbe sostenuto la politica negazionista del suo Presidente nei confronti del cambiamento climatico.

Sembra che l’associazione di idee “ex magnate del petrolio come segretario di stato, rovina del mondo” non sia così scontata. Già in ottobre infatti, durante una conferenza a Londra, Tillerson aveva dichiarato che una carbon tax fosse l’accorgimento più efficace per ridurre le emissioni, al contrario della politica di cap and trade voluta dal Congresso che non avrebbe sortito gli effetti sperati. La tassa sulle emissioni sarebbe applicabile uniformemente a tutti gli attori del mercato e revenue neutral. In un’altra sede, quando interpellato sul se Donald Trump straccerà l’accordo di Parigi, egli ha suggerito che “gli Stati Uniti farebbero meglio a restare al tavolo delle trattative.”

Inoltre, pochi giorni prima dell’insediamento di Tillerson alla Casa bianca, il vice presidente di Exxon ha dichiarato che l’azienda “vede l’accordo di Parigi come un monumentale sforzo nella lotta contro il cambiamento climatico” e che sarà fatto il possibile per allineare le strategie di investimento con i suoi dettami. In sua difesa è addirittura sceso in campo Elon Musk, ad di Tesla e SolarCity, ovvero uno dei massimi paladini della green economy mondiale. Con un ironico tweet, Musk ha espresso il suo disappunto nei confronti dei critici di Tillerson.

Anche Jason Bordoff, direttore del Columbia Center on Global Energy Policy ed ex top Energy Advisor di Barack Obama, in una recente intervista ha contribuito ad alleviare gli allarmismi nei confronti della politica energetica che Donald Trump potrebbe implementare. Secondo Bordoff, sia l’attuale Presidente sia il suo predecessore sono convinti che lo shale sia un’importantissima risorsa per gli Stati Uniti. Per motivi diversi, certo: Obama pensava che lo shale gas avrebbe fatto da “ponte” per la transizione energetica alle rinnovabili, mentre Trump reputa lo shale oil il motore dell’indipendenza energetica americana. Ma per quanto Trump possa mirare a espandere la produzione di petrolio, eliminando alcune restrizioni per esempio, la natura stessa del settore porrà un limite agli effetti della sua politica. Secondo Bordoff infatti, nonostante la produzione americana di petrolio sia in costante ascesa, molti produttori non potranno permettersi investimenti troppo onerosi nemmeno in presenza di sussidi, poiché il livello di indebitamento di molti di loro ha già raggiunto livelli record nel 2016. Sarà il mercato, in definitiva, a scandirne l’operato.

Nonostante questo però, Bordoff ammette che anche se alcuni senatori repubblicani supportano l’avanzata delle energie rinnovabili (dato che creano più posti di lavoro del carbone), esistono ancora delle barriere ideologiche insormontabili all’interno del Partito.
Egli però ricorda che non c’è nessuna possibilità che risorse come il carbone possano tornare in auge, sempre per questioni legate al mercato. I fornitori di servizi energetici compilano piani di lunghissimo termine (20-30 anni) e grazie al crollo dei costi degli impianti ad energia pulita, ormai le rinnovabili risultano più economicamente attraenti del carbone.

Sebbene non sembri che Trump avrà molto spazio per “riportarci all’età della pietra” come sostengono in molti, c’è sempre bisogno di una spinta da parte del governo federale per continuare il lungo processo verso l’energia pulita e la riduzione sostanziale delle emissioni.

Il mercato non potrà decarbonizzare da solo gli Stati Uniti e il mondo intero.

È stimato che, nel 2035, il mercato delle rinnovabili varrà 9 mila miliardi di dollari. Senza il supporto del Governo Federale, alla luce degli enormi investimenti che altri Paesi (vedi Cina) stanno compiendo nel settore, è prevedibile che le aziende americane rimarranno indietro, il che striderebbe con lo slogan della campagna presidenziale “America First”. Nel tentativo di prevenire il danno prima che sia troppo tardi, 530 compagnie e 100 investitori americani hanno redatto una lettera aperta all’indirizzo di Trump, richiedendo alla nuova amministrazione un occhio di riguardo per gli investimenti nella low carbon economy e per il mantenimento degli accordi di Parigi.

Non ci resta che auspicare che l’intervento di Tillerson, fino a pochi giorni fa così temuto, sfoci nell’adozione della tanta agognata carbon tax, ovvero il primo forte segnale delle istituzioni americane dalla sottoscrizione dell’accordo di Parigi nel Novembre 2016.

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