Gli ultimi dissidenti dicono che il Movimento non è più lo stesso, ma in realtà la struttura portante del partito di Grillo non è mai cambiata.

Mentre a Roma continua ad andare in scena lo psicodramma di Virginia Raggi — dalla cui difesa potrebbe dipendere il futuro politico del Movimento 5 Stelle — nel resto del Paese la formazione grillina perde altri pezzi.

Gli ultimi fuoriusciti arrivano da Genova, dove tre consiglieri comunali, tra cui l’ex candidato sindaco Paolo Putti, hanno lasciato ufficialmente il M5S per fondare un nuovo gruppo consiliare, Effetto Genova, ricalcato sull’esempio della nuova creatura politica di Federico Pizzarotti, lanciata a Parma giusto una settimana fa.

Non è un colpo da poco: non soltanto da un punto di vista simbolico — è la città del leader — ma anche perché Putti, nel 2012, aveva raggiunto un buon 13% alle elezioni, guadagnando il posto di capogruppo. In Consiglio comunale ora restano soltanto due membri del Movimento.

Federico Pizzarotti, sindaco di Parma dal 2012.

Federico Pizzarotti, sindaco di Parma dal 2012.

Ma è solo l’ultimo capitolo di uno stillicidio che va avanti sin da quando il M5S ha guadagnato rilevanza nazionale, dai tempi ormai leggendari delle prime espulsioni/auto-esclusioni, quelle di Giovanni Favia e Federica Salsi. Negli ultimi giorni, l’emorragia ha colpito anche diversi comuni in provincia di Bologna. Prima ancora, il pasticcio con l’ALDE al Parlamento europeo ha causato l’abbandono di due eurodeputati, mentre nel Parlamento nazionale i fuoriusciti dall’inizio della legislatura sono in totale una quarantina.

Le motivazioni, a grandi linee, sono sempre le stesse: “Non siamo cambiati noi, abbiamo ancora quei sogni, quelle speranze e quella voglia che qualcuno li porti avanti nelle istituzioni, è il movimento ad essere cambiato. Si può dire che non siamo noi ad uscire dal Movimento, ma è il Movimento che è uscito dal tracciato di quel volo che avevamo iniziato e che quindi ci costringe a prenderne le distanze,” hanno scritto i tre consiglieri dissidenti genovesi, motivando il proprio abbandono.

Ma in cosa sarebbe cambiato, il Movimento 5 Stelle, di preciso?

Non si possono ovviamente contestare le motivazioni politiche e personali dei singoli, ma viene veramente difficile riconoscere cambiamenti sostanziali nella natura del Movimento in questi anni. Il M5S è nato sin da subito con la forma di un partito verticistico, padronale, gestito come una piattaforma commerciale prima che politica. Il marchio registrato è sempre rimasto saldamente nelle mani di Grillo e della Casaleggio e Associati, a dispetto delle ambigue e oscillanti definizioni della carica del capo (“garante,” “portavoce,” “megafono”) e della formazione di effimeri direttori. Il centro propulsore dell’indirizzo politico (interno ed estero) del Movimento era e rimane il blog di Grillo, un sito internet privato e zeppo di pubblicità, di cui Il Blog delle Stelle — con una parvenza di istituzionalità e il sottotitolo assolutamente falso e non-sense di “Il primo magazine solo online” — è soltanto una sbiadita copia carbone.

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Questa struttura portante — senza la quale l’intero Movimento crollerebbe sotto l’urto delle spinte disgregatrici — è sufficiente a disinnescare del tutto le istanze di democrazia partecipativa di cui il Movimento si fa teoricamente portabandiera. È in questo che il M5S si distingue radicalmente da altre esperienze simili, come quella del Partito Pirata nord-europeo — fondato sui valori dell’open-source — avvicinandosi piuttosto all’estrema destra populista.

Queste contraddizioni erano presenti nel Movimento sin dal primo giorno, e sono state ampiamente denunciate prima dai critici, e poi dai fuoriusciti della prima ora. Fa sorridere, quindi, che i dissidenti genovesi indichino tra le cause della scissione l’ultimo diktat di Grillo e Casaleggio junior, secondo cui “tutte le uscite comunicative dei portavoce devono essere concordate assieme ai responsabili della comunicazione.” Nel camaleontico e sfacciato trasformismo della politica pentastellata c’è stato un tempo in cui ai membri del Movimento non era nemmeno concesso comparire in televisione. Proprio per questo nel 2012 fu espulsa Federica Salsi, che in quell’occasione disse:

“Il dissenso non è concepito all’interno del Movimento. Paradossalmente i partiti, con tutti i disastri che hanno arrecato a questo Paese, sono più controllabili dai cittadini di quanto lo siano Grillo e Casaleggio. Non emerge un progetto politico ma uno slogan elettorale. Viene il dubbio se non via sia la volontà solo di aumentare il volume di affari del blog di Beppe. Le persone candidate sono dilettanti allo sbaraglio. Non sono minimamente preparate.”

Ciononostante, il Movimento perde parlamentari, perde consiglieri, perde attivisti, ma non perde voti — in gran parte proprio grazie a una comunicazione sapientemente centralizzata, e alla costruzione di un consenso quasi fideistico e settario, che difficilmente si infrangerà prima di una vittoria politica a livello nazionale, con conseguenze potenzialmente disastrose per la democrazia italiana.

È possibile che un partito guidato da Pizzarotti, o comunque animato dai dissidenti più determinati a non lasciar cadere quello che avevano interpretato come “il progetto originario” del Movimento 5 Stelle — trasparenza, democrazia partecipativa, ecologismo, politica al servizio del cittadino — possa guadagnare rilevanza e sottrarre consenso a un blocco originario sempre più irrigidito? Difficile crederlo, data la dispersione attuale delle sue forze e la mancanza di una forza comunicativa adeguata a contrastare Grillo e Casaleggio.

Allo stato attuale, i bastoni tra le ruote del M5S potrebbe metterli soltanto ciò che resta della sinistra, ma l’ex presidente del Consiglio sembra impegnato a gingillarsi con altro.


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