Di fronte all’avanzata della post-verità, che non è pericolosa perché le falsità si mescolano al vero, ma perché questo rende possibile screditare dati di fatto semplicemente dichiarando di non crederci, il Giorno della Memoria deve rispondere a nuove necessità.

Negli ultimi giorni stiamo assistendo a cosa succede quando la propaganda e l’informazione diventano quasi del tutto indistinguibili.

L’esempio più disturbante è senza dubbio quello del lungo contenzioso sulla dimensione del pubblico presente all’inaugurazione di Trump: per la prima volta l’incantesimo si è rotto, e abbiamo potuto vedere quanto un governo è disposto a mentire, anche quando è facilissimo dimostrare che i fatti sono altri.

Questo apre le porte a nuovi scenari da incubo, su scala mondiale: in che modo possiamo affidarci a qualsiasi dato prodotto da qualsiasi governo di destra, se è così facile, apparentemente, costruire una macchina di propaganda su internet che inveri qualsiasi posizione insostenibile?

E cosa succede quando questi governi sono mossi da fascisti, e a volte letteralmente neo–nazisti, pronti a raccontare qualsiasi verità fabbricata per confermare le proprie tesi razziste?

Questa è la sfida a cui oggi deve prepararsi chi celebra il Giorno della Memoria.

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Internet, per sua accurata e pensata architettura, ha un solo fondamento: sostituisce la curatela umana con la variabile della popolarità. Questo era vero anche prima degli algoritmi di ricerca di Google, e del news feed di Facebook. Su internet è letto ciò che è linkato: ed è linkato ciò che è popolare.

Popolare non implica necessariamente populista, ma le due categorie condividono alcuni aspetti essenziali: la semplicità, la facile ripetibilità, il soddisfare appetiti elementari — gioia, libidine, o paura che siano.

È così che si crea il mostro: il negazionismo dell’Olocausto, peggior specie di revisionismo storico, teoria anti-storica e anti-scientifica, diventa pop, per tutti, non solo per troppo edotti teorici del complotto e per mostruosi trascina-popolo, ma finisce insieme agli altri meme che glorificano l’ignoranza che troviamo su internet: le scie chimiche, i retilliani, Nibiru — perché non mettere nel mix anche un complotto sionista per il controllo del mondo. Se c’è una cosa di cui i nazisti sono capaci, al potere o nei bassifondi, è essere creativi.

I segnali di questa progressiva discesa pop sono stati molti, ma è difficile pensare ad un momento più spartiacque della tempesta di tweet demenzial-trumpista di Tila Tequila di due mesi fa, un anno e poco più dopo aver postato su Instagram una foto in cui aveva “conciato” la figlia Isabella come un piccolo Hitler.

Tila Tequila vive di questi scandali, una celebrità, oggi ovviamente supporter di Trump, nata grazie all’essere diventata la persona più famosa di MySpace e poi catapultata nel mondo dei reality show, costretta a doversi superare di mese in mese per tener divertito il proprio pubblico.

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È un disastro preannunciato a cui siamo corsi incontro, mascherando per anni quelli che erano segnali pericolosissimi, di avanzata della cultura dell’odio nella cultura pop generale — dai giornali satirici ai reality show, dalla tv alla musica. Dieci anni fa riguardo Tila Tequila tutti — anche il Guardian — scrivevano lunghi editoriali su come le esplosioni di volgarità e acredine fossero da difendere a spada tratta come libertà di parola. Ormai, forse, è troppo tardi — ma mancare di rispetto verso il prossimo, incitare all’odio, riscrivere la Storia trasformando Hitler in una figura iconica della cultura pop non è libertà di espressione, non importa quanto vasto e accogliente possa essere internet.

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Così le idee si diffondono su internet autoconfermandosi: chi cerca su Google se l’Olocausto sia realmente accaduto, ovviamente è più interessato a link che confermano i suoi sospetti complottisti, ci clicca e Google valuta quei link come più utili. Nei mesi scorsi l’azienda di Mountain View ha iniziato a prendere misure per contrastare il fenomeno, ma non ha ancora fatto abbastanza, soprattutto per lingue diverse dall’inglese. La situazione si aggrava se si usano perifrasi al posto di “olocausto,” come un utente meno colto potrebbe fare.

Le dinamiche di auto confermazione non sono soltanto velenose per gli algoritmi. Spingono a creare circuiti autoalimentati, come la vlogger Eva Lion, alla fine bandita da YouTube, che aveva radunato attorno a sé una vera e propria claque di fan neo nazisti, un video di elogio a Hitler e Goebbels alla volta. In funzione contraria, l’auto confermazione porta giovani neo-nazisti a mescolare la propria ideologia con elementi più “normali,” o peggio, più virali, su internet — così nasce ad esempio Balaclava Küche, trasmissione di cucina vegana neo-nazista, dove gli ospiti commentando la politica cucinando, col viso coperto da passamontagna.

Mentre il negazionismo diventa abbronzato e circondato di neon, invece che sempre più tetro e pallido, porta con sé due nuovi target demografici: quarantenni e cinquantenni, meno edotti dei precedenti negazionisti — a cui era in qualche misura richiesto di leggere interminabili, libri impolverati e mal scritti — e un nuovo pubblico, di giovanissimi, che rimbalzano meme e gif in cui parlano di “uccidere tutti gli ebrei, zio”.

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I primi sono completamente disarmati di fronte ai vizi dell’internet, che leggono notizie condivise su Facebook da fonti meno affidabili di un tabloid come leggerebbero un quotidiano di fiducia, esponendosi a menzogne a guardia abbassata, mentre per i secondi la Seconda guerra mondiale è così lontana, così diversa dal mondo contemporaneo, che potrebbe tranquillamente essere un mito, non una memoria.

David Irving, teorico del negazionismo, famigerato al punto da “meritare” un film dedicato al suo scontro legale con la storica — vera — Deborah Lipstadt, spiega la situazione con raggelante chiarezza in un commento al Guardian:

“La Storia evolve. (enfasi nostra) La verità sull’Olocausto sta venendo fuori, poco alla volta. E tutto questo è grazie a internet. È come una nuova generazione mi sta scoprendo. C’è una sensazione generale di essere ingannati.”

Su YouTube è possibile trovare più di 200 conferenze di Irving, in cui spiega abbondantemente le sue teorie folli — ma nella dichiarazione al Guardian il negazionista colpisce un punto particolarmente delicato — “essere ingannati.” L’integrazione della negazione dell’Olocausto tra le cospirazioni e la cultura di internet ha trasformato radicalmente, nel linguaggio e nell’attitudine, come il negazionismo viene raccontato, e come si diffonde. Leggete le risposte a questo tweet:

“Sentirsi ingannati” è il punto di partenza per tanti, il cui viaggio inizia di solito questionando il numero di morti durante l’olocausto:

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(Ovviamente la subreddit /r/holocaust non è sull’olocausto ma è negazionista. Ovviamente.)

/r/holocaust fa riferimento quasi interamente ai materiali raccolti da CODOH, il Comitato per il Dibattito Libero sull’Olocausto, organizzazione fondata da tale Bradley Smith nel 1987 che da allora cerca di diffondere ideologia negazionista attraverso pubblicità su giornali universitari, perché “Gli studenti sono superficiali, sono vascelli vuoti in attesa di essere riempiti.” Di tanto in tanto il CODOH è riuscito a intrufolarsi nella stampa universitaria statunitense, sempre causando grande scandalo, per fortuna.

Su internet, invece, sta conoscendo una seconda giovinezza. Avendo mascherato con successo l’estremismo delle proprie posizioni in giustificazioni ariose di ricerca storica, il CODOH è diventato lo schermo dietro cui tanti neo-nazisti si nascondono online: non sono negazionisti perché odiano gli ebrei, non sono negazionisti perché “gli ebrei controllano le banche,” vogliono solo chiarire meglio la situazione del grande dramma dell’Olocausto.

Il viaggio parte così: con dei video puliti, quasi new age, che promettono apertura di dialogo, e finalmente, una ricerca della verità — dietro le foto modificate e le notizie false sui giornali d’epoca, impossibili da verificare — tutto, ovviamente, secondo il CODOH. È un percorso che porta a opere come Adolf Hitler: the Greatest Story Never Told, un titanico documentario negazionista lungo sei ore. Un assaggio, se siete abbastanza coraggiosi:

Il percorso è a questo punto estremamente evidente — la normalizzazione del neo–nazismo, operata su YouTube, Facebook, Twitter e Tumblr, permette a negazionisti di offrire la propria narrativa cospirazionista ad un pubblico tutto nuovo, ingenuo o disarmato di fronte ai loro intenti malevoli. Da lì, inizia un processo di genuina radicalizzazione, che li allontana sempre di più dagli show di cucina, fino ai documentari su Hitler.

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È un modello rivoluzionario per il fascismo, che getta la propria natura esoterica alle spalle in favore di una iniziazione essoterica anti-autoritaria, un cammino iniziatico aperto, collettivo, solare — lungo il quale ci si può fermare in qualsiasi momento e nessuno cercherà mai di strattonarci oltre.

Di fronte all’avanzata della post-verità, che non è pericolosa perché le falsità si mescolano al vero, ma perché questo rende possibile screditare dati di fatto semplicemente dichiarando di non crederci, il Giorno della Memoria deve rispondere a nuove necessità — non basterà più ricordare gli orrori delle dittature fascista e nazista: serve, urgentemente, spiegare al pubblico più vasto come funzioni la Storia: come si verifichino i fatti, il valore dei documenti, come si archivia e ricordano le informazioni — tutto questo combattendo l’inesorabile ulteriore round di semplificazione: se, o quando, le destre razziste saranno al potere e attiveranno le proprie misure protezionistiche, quando falliranno completamente nel proprio tentativo di risolvere una crisi che non sanno comprendere, a che nemico immaginario daranno la colpa questa volta? Sempre al solito.

— FIN —

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