Si chiama Cool Japan il programma governativo che promuove manga, anime e J-Horror all’estero.

Come molti appassionati di cinema horror sapranno, il 3 febbraio uscirà nelle sale cinematografiche americane l’atteso The Ring 3. Per l’uscita italiana, invece, dovremo aspettare il 17 marzo, sperando che non cambino ancora le date come è successo negli ultimi mesi. È il terzo capitolo del remake di una delle storie di fantasmi più celebri provenienti dal Giappone.

Il J-Horror — termine con cui ci si riferisce ai film dell’orrore partoriti dalla cultura nipponica — si è rivelato essere molto apprezzato anche in Occidente. Lo dimostrano il successo di pubblico riscontrato da The Ring, appunto, ma anche da altri titoli come The Grudge. Non sono solo i remake americani a circolare nelle nostre case, ma c’è apprezzamento anche verso le pellicole originali.

Perché l’horror giapponese piace così tanto? Secondo Toshio Miyake, docente e ricercatore presso il dipartimento di Studi sull’Asia e l’Africa Mediterranea all’Università Ca’ Foscari di Venezia. I motivi, leggendo le sue pubblicazioni, sono legati in parte a una nostra  predisposizione culturale, in parte a un’efficace strategia di marketing. All’interno dei suoi studi, oltre che al J-Horror, trovano spazio anche i manga e gli anime.

Partiamo affrontando il primo motivo. è piacevole creare nella nostra mente mondi immaginari in cui possono avere luogo eventi sovrannaturali — L’uomo lo fa da sempre. Oggi ci succede quando raccontiamo storie paurose attorno al fuoco in campeggio, ma anche quando ci intratteniamo passivamente guardando i film fantasy proposti da Hollywood. Il Giappone non ha perso tempo a cogliere la palla al balzo: ha creato mostri in quantità esorbitanti. Molti di loro hanno avuto una consacrazione a livello mondiale: basti pensare a quanto sono entrati a far parte del nostro immaginario i Pokémon e Godzilla.

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Tuttavia, i giapponesi non hanno deciso di regalarci questi personaggi solo per bontà o per assecondare le nostre fantasie. Come abbiamo accennato sopra, si tratta di una mirata strategia di marketing. Potrebbe sembrare ovvio che i prodotti giapponesi portino entrate monetarie in Giappone, ma nel Sol Levante si è andato oltre: è stato istituito un programma governativo apposta. Ufficializzato nel 2002, tale programma è volto unicamente alla commercializzazione di prodotti mediali autoctoni, tra questi anche, appunto, manga, anime, eccetera.

Il governo giapponese aveva capito già dalla Seconda guerra mondiale il potere dei mezzi di comunicazione: infatti, aveva ottenuto il consenso popolare sulle guerre nel Pacifico anche grazie alla propaganda cinematografica. Tuttavia, il motivo principale che ha portato alla nascita di questa istituzione è che questi prodotti transmediali hanno permesso all’economia della nazione di non crollare durante la Guerra fredda. Visto che ha funzionato durante un periodo di crisi, perché non continuare?

Il programma governativo può essere suddiviso in due sottoprogrammi. Uno prende il nome di Cool Japan e l’altro quello di J-culture. Il Cool Japan si preoccupa di far arrivare all’estero una determinata immagine del Paese, possibilmente simpatica e a cui potersi affezionare — Ecco che abbiamo personaggi bizzarri, sia nel look sempre molto colorato sia nel modo di comportarsi: è la creazione di uno stereotipo che però in Giappone porta il pane a tavola. La J-culture invece è rivolta ai giovani giapponesi: si preoccupa di farli crescere e socializzare proprio all’interno dei prodotti transmediali nazionali.

Secondo il Cool Japan, tutto ciò che è considerato “cool” e giapponese ha riscosso nel 2007 un profitto pari a $613 miliardi. L’obiettivo per il 2020 è di avere un incremento di $85 miliardi, cercando di inaugurare gli anni Venti del nuovo millennio con un profitto annuo di $698 miliardi. Il Giappone continua ad essere il tra i Paesi con un PIL nominale tra i più alti del mondo.

Non è un caso che sia proprio il Giappone a investire sui mostri fino al punto di renderli anche piacevoli e simpatici: il mondo spettrale è radicato all’interno della cultura nipponica sin dagli albori della sua civiltà. Solo per dire “fantasma” esistono tre parole diverse, indice di particolare attenzione all’argomento. Uno è mononoke, termine noto grazie al famoso film di animazione La principessa Mononoke. Poi abbiamo yūrei, che indica soprattutto gli spiriti vendicativi e cui potrebbe appartenere l’inquietante bambina di The Ring. Questi tipi di fantasmi sono i più noti in Occidente all’interno del genere J-Horror, anche se forse sono nominati esplicitamente solo nel recente The Forest (2016), film ambientato nella Foresta dei suicidi in Giappone.

La terza parola, invece, è più interessante. Con il termine yōkai i giapponesi si riferiscono a qualcosa di spettrale e mostruoso, ma anche esotico e straniero. Non è un caso che questa parola sia entrata a far parte del lessico dopo che l’isola nipponica ha aperto le sue frontiere al mondo nella seconda metà dell’Ottocento. È ironico, in un certo senso, che un mondo percepito inizialmente come misterioso oggi contribuisca alla sopravvivenza dell’economia nazionale in misura così rilevante.

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