La grande affluenza nelle strade e nelle piazze del mondo non è solo revanscismo, non è frustrazione per la sconfitta malgrado la vittoria popolare — è percezione di una situazione emergenziale.

Questa mattina Repubblica apre con un editoriale di Saviano sulle manifestazioni femministe anti–Trump di sabato 21 gennaio. Saviano, uno dei più coraggiosi e migliori giornalisti italiani viventi, manca clamorosamente il colpo sulla questione della manifestazione.

La sua non è l’unica critica alla manifestazione dell’altro ieri — anche commentatori statunitensi si sono chiesti che futuro ha un movimento senza una organizzazione politica con alle spalle un partito molto confuso sul da farsi.

Se le critiche dell’Atlantic e del New York Times sono sostanziabili e fondate — seppur a nostro parere assurdamente intransigenti su un movimento che solo è neonato, ma è sorto senza nessuna gestazione, da un’area politica che era certa di avere la vittoria in tasca.

Saviano muove principalmente due critiche alle donne di Washington — il modo con cui presentano i temi di femminismo, diritti, e inclusività sarebbe datato “anni ‘70,” e inavvicinabile per l’elettorato di Trump.

Saviano mette le mani avanti e chiarisce subito:

Quindi i diritti, la lotta al sessismo, all’omofobia sarebbero il passato? No, ma il modo con cui si affrontano deve ancora trovare una sintassi capace di poter parlare a chi in questo momento non ha fiducia in alcun progetto politico, ha diffidenza verso qualsiasi percorso intellettuale e si chiude dentro indifferenza e distanza dalle istituzioni.

Scrivere così manca completamente di comprendere perché centinaia di migliaia di persone hanno manifestato, a Washington e nel mondo, il giorno dopo l’inaugurazione di Trump.

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In piazza non si modera la politica

La grande affluenza nelle strade e nelle piazze del mondo non è solo revanscismo, non è frustrazione per la sconfitta malgrado la vittoria popolare — è percezione di una situazione emergenziale.

Il partito democratico ha perso le elezioni esattamente perché voleva parlare di diritti per tutti, di nuove frontiere — almeno per gli Stati Uniti — del welfare state con un candidato sicuro, politico, per tutti: è stato un tentativo che non solo è fallito, ma il cui fallimento costerà carissimo a tutto il mondo.

Una manifestazione — prendendo in prestito le parole del nemico — oceanica come quella di Washington, che ha schiacciato in numeri la partecipazione all’inaugurazione stessa, deve far paura a chi non è d’accordo con chi è in piazza. Deve essere gioviale, forte, energica — non c’è spazio per il compromesso. E poi, quale compromesso? Che compromesso si può trovare con chi vuole togliere l’assicurazione sanitaria a 35 milioni di persone, con chi è a favore al portare armi da fuoco nelle scuole, dopo carneficine regolari come il passare delle stagioni?

No — la mediazione la deve fare il Congresso, la devono fare i politici e Hillary Clinton stessa, se deciderà di continuare a prestare servizio per il proprio partito. E no, non c’è niente di passato in questo modo di parlare, anzi: queste manifestazioni devono essere quanto di più colorato, vibrante, alieno possibile. Se riescono a far passare un solo messaggio, che sia di schiacciare i retrogradi sotto il piombo delle proprie stesse idee.

La piazza non trova soluzioni, costringe alle soluzioni

Il 21 gennaio, dopo poche ore di presidenza Trump non si può chiedere al movimento di avere un progetto politico, un piano d’attacco — questa amministrazione potrebbe fare di tutto e il contrario di tutto, e anche quello che hanno detto chiaramente che faranno, come cancellare l’Affordable Care Act, sarà incredibilmente più complesso di quanto credano. Non c’erano misure politiche da commentare, non c’erano riforme da contrastare. Lo scopo era dimostrare che no, la maggioranza negli Stati Uniti è un’altra, e che ai cittadini bianchi e razzisti piaccia o meno, la società non si cambia con le leggi.

È questo il motivo per cui in una manifestazione come la Women’s March non c’è spazio per avvicinare l’altra parte politica — è stata una manifestazione completamente fuori dal dibattito politico, perché dall’altra parte si è deciso che è impossibile avere alcun tipo di dibattito.

Si possono togliere i diritti alle persone, le si può impoverire, le si può abbrutire — ma non si può cancellarne l’esistenza: almeno finché non si aprono nuovi campi di concentramento.

È questo che sembra sfuggire a Saviano — la Women’s March non è la prima manifestazione di un nuovo partito politico, e tecnicamente non è nemmeno sovrapponibile ai liberal del partito democratico: è la prima uscita pubblica di un asse di resistenza civile, che si sta ampiamente organizzando su internet, principalmente su Twitter, come già fatto da Black Lives Matter. Ha espresso bene il messaggio nel suo primo monologo da host di Saturday Night Live il comico Aziz Ansari: “il cambiamento [negli Stati Uniti] lo fanno gruppi enormi di persone arrabbiate.”

È lecito pretendere che da qui il movimento si organizzi verso nuove forme di impegno politico con obiettivi più “a fuoco,” su singoli elementi e le singole battaglie che si dovranno combattere contro l’amministrazione. Oggi, l’obiettivo era diverso: e non esistono dimostrazioni di forza capaci di moderare il dibattito col proprio avversario.

Alla deriva populista non si risponde moderando i toni

Al proprio avversario, o come scrivevo qualche riga fa, al proprio nemico. In ogni paese in cui il centrosinistra ha provato a corteggiare moderazione e centristi per limitare l’ascesa del populismo, il centrosinistra ha perso. Sarà un caso? Ce lo auguriamo, dato che in Italia — dove siamo particolarmente di coccio — il Partito democratico si prepara all’ennesima campagna elettorale suicida.

No, davanti a un presidente e un gabinetto di corrotti, bancarottieri, figli di mafiosi e fanatici religiosi non si risponde cercando di spiegare agli elettori che i propri leader — moderati, umani, non assetati di sangue, o banalmente non neo-nazisti  — sono migliori. Ci penseranno loro, i politici, a presentare il miglior caso possibile per il proprio disegno politico.

La marcia di Washington non è una marcia politica, e non è nemmeno una manifestazione populista. Era una manifestazione popolata da persone il cui matrimonio potrebbe essere sciolto, persone che potrebbero vedere diritti basilari sul proprio corpo come quello dell’aborto negati, persone malate di cancro a cui è riconosciuta la dignità di ricevere cure per il proprio male — una questione letteralmente, drammaticamente, di vita e di morte. Questo mentre in televisione vanno in onda neo–nazisti che negano in diretta di essere neo–nazisti.

Con i neo-nazisti, e con i loro elettori, non si parla, non si trova un punto di incontro. Ai neo-nazisti si spacca il muso, perché con le loro stesse idee hanno dichiarato di essere estranei al dibattito politico.

— FIN —

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