In soli sei mesi da sindaco di Milano è già riuscito a schivare in modo rocambolesco un guaio giudiziario, a mettere il naso fuori dalla Zona 1 e a non far rimpiangere la precedente giunta Pisapia―non troppo, tutto sommato. Forse, però, è ancora presto per fare un vero bilancio della sua amministrazione ed è meglio evidenziare le sfide che attendono lui e la sua giunta nei prossimi 365 giorni, decisivi per capire davvero che sindaco è Giuseppe Sala.

Periferie

Cominciamo capendo quali sono le priorità cittadine secondo il sindaco. Sala ha sempre detto di considerare la riqualificazione e il sostegno delle periferie cittadine al primo posto nella sua agenda, definendole addirittura “la mia fissazione”. Recentemente, si è parlato di un piano quinquennale per reperire i fondi necessari a rattoppare, sistemare e ridefinire la fisionomia di alcune periferie milanesi. Si parla di più di 350 milioni di euro.

La riqualificazione partirebbe da alcune zone ben definite: Adriano, Bovisa, Gallaratese, Corvetto e Giambellino. Le esigenze di ogni quartiere sono diverse, vista la diversa collocazione e storia di ognuno di loro. Se per Corvetto riqualificazione vuol dire anche e soprattutto tappare i buchi delle case popolari sempre più malandate, per il quartiere Adriano significa banalmente finirlo, come chiunque l’abbia visitato ha potuto constatare.

Leggendo il piano, non si può fare a meno di pensare che le zone citate siano tutte a forte rischio di gentrificazione. Il Giambellino, ad esempio, è in una posizione piuttosto centrale malgrado il suo carattere di periferia esterna della città, e verrà presto raggiunto dalla metropolitana. È stato già interessato da un’attività edilizia diversa rispetto a quella popolare, come il mega palazzo della Vodafone, e già oggi via Tortona e via Savona sono tra le più rivalutate della città. Si spera che la giunta non voglia avallare queste tendenze, purtroppo difficili da fermare.

Riqualificazione dei quartieri significa spesso riqualificazione delle case popolari, dove possibile. In passato abbiamo spesso parlato della situazione più che precaria dell’edilizia sociale in città. In molti casi, il Comune non può fare molto: la maggior parte degli alloggi cittadini ― sia da ristrutturare che no ― sono di proprietà di ALER, la famigerata azienda di edilizia popolare della Regione Lombardia, su cui l’amministrazione di Sal ha un potere praticamente nullo. Il Comune può solo procedere con la ristrutturazione degli edifici di sua proprietà, gestiti a partire dal 2014 dalla sua controllata Metropolitana Milanese.

MM sta facendo un buon lavoro: in quartieri come Quarto Oggiaro, dove le case sono principalmente di sua proprietà, la riqualificazione sta avendo luogo in modo piuttosto soddisfacente. La crisi di ALER invece sembra essere senza fine e senza fondo, protraendosi da anni senza una vera soluzione all’orizzonte. Ancora oggi, se si rompe un vetro in una scala, gli inquilini rischiano di aspettare anni se pretendono che la sostituzioni la paghi la ditta ― come dovrebbe essere. Ma in merito, a parte lamentarsi, Sala e la sua giunta non possono fare nulla.

Post Expo

Ma Expo è successa davvero? La città non sembra essere particolarmente diversa da quella di due anni fa ― solo che il sindaco è diverso, ed è lì proprio grazie ad Expo. Persino l’Expogate in Cairoli è stato smantellato e l’unica traccia davvero tangibile dell’avvenuta manifestazione sono le periodiche discussioni su cosa fare del sito dell’esposizione. Oltre, ovviamente, al sito stesso, senza un senso da più di un anno.

Ciononostante, alcuni strascichi della manifestazione sono ancora oggi vivi e, per la maggior parte piuttosto dolorosi. Il mese scorso Sala è stato iscritto nel registro degli indagati per alcuni presunti piccoli illeciti e la sua reazione è stata poco composta. L’altro ieri, quell’indagine è stata prorogata di altri sei mesi, un tempo supplementare a disposizione della procura per rovistare nell’armadio del Sindaco.



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Gli strascichi giudiziari della manifestazione sono una minaccia vera: potrebbero arrivarne altri, anche più gravi di quello tutto sommato ridotto che ha sconvolto così tanto il sindaco. Un esempio su tutti è la bruma intorno alla questione movimento terra, uno dei punti più dolenti e tuttora misteriosi della manifestazione, che potrebbe essere diradata quest’anno coinvolgendo figure operative nello staff della manifestazione― tra le quali, come sappiamo, figura il sindaco.

Oltre alle ombre giudiziarie, c’è anche una questione più certa e pratica: che fare dell’area dove si è tenuta la manifestazione? È un anno e mezzo che, sull’argomento, i progressi stanno più o meno a zero. L’idea che per qualche tempo è stata più in voga era il trasferimento di alcune facoltà dell’Università Statale, con la creazione di un Polo del Sapere o Cittadella della Conoscenza o in qualsiasi altro modo si volesse intendere un posto dove stipare studenti, qualche azienda e un po’ di contributi statali per la ricerca.

Allo stato attuale, queste proposte rimangono poco più che dichiarazioni svogliate della trimurti Renzi-Sala-Vago, il rettore della Statale che forse è stato il più interessato alla cosa, visto lo stato in cui versano certi dipartimenti Unimi. Ma Renzi non c’è più, e tutti i progetti rischiano di svanire in una nuvola di fumo senza il supporto attivo del Governo. Nei prossimi mesi si potrebbe capire se questi propositi possono diventare concreti, se possano essere superati da altri o se il luogo sia destinato alla rovina.

Scali ferroviari

Oggi gli scali ferroviari sono ancora al centro del dibattito politico milanese ma, nonostante una delega all’assessore Maran sia stata approvata in Consiglio comunale lo scorso novembre, non è affatto detto che nel giro di un anno ci siano passi avanti concreti sul loro destino.

Come abbiamo più volte raccontato, gli scali sono di proprietà delle Ferrovie dello Stato, che non ha un reale interesse a venderli o almeno non in questo momento: i prezzi degli immobili a Milano infatti non sono così alti come potrebbero essere tra qualche anno. La società, che è controllata dallo Stato ma sembra quasi muoversi sul mercato in modo simile a un’azienda privata, ha mostrato di essere decisa a non mollare e qualche tempo fa ha portato l’amministrazione davanti al TAR.

Fino al mese scorso, probabilmente Sala era nella posizione di esercitare una qualche forma di pressione su FS tramite i suoi appoggi all’interno del Governo ― il sodalizio tra lui e Renzi, per quanto non più idilliaco come durante l’Expo, rimaneva comunque saldo. Ma dopo il referendum costituzionale fallito e l’arrivo precipitoso del nuovo premier Gentiloni, questo suo piede nella porta potrebbe non essere più così efficace.

Lo sblocco della situazione con FS è fondamentale perché le aree non rimangano dismesse a tempo indeterminato, con o senza aiuti dall’alto. Certo, in una recente intervista al Corriere, non è sembrato essere molto costruttivo. Ma  anche se FS desse l’ok, non è affatto stabilito cosa debba succedere alle aree: dalle proposte improbabili di Boeri sulla creazione di un’edilizia popolare grattacielesca a chi vorrebbe centri culturali o addirittura un unico parco. Pare che il 54% dell’area sarà in effetti destinato al verde,  per il resto non è dato sapere.

Il caro affitti

Tutti i destri ce l’han su con Bello Figo perché no paga afito. Diciamolo: fa bene. A Milano, dove gli affitti sono più cari che in tutto il resto d’Italia, le sue istanze sovversive si inseriscono appieno nell’ottica sociale cittadina. Chi è proprietario di un piccolo immobile, per esempio in Corso Buenos Aires, e lo affitta può permettersi di vivere di rendita come un personaggio di un romanzo inglese dell’Ottocento.

In città i prezzi degli affitti sono alle stelle da anni e la cosa non è mai sembrata rappresentare un problema per le diverse amministrazioni che l’hanno governata. Nemmeno la scorsa giunta di centrosinistra ha preso provvedimenti sostanziali o efficaci per contrastare il fenomeno, che per alcune fasce della popolazione può rappresentare un vero problema, in particolare per le famiglie a bassa fascia di reddito che non sono in una casa popolare e gli studenti fuorisede.

Una camera singola a Milano costa in media 500 euro al mese: addirittura 100 euro in più rispetto a Roma e ben di più rispetto praticamente a qualunque altra città italiana. Per una città che ha ambizioni di polo universitario ― e già, in realtà, bene o male lo è ― il caro affitti rappresenta un vero ostacolo verso un ulteriore sviluppo in questa direzione.

In campagna elettorale, durante un incontro con i giovani alla biblioteca Valvassori Peroni, il candidato di centrodestra Stefano Parisi aveva proposto come soluzione la costruzione di nuove case a prezzi agevolati per i grandi proprietari di immobili a Milano come possibile soluzione al problema ― esempio: possiedo una palazzina con dieci appartamenti, li affitto a prezzo calmierato e poi il Comune mi fa costruire un’altra palazzina con un sacco di sgravi fiscali. Tralasciando simili assurdità, un intervento municipale di qualche genere potrebbe essere necessario per limitare i prezzi esorbitanti.

Sicurezza?

“Cosa significa sicurezza, signor Sala?” “Telecamere nelle strade, uomini, mezzi.” Così l’allora candidato sindaco ci aveva risposto durante la campagna elettorale quando avevamo sollevato l’argomento durante un incontro all’Arci L’impegno di via Bodoni. E ha mantenuto fede alle sue parole: dopo un episodio di accoltellamenti in piazzale Loreto, ha richiesto l’invio di più uomini e mezzi dell’esercito per le strade della città, convinto che la questione “sicurezza” sia una priorità cittadina.

A prescindere dal fatto che riempire le strade di camionette militari potrebbe non essere il miglior modo per “combattere il crimine”, bisogna anche cercare di razionalizzare l’argomento e capire quanto la percezione di insicurezza dei cittadini sia un fatto di pancia fomentato dalla propaganda di destra e quanto sia poggiata su dei dati reali.

Ebbene i dati sui furti a Milano sono in calo da anni: dal 2015 al 2016 si è registrata una diminuzione del 7%. Stessa cosa per quanto riguarda gli omicidi, in una curva di diminuzione più o meno simile e comunque in linea con la media generale italiana, piuttosto bassa. Dunque non è illogico affermare che la sicurezza non è un’emergenza, e seguire la propaganda di destra chiedendo un rinforzo del personale addetto a garantirla non solo è inutile ma potrebbe proprio fare il gioco di Salvini e i suoi compari. Il calo della criminalità non è un fatto nuovo, ma ciononostante l’amministrazione di Milano continua a sentire il bisogno di staccarsi dai dati reali per inseguire a destra gli avversari politici.

Migranti

Ciclicamente si può leggere sui giornali quanto sia grave e di difficile gestione l’ennesima “emergenza migranti”. Milano è una città particolarmente sensibile ai grandi afflussi di profughi― per la sua posizione geografica, per la sua economia forte, per le comunità straniere già corpose che la animano. Però non si può più definire questi fenomeni un’emergenza: dopo dieci volte che si presenta, un’emergenza non si può più definire tale.

Uno dei piani per gestire questa “emergenza” coinvolgeva il sito Expo, che avrebbe dovuto ospitare almeno una parte dei tanti bisognosi di un tetto – almeno per qualche giorno, fino alla ripresa del loro viaggio verso il Nord Europa. Tutto è saltato per l’opposizione del Presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni, com’era prevedibile. Non che Sala e l’Assessore Majorino si aspettassero una reazione diversa da parte del Governatore, ma almeno si sono tolti la soddisfazione di lanciare il sasso.

I migranti, alla fine, hanno trovato un alloggio temporaneo alla caserma Montello, vicino a Piazza Firenze, tra un polverone dei comitati di destra e una bell’accoglienza di quelli di sinistra.

L’accoglienza di Milano ai profughi della caserma montello from TheSubmarine on Vimeo.

La sistemazione però è solo temporanea, visto che il Comune ha annunciato la nuova destinazione d’uso della caserma― che poi è quella a cui era destinata prima di diventare un riparo di fortuna per i profughi: tornare ad essere una caserma, affidata questa volta alla Polizia di Stato.

Il Comune dovrà dunque trovare un nuovo alloggio alla quota di migranti attualmente accolti dalla struttura, e non sarà un’impresa semplice. Già la giunta, nonostante le parole del Sindaco, non si è mostrata entusiasta quando, la scorsa settimana, il Ministero dell’Interno aveva ventilato l’ipotesi di riaprire il CIE di via Corelli, oggi utilizzato come centro per i richiedenti asilo. Gli altri centri di raccolta, come l’hub di via Sammartini, sono soggetti a cicli di piena che li spingono sull’orlo del collasso, soprattutto durante i mesi estivi, quando il numero degli arrivi cresce moltissimo. Per allora dovrà essere trovata una soluzione.

— FIN —

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