Intraviste: Paul Thomas Anderson

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The Submarine inaugura una nuova rubrica a cadenza settimanale: Intraviste. Ogni sabato metteremo sotto il microscopio giornalistico (e perché no, voyeuristico) interviste che hanno catturato la nostra attenzione — non le più famose, non le più belle, non le più ordinate, ma quelle che con i loro tic, le loro imperfezioni e quindi con la loro naturalezza intrinseca, hanno attirato il nostro sguardo.

Da qua il titolo della rubrica, Intraviste. Uno sguardo sfuggevole, ma privo di veli, alla ricerca della verità. Nel mondo dell’entertainment odierno, dominato dai giochi di Jimmy Fallon e dai Carpool Karaoke, non sembra esserci più spazio per un confronto sincero tra intervistatore e intervistato, sempre più rari sono gli spazi di apertura e sincerità nei dialoghi televisivi. Proprio per questo motivo è bene scoprire – per imparare a riconoscere – quei momenti in cui l’intervista, più che di intrattenimento, diventa sinonimo di confronto.

La poesia (concedetemi il termine) di un’intervista sta dunque nella possibilità per lo spettatore di riconoscere l’autenticità, nel bene o nel male, dell’intervistato. Ecco dunque che The Submarine andrà nei fondali dell’internet a caccia delle intraviste più rare. Preparatevi ad un’inversione di marcia rispetto ai sensi del mainstream. Se siete pronti a seguirci in questo viaggio fatto di parole e sguardi, munitevi di curiosità e spirito di osservazione, le sole qualità richieste per poter apprezzare a pieno questa rubrica.

Il mantra da tenere sempre presente è quello espresso da Jim Morrison nelle sue interviste perdute.

“Mi piacciono le interviste perché molto spesso è come rispondere alle domande durante un processo, è una strana area in cui cerchi di rintracciare ciò che è successo nel passato e cercare onestamente di pensare a quello che pensavi […] è un esercizio mentale cruciale, ti da la possibilità di confrontare la tua mente con delle domande, che per me è ciò di cui è fatta l’arte.”

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Paul Thomas Anderson

Il primo passo di Intraviste è la chiacchierata tenuta da Mike Figgis, regista e sceneggiatore, con un giovane Paul Thomas Anderson — Orso d’oro per Magnolia, miglior regista a Cannes per Ubriaco d’amore e Leone d’argento per The Master.

Los Angeles, 27 agosto 1998. Paul Thomas Anderson ha 28 anni e l’anno precedente il Boston Society of Film Critics lo ha premiato come miglior regista esordiente per i suoi due primi film, Hard Eight e Boogie Nights. È soprattutto quest’ultima pellicola ad averlo lanciato nello stardom hollywoodiano, il film racconta luci e ombre dell’industria porno a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. La regia è pulita, senza sbavature, fedele ad uno stile esuberante ma non strabordante.



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Nell’intervista troviamo un giovane consapevole delle sue capacità e del suo lavoro. Quando l’intervistatore scivola sulla cronologia dei suoi film, Anderson è pronto a correggerlo in maniera rilassata, ma diretta, “… it’s actually my second movie [Boogie Nights], Hard Eight or Sydney it’s my first one” (a dire il vero è il mio secondo film, Sydney è il mio primo).

Paul Thomas Anderson è famoso per l’interesse che ripone in tutto ciò che è cinema, a partire ovviamente dalle sue pellicole. La conversazione fra i due è infatti dominata dai retroscena delle produzioni: i problemi economici, gli screzi con i produttori, ma soprattutto l’interesse personale dei temi delle sue storie. “God there’s so much to talk about here, because porn movies … they could be a genre you know, and they should be” (Ci sarebbe così tanto di cui parlare, perché il porno … potrebbe essere un genere a sé, anzi dovrebbe). E nel momento in cui molti registi si alzerebbero e uscirebbero dalla stanza al solo sentir parlare di pornografia, PTA procede in un’analisi tecnica dettagliata del genere e di cosa vuol dire crescere in un contesto come quello della California anni Settanta (il regista è nato nella San Fernando Valley, la capitale del porno), senza il minimo cenno di giudizi etici o morali.

Il tutto mangiando serenamente una fetta di pizza.

“I’m the young filmmaker with fucking pizza in the interview” (Sono il giovane regista con la fottuta pizza nell’intervista).

Lentamente l’intervista passa dal microcosmo della pornografia – e l’evidente analisi di Boogie Nights – al macrocosmo filmico. I due registi iniziano a discutere dello stato dell’arte in un confronto onesto tra due persone che a conti fatti amano il cinema, e non possono che esprimere consciamente o inconsciamente questa passione.

Se avete trovato interessante lo stile di Paul Thomas Anderson, per amplificarne l’effetto consiglio di guardare l’intervista rilasciata – a distanza di diciassette anni dalla chiacchierata con Mike Figgis – a Vice per l’uscita del film Inherent Vice. Divertitevi a captare cambiamenti e non-cambiamenti attraverso la sua carriera, le due interviste si prestano infatti come poli generazionali e stilistici di uno dei più grandi registi del cinema contemporaneo.

— FIN —

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