Putin in persona ha deciso di aiutare Donald Trump, dicono gli ufficiali statunitensi



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In quella che continua a essere una storia senza precedenti, gli ufficiali dell’intelligence statunitense hanno permesso la descretazione lampo di un report che collegherebbe personalmente Putin alle attività di hacking e propaganda che hanno portato alla vittoria di Donald Trump.

Finalmente, dopo averlo rincorso per settimane, Trump è stato brieffato in materia, e per la prima volta ha leggermente cambiato nota, svicolando dall’ammettere una responsabilità russa, ma dichiarando che il risultato elettorale non è stato in nessun modo influenzato. Malelingue potrebbero sottolineare come, avendo perso clamorosamente il voto popolare, non ha tutti i torti; ma Trump ha continuato, dichiarando che al massimo la colpa sarebbe del DNC, il Comitato Nazionale del partito Democratico, per non aver livelli di sicurezza sufficienti e “aver permesso” che l’attacco avesse luogo.

Il documento continua a non presentare sostanziali prove dell’origine russa dell’hack del DNC, ed è sostanzialmente una versione estesa e finalmente organizzata in maniera razionale del documento potpourri della settimana scorsa.

A firma congiunta di NSA, CIA e FBI, il report presenta l’intervento russo come fatto incontestabile, ma continua a non presentare prove di nessun tipo, al punto che il documento stesso sente il bisogno di chiarire—

La Comunità dell’Intelligence raramente può rivelare tutto quello che sa, o le basi delle proprie posizioni, perché tali rivelazioni potrebbero rivelare fonti o metodi e mettere in pericolo la (propria) capacitù di raccogliere intelligence estera in futuro.

Questa, ovviamente, è una posizione radicalmente insostenibile: dal comportamento delle agenzie tre lettere il mondo percepisce che a porte chiuse sia un corso una turbolenza probabilmente mai vista, ma in nome della santità delle proprie fonti e metodologie, non possono dirci cosa.

La Casa Bianca di Obama, nei suoi ultimi giorni di vita, si trova così travolta da un’emergenza che non può controllare, mentre per regole interne alla burocrazia spionistica non può spiegare ai propri cittadini cos’è successo.

Secondo Sam Biddle dell’Intercept, a questo punto è inevitabile un’inchiesta da parte del Congresso, come la Commissione Warren e quella organizzata in seguito agli eventi dell’11 settembre. Due parlamentari democratici — Elijah Cummings e Eric Swalwell — hanno presentato richiesta esattamente un mese fa, ma fino a questo momento non hanno raccolto altro supporto — nemmeno dal loro stesso partito.

Resta ancora assolutamente non chiaro quanto Trump sia coinvolto nel complotto — lo sappiamo, fa sorridere, ma è difficile non chiamarlo così — che gli ha permesso di rosicchiare abbastanza voti per vincere. Nell’arco delle ultime settimane Trump è passato da negare categoricamente gli hack e sostenere Putin, a posizioni più sfumate negli ultimi giorni. Insomma — agent provocateur ora presidenziale, o solo utile idiota?

Dall’altro lato della medaglia, è impossibile non sottolineare il completo fallimento da parte del partito democratico di comprendere la situazione, tra propaganda d’odio e slittamento del voto, come dicevamo ieri:

In una delle ultime mail pubblicate da Wikileaks negli archivi Podesta, i democratici stessi sono visti architettare uno scenario in cui il partito repubblicano si trovasse costretto in posizioni iper-conservatrici, in modo da destabilizzarne il voto. Alla fine, la deriva fascistoide però è piaciuta un sacco all’elettorato, che, malgrado il panico in cui versa oggi l’intelligence statunitense, Donald Trump l’ha votato, purtroppo. Non in maggioranza, ma con una distribuzione tale da farlo vincere.

Al contrario di come si diceva, insomma, lo scorso novembre.

Questa non è la democrazia, bellezza.

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