La deriva populista del partito repubblicano non è cosa nuova ma, come vedremo, le elezioni dello scorso anno hanno radicalmente cambiato come dovremo analizzare le campagne elettorale dei prossimi anni.



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Sono passati due mesi, ma ancora stampa, analisti e politici e non riescono a farsene una ragione. Non è tanto chi abbia vinto alle elezioni — Clinton il voto popolare l’ha stravinto — ma come Trump sia riuscito a portare a casa così tanti voti malgrado gli scandali che si sono abbattuti su di lui uno dietro l’altro e la sua evidente inadeguatezza.

Un nuovo studio condotto da Brian Shaffner, Matthew MacWilliams e Tatishe Nteta dell’Univeristà di Amherst, Massachusetts, verrà presentato questa domenica 8 a Herzliya, in Israele, durante un convegno sul risultato delle elezioni. Lo studio analizza la polarizzazione del voto caucasico tra elettori “colti” e quelli senza un’istruzione specialistica.

La deriva populista del partito repubblicano non è cosa nuova ma, come vedremo, le elezioni dello scorso anno hanno radicalmente cambiato come dovremo analizzare le campagne elettorale dei prossimi anni. Secondo questo studio la svolta inizia nel 1996, quando la forbice tra percentuali di voto per il GOP (Grand Old Party, la sigla con la quale il partito è noto negli Stati Uniti) tra elettori caucasici “istruiti” e meno istruiti inizia ad allargarsi sempre di piú. Dopo il ’96 questo stacco resta sostanzialmente costante, poco superiore al 5%,  e le percentuali variano della stessa quantità — un candidato forte prenderà piú voti in entrambi i segmenti, con appunto questa fetta del 5% in piú tra gli elettori meno istruiti.

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Nel 2016 , il gap tra elettori caucasici istruiti e non istruiti si allarga clamorosamente, fino a 18 punti — il frutto di questa spaccatura è nella polarizzazione del voto: mentre gli elettori caucasici che hanno studiato all’università si sono schierati decisamente con Clinton, piú di quanto avessero fatto con Obama, Trump ha portato a casa una valanga di voti presso gli elettori non istruiti: piú del 70%, un risultato che i repubblicani non vedevano da almeno 35 anni.

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Secondo Shaffner, MacWilliams e Nteta la retorica al vetriolo di Trump sarebbe la causa del gap — secondo uno studio precedente di Valentino et al., negli ultimi anni gli elettori caucasici hanno iniziato a comportarsi come un “gruppo etnico,” malgrado la loro situazione di schiacciante maggioranza. Questo ha permesso a una retorica esplicitamente “razziale” di rientrare nel linguaggio politico mainstream. Se studi dei primi anni Duemila (Mendelberg 2001, Valentino stesso, 2002)  sottolineavano come i migliori risultati si avevano sottintendendo il proprio pregiudizio razziale, oggi è esattamente il contrario — le chiacchiere da bar sono pronte per la politica.

L’esempio illustrato nello studio è di quando Trump ha chiamato Clinton “a nasty woman,” – noi diremmo “una strega” – un’offesa che è stata accolta in ambiente liberal e tra gli elettori colti come una boutade di cattivo gusto e goffa, che Clinton stessa ha cavalcato senza batter ciglio. Verso un pubblico disagiato, però, la stessa accusa può essere stata molto efficace per evidenziare che Clinton non si stesse comportando “da donna,” e questa valutazione potrebbe avere influenzato il voto almeno quanto le accuse di corruzione.

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Sui tutti e tre i principali fronti — razzismo, sessismo e insoddisfazione economica — gli elettori senza istruzione specialistica hanno presentato picchi rispetto alle loro controparti, spesso con deviazioni fino al 25%.

Gli autori proiettano i range di possibilità di voto per Trump sui tre fronti, e la variabile sulla soddisfazione sull’economia, malgrado comunque disegni una ascesa notevole, nulla ha in confronto con le altre due:

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È necessario quindi cercare di capire se questa sia la conferma di un trend oppure se si tratti di un caso unico e, si spera, difficilmente ripetibile.

Purtroppo non esistono indagini su sessismo e razzismo per le elezioni statunitensi precedenti, ma secondo proiezioni di Tessler del 2016 sembra che la variabile di “negazione del razzismo” sia aumentata sproporzionatamente dal 2012 al 2016.

Quali siano i modelli per il resto del mondo, è impossibile a dirsi.

Viceversa, per confermare questa indagine è necessario cercare di correlare le questioni di bigottismo e razzismo al gap nell’istruzione, e idealmente alla localizzazione del voto — non basta dire che vivere in una metropoli e vedere che le persone di cui si “dovrebbe” aver paura sono persone normali riduce il razzismo, per chiudere il caso.

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Shaffner, MacWilliams e Nteta presentano un modello per cui controllando le variabili di sessismo e razzismo negli exit poll, è possibile normalizzare il gap tra i due gruppi nella media delle precedenti elezioni (attorno al 7%), viceversa effettuando controlli per ansia per la situazione economica, e reddito annuo degli intervistati non sortisce modifiche degne di interesse — sono fattori presenti in entrambi i gruppi e in entrambi i gruppi informano il voto omogeneamente.

Quindi, la polarizzazione del voto è avvenuta effettivamente perché il bigottismo è diffuso nel gruppo di elettori caucasici senza educazione specialistica — quasi come se per la prima volta fosse possibile registrare la presenza di un terzo gruppo: quello dei nazisti dell’Illinois del gruppo etnico caucasico razzista e bigotto, radicalizzato.

(tutti i grafici, Shaffner, MacWilliams, Nteta)

— FIN —

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