Il 30 novembre l’OPEC ha annunciato di essere intenzionata a tagliare la propria produzione di petrolio, portandola da 33.7 milioni di barili al giorno a 32.5 milioni di barili.



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Fine d’anno bollente per i mercati dell’energia. Ciò che non accadeva da quindici anni — e che in pochi avevano previsto — è accaduto: il 30 novembre l’OPEC ha annunciato di essere intenzionata a tagliare la propria produzione di petrolio, portandola da 33.7 milioni di barili al giorno a 32.5 milioni di barili.

Parallelamente, i Paesi non-OPEC — tra cui figurano Azerbaijan, Bahrain e Bolivia —hanno siglato un accordo con la stessa OPEC, impegnandosi a ridurre la produzione di petrolio di 558 mila barili al giorno a partire dal primo gennaio.

Fondamentale è stata la partecipazione all’accordo della Russia che, sebbene non faccia parte dell’OPEC, è il secondo produttore mondiale di petrolio. Come riporta Reuters, infatti, il ministro dell’energia russo, Alexander Novak, ha dichiarato di esser pronto a tagliare la produzione di petrolio della Federazione di ben 300 mila barili al giorno durante la prima metà del 2017.

Entrambe le notizie risalgono a qualche settimana fa, e su the Submarine avevamo riportato come in molti non ritenessero verosimili i propositi dell’OPEC — parecchi analisti, inoltre, hanno espresso perplessità anche sulle intenzioni della Russia.

Eppure, nonostante i parecchi dubbi riguardo i due accordi, i mercati fin da subito sono andati in fibrillazione. Come ci si aspettava, immediatamente dopo l’annuncio dei tagli, il prezzo del greggio è aumentato, arrivando a toccare i 56 dollari al barile negli ultimi giorni — un record, se si pensa che a inizio anno raggiungeva a stento i 30 dollari al barile.
Dati NASDAQ

Dati NASDAQ

Quanto durerà la risalita dei prezzi? Difficile prevederlo, ma indubbiamente porta con sé dei problemi, tra cui uno di non poco conto, relativo allo shale statunitense — di cui avevamo parlato qua.

Il taglio della produzione concordato da OPEC e paesi non-OPEC, infatti, è stato pensato per far aumentare il prezzo del petrolio — mai tornato ai prezzi pre-crisi del 2008, quando un barile mediamente costava ben più di 100 dollari.

2008: l’anno in cui un barile di petrolio perse più della metà del proprio valore (Wikimedia Commons)

2008: l’anno in cui un barile di petrolio perse più della metà del proprio valore (Wikimedia Commons)

Se il recente aumento dei prezzi dovesse rivelarsi stabile, i produttori di shale — quasi tutti statunitensi — sarebbero nuovamente in condizioni ottimali per aumentare la produzione: visti i costi elevati delle loro tecniche di estrazione, solamente un prezzo elevato del petrolio rende conveniente aumentare l’output.

L’OPEC si trova così ad affrontare un dilemma: più abbasserà la produzione, più i prezzi saliranno, più i produttori di shale saranno incentivati a inondare nuovamente il mercato di gas naturale (o di petrolio), spingendo i prezzi verso il basso — un circolo vizioso difficile da interrompere.

Nel caso l’OPEC non fosse intervenuta, invece, i prezzi sarebbero rimasti bassi. Una situazione del genere sarebbe stata difficile da sostenere ancora per molto, considerando che le entrate dei Paesi OPEC derivanti dal petrolio negli ultimi anni si sono spaventosamente abbassate — causando non pochi problemi di politica interna, tra cui tagli ai bonus dei dipendenti statali.

Entrate dell’OPEC derivanti dalla vendita del petrolio)

Entrate dell’OPEC derivanti dalla vendita del petrolio

Con l’anno nuovo, dunque, inizieremo a capire dove il mondo del petrolio andrà a parare. Una considerazione è sicuramente valida: questa volta parrebbe che siano i produttori di shale statunitensi ad avere il coltello dalla parte del manico.

— FIN —

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