Il Milleproroghe ha la funzione di prorogare, rimandare, rendere meno imminenti scadenze che il Governo ritiene potenzialmente dannose.



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Ci sono poche cose sicure nel capodanno degli italiani. Anzi, forse soltanto due: il discorso del Presidente della Repubblica e il Decreto Milleproroghe, una tradizione ormai più che decennale. Dal lontano 2005, infatti, in quella settimana magica tra Natale e Capodanno, i telegiornali non fanno che parlare di quanto hanno mangiato gli italiani e di questo fumosissimo decreto, i cui scopi e contorni sono spesso poco chiari.

Cerchiamo di fare un po’ di luce su questa bizzarra creatura politica, innanzitutto spiegando perché si chiama così. Il nome “Milleproroghe,” ovviamente, è ufficioso: ogni anno il decreto in questione viene indicato con un numero — i decreti del Governo vengono numerati su base annua — ma si è preferito trovargli un soprannome comprensibile anche ai non laureati in Giurisprudenza.

Il Milleproroghe ha la funzione di prorogare, rimandare, rendere meno imminenti scadenze che il Governo ritiene potenzialmente dannose, come l’entrata in vigore di una legge pensata qualche tempo prima — ma all’improvviso ci si è resi conto che mancano i soldi e dunque via, ai ripari. Potrebbe essere deciso che un potere speciale debba durare un po’ più del previsto per risolvere un determinato grattacapo. Potrebbe essere utile congelare una serie di promesse che non si è riusciti a mantenere, spazzandole per un po’ sotto il tappeto.

Il primo Milleproroghe è del Dicembre 2005, un millennio fa — il governo in questione era il Governo Berlusconi prima del Governo Prodi ma l’idea di un decretone rimandante onnicomprensivo dev’essere sembrata buona a tutti coloro che da allora hanno retto le sorti del Paese, visto che da allora ne è stato approvato uno nuovo alla fine di ogni anno.

Da allora il Milleproroghe è diventato soprattutto uno dei simboli dell’inefficienza della poca efficienza della macchina amministrativa italiana — della tendenza a fare le cose all’ultimo minuto, di mantenere amici facendogli favori quando si spera che nessuno guardi intensamente nella propria direzione, di affrontare i problemi rinviandone semplicemente la scadenza.

Ogni anno le questioni prorogate ovviamente variano, ma ce ne sono alcune che incredibilmente vengono inserite nel decreto di anno in anno fin da quel lontano 2005 o dagli anni immediatamente successivi.

La più antica, che ha popolato il testo di tutti i decreti fino ad oggi, è la norma che garantisce ai prefetti poteri sostitutivi in caso di mancata approvazione dei bilanci da parte degli enti locali.

Una misura che avrebbe dovuto smettere di essere in vigore o quantomeno regolarizzata da più di dieci anni, ma che continua a essere ribadita con questo mezzo legislativo annuale.

Per questa e altre misure, il decreto Milleproroghe  è come la sveglia continuamente rinviata al mattino — ancora dieci minuti e poi prometto che mi alzo, dai: e poi finisce che si sta a rigirarsi sotto le coperte per un decennio. Un altro classico del decreto  è il mantenimento della contabilità speciale per le provincie di Monza, Fermo e Barletta-Andria-Trani, che si trascina avanti dal 2006: più o meno da quando queste province sono state create. Curioso, se si pensa che in teoria le province dovrebbero essere in via di abolizione come soggetti amministrativi.

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Quest’anno ci si attende un decreto particolarmente ricco, data l’approvazione per direttissima della legge di stabilità nelle scorse settimane causa sconfitta al referendum e conseguente caduta del Governo. Uno dei provvedimenti principali che dovrebbero entrare nel decreto riguarda le banche popolari, che in teoria avrebbero avuto tempo fino al 27 dicembre per trasformarsi in SPA — una storica riforma del Governo Renzi, che però è stata bloccata da alcuni giudici, del Consiglio di Stato, di alcuni tribunali locali, della Consulta che hanno reso necessario il rinvio della scadenza di perlomeno sei mesi.

Una proroga interessante è riservata all’antiterrorismo: in teoria i “servizi di informazione”, secondo una norma varata nel 2015 sull’onda delle stragi fondamentaliste in Francia a Charlie Hebdo e Bataclan, avrebbero avuto fino al 31 gennaio dell’anno prossimo il potere di interrogare detenuti — previa comunicazione alla Procura — per cercare di ottenere informazioni utili alla sicurezza nazionale. Questo potere, notevole e ai limiti del diritto, verrà probabilmente prorogato per qualche mese. Vista la situazione di tensione internazionale e le risposte dei governi alle minacce terroristiche — che sembrano tutte essere improntate sulla concessione di maggiori poteri alle forze di polizia — potrebbe non essere improbabile trovarci a discutere della sua proroga anche alla fine dell’anno prossimo.

Inoltre, come ogni anno, una parte consistente del decreto sarà popolata da regolazioni di scadenze fiscali, come la proroga riguardante le comunicazioni IVA e altri provvedimenti di carattere estremamente tecnico — un capitolo molto complesso ma a quanto pare particolarmente doloroso, visto che ha indotto i commercialisti a indire il primo sciopero della loro storia per la fine del prossimo febbraio.

Ci si aspettava anche l’inserimento di circa 50 milioni di euro per l’assistenza alle famiglie vittime dell’inquinamento dell’ILVA di Taranto, che sarebbero dovuti entrare nella Legge di Stabilità ma si erano persi per strada durante la caduta del Governo. Questi fondi però, forse perché nel Milleproroghe ci si cerca di concentrare soprattutto su cose strettamente amministrative piuttosto che su grandi stanziamenti di denaro, sono stati approvati in un diverso decreto nei giorni scorsi, il Decreto Sud – il Governo Gentiloni, per forza di cose, sta adottando l’arma del decreto in modo frenetico visto quanto successo così a ridosso della fine dell’anno.

Bisogna comunque precisare che mentre scriviamo queste righe il decreto è stato sì approvato ma in realtà è ancora in corso di allestimento e c’è spazio per inserire o rimuovere virtualmente qualsiasi cosa. Il testo che esce dal Consiglio dei Ministri può essere rimaneggiato in modo anche pesante con stralci, aggiunte e precisazioni dalle due Camere, che tra qualche tempo dovranno approvarlo. La fretta estrema con cui il decreto Milleproroghe viene approvato ogni anno, infatti, è uno dei punti più dolenti di questo modo di procedere: c’è sempre il rischio che vengano inseriti all’ultimo minuto regali, bizzarrie o cose inutili. O, peggio ancora, che vengano tralasciate per qualche motivo cose rilevanti.

Abbiamo parlato con Roberto Rampi, deputato PD, per avere un commento da parte di chi con il testo del decreto dovrà avere fisicamente a che fare una volta che arriverà alla Camera per l’approvazione.

“Si tratta di un provvedimento che può essere molto utile per continuare misure positive che stanno andando in scadenza ma possono servire ancora – come quella utile anche se giustamente controversa sulla sicurezza”, ha dichiarato Rampi a The Submarine. “E poi ci sono cose che semplicemente non si è fatto in tempo a fare o richiedono più tempo del previsto. Certo, a volte in passato si è provato a fare l’assalto alla diligenza, ma negli ultimi anni le cose sono cambiate, si è vigilato molto di più. Le proroghe fanno parte dell’azione di governo – certo, devono essere utili e non di piccolo cabotaggio; purtroppo non è possibile accontentare tutti.”

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