Le prime ricostruzioni della fuga di Anis Amri lasciano perplessi, ipotizzando un viaggio che praticamente è un Interrail. Le indagini continuano, ma intanto le destre ringraziano.



cool water, after shave e linea cosmetica
on line e nei flagship store Erbaflor

Scopri di più


Sono ancora molti i punti oscuri che circondano la strana avventura di Anis Amri, il presunto responsabile della strage di Berlino di lunedì 19 dicembre, ucciso questa notte a Sesto San Giovanni. Restano da accertare vari aspetti della dinamica della strage stessa, al mercatino di Natale di Breitscheidplatz — dal dirottamento del camion all’arma del delitto, fino ai documenti fortunosamente ritrovati sotto un sedile del Tir, che hanno reso così immediata l’identificazione di un uomo che, a quanto pare, negli anni passati ha sfruttato con disinvoltura due o sei identità diverse per spostarsi indisturbato.

Ma è soprattutto la fuga di Amri a lasciare perplessi. Il terrorista sarebbe riuscito a dileguarsi nel nulla a Berlino, per poi materializzarsi tre giorni dopo a Milano. Come ci è arrivato? Le uniche informazioni disponibili — che vengono fatte risalire alla Digos e a fonti di intelligence — dicono che avrebbe preso un treno da Chambéry a Torino, poi da Torino a Milano, e infine da Milano a Sesto San Giovanni. In qualche modo dovrà essersi spostato anche da Berlino a Chambéry — potremmo supporre passando da Parigi, data la rapidità dei suoi spostamenti.

Altro che radicalizzato: il ventiquattrenne tunisino era perfettamente integrato nella gioventù europea, simbolo perfetto della generazione Erasmus che viaggia nel Vecchio Continente libero dalle frontiere. Più che una fuga, il suo è stato un Interrail — ha trovato anche il tempo di documentarlo, tra un selfie sotto la Torre Eiffel e una minaccia all’Occidente dei crociati.

 

mappa

Per raggiungere Torino dalla Francia, Amri avrebbe dovuto servirsi per forza di un TGV, arrivando a Porta Susa verso le 20.26 (non si sa, tra l’altro, perché non abbia proseguito fino a Milano direttamente) — tutto questo mentre era armato, ferito e ricercato dalle polizie di tutta Europa. E i TGV non sono treni pendolari qualsiasi, è obbligatorio prenotare un posto nominale — anche per chi è in possesso del pass Interrail, ricordatevelo per l’estate prossima.

La tragedia diventa farsa in poche fermate di alta velocità: Amri sarebbe stato ritrovato con addosso addirittura i biglietti ferroviari, che hanno permesso di ricostruire le ultime tappe del suo viaggio. Ma cosa ci faceva a Sesto San Giovanni? Qualcuno, spinto dalle virtù della libera associazione, ha ricordato il passato rosso della Stalingrado d’Italia, mentre si ipotizza di “reti di appoggio” e contatti in città.

Anche la sparatoria che ha portato alla sua morte conta almeno due versioni contrastanti: inizialmente si è parlato di un semplice controllo di polizia, e così hanno confermato il Ministro dell’Interno Minniti e, poco più tardi, il Questore di Milano De Iesu: gli agenti avrebbero fermato Amri, “in atteggiamento” sospetto davanti alla stazione di Sesto; quest’ultimo avrebbe “senza esitazione” aperto il fuoco, ferendo lievemente l’agente Christian Movio, per poi rimanere ucciso. Ma secondo altre ricostruzioni rimbalzate sui media questa mattina, i poliziotti sarebbero intervenuti in seguito alla segnalazione di un’altra sparatoria — di chi, contro chi, non si sa. Allo stesso modo sono due le frasi che Amri avrebbe gridato poco prima di sparare: “Allah Akbar,” secondo il copione del terrorista islamista, o “poliziotti bastardi,” se preferite la versione black bloc.

Il neo-Ministro Minniti ha magnificato l’operato delle forze di polizia italiane, che sono state in grado di fermare un super ricercato sfuggito alle maglie di tutta l’intelligence europea — ha glissato sul fatto che questo sia avvenuto completamente per caso. Intanto, i due poliziotti sono diventati già eroi nazionali: la storia dell’agente in prova che riesce a fermare un pericoloso terrorista pluri-omicida ha tutti gli ingredienti per diventare una favola di Natale.

(Chissà se poi la mettono all’asta)

Come hanno ricordato tanto Minniti quanto il suo omologo tedesco De Maizière, le indagini sono ancora in corso: magari nei prossimi giorni avremo ricostruzioni più chiare, circostanziate e almeno lontanamente immaginabili come prossime al vero. Chi non ha certo bisogno di aspettarle è la destra lepenista europea, che non ha perso un minuto per sparare a zero su Schengen e l’apertura delle frontiere.

Per primo ha parlato Nigel Farage, seguito a ruota da Marine Le Pen, che sul suo sito ha scritto: “Il mito della libertà di movimento totale in Europa, a cui i miei rivali in queste elezioni presidenziali ancora restano aggrappati, dev’essere sepolto.”

Poi è stata la volta di Geert Wilders, leader degli xenofobi olandesi, e di Alternativ fur Deutschland: la vicenda di Amri, arrivato come profugo attraverso il Mediterraneo, espulso dall’italia senza successo, pluri-omicida in Germania, latitante attraverso i confini di tre stati europei, è la sceneggiatura dei sogni erotici di tutti i nazionalisti del continente.

In Italia, nell’area della destra lepenista entra ufficialmente anche il Movimento 5 Stelle, con un post di Beppe Grillo sul blog del primo partito d’Italia. Nel breve scritto — intitolato a caratteri cubitali “È ora di proteggerci,” Grillo sputa opinioni e soluzioni di semplicismo nazionalista — l’Italia sarebbe un corridoio pieno di terroristi e l’unica soluzione è l’espulsione immediata di tutti i profughi che non possono combattere per il diritto d’asilo. Schengen, ovviamente, va “rivisto.”

È un momento importante per la politica italiana — per la prima volta vediamo in scena la danza pre-accoppiamento che da mesi la Lega di Salvini e il Movimento 5 Stelle provano dietro le quinte di Roma: l’obiettivo, chiudere il Pd in una morsa di ignoranza, tracotanza, razzismo e vetriolo.

C’era una volta il Beppe Grillo che urlava minacciosamente, “Dovrebbero ringraziarci, senza di noi (senza il nostro populismo), anche qui ci sarebbe la Le Pen.” A furia di dirlo, si sarà accorto che per una Le Pen — o peggio, per due lepenisti — lo spazio in Italia c’era, eccome.

No more articles

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi