Chi è Roberto Formigoni, esponente di una destra che oggi sembra essersi inabissata, simbolo di un decennio vissuto al limite dalla politica lombarda e dalla sanità regionale.


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Roberto Formigoni, uno e trino: ex delfino della DC prima del crollo di Mani Pulite; Governatore totalitario della Regione Lombardia durante un ventennio ciellino e trionfale; infine spento Presidente della Commissione agricoltura al Senato, destinato a sei anni di galera: a tanto è stato condannato ieri dalla Procura di Milano per corruzione, nel processo che probabilmente ha segnato la sua fine politica.

Della sentenza torneremo a parlare dopo — potete trovarla raccontata su molte altre testate. Quello che ci interessa è raccontare lui, Il Celeste, tra i massimi esponenti di una destra che oggi sembra essersi inabissata, simbolo di un decennio vissuto al limite dalla politica lombarda e dalla sanità regionale. Capire cosa ci ha lasciato, non dimenticarlo. Del resto, come scordarsi di Roberto Formigoni?

Le origini nell’underground CL

Roberto Formigoni viene da Lecco, ma la sua formazione politica è milanese. Nato nel 1947, nel 1971 si laurea in Filosofia all’Università Cattolica meneghina, con una tesi sugli scritti giovanili di Karl Marx. Più o meno in questo periodo comincia a frequentare gli ambienti di Comunione e Liberazione, un legame che dura ancora oggi. Tramite Gioventù Studentesca, CL ha un buon radicamento tra i ragazzi dei licei – soprattutto classici – e le università. Specie a Milano, dove il movimento ha visto la luce qualche anno prima, CL partecipa a manifestazioni, comincia ad avere un peso nei delicati giochi d’equilibrio all’interno della Democrazia Cristiana, si schiera contro il divorzio allo storico referendum del 1974. Dopo il referendum, alcuni esponenti di CL decidono di fondare il Movimento Popolare, smarcandosi almeno in parte dalla DC.

Tra i fondatori del movimento c’è anche Formigoni, che ne diventa presto un esponente di punta. Cominciano anche le prime accuse a CL di essere un movimento più politico che ecclesiale — le stesse che gli vengono rivolte oggi. Nel 1976, non ancora trentenne, scrive insieme al fondatore di CL Don Luigi Giussani: “il soggetto pubblico promotore di tutte le iniziative in campagna elettorale deve essere il Movimento Popolare, non CL; ciò al fine di evitare gravi equivoci sulla natura ecclesiale del nostro movimento […] Non esistono candidati di CL, né nelle liste DC, né in alcuna altra lista. Esistono nella lista DC dei candidati che liberamente condividono l’esperienza di CL.”

Formigoni sceglie di vivere la propria esperienza religiosa con grande profondità, in maniera totalizzante, con una scelta che dura ancora oggi: nel 1973 diventa un Memor Domini. I memores sono persone aderenti a CL che scelgono, pur non prendendo i sacramenti, di vivere in comunità secondo alcuni precetti evangelici: obbedienza, povertà e verginità. Non si può dire che Formigoni abbia sempre rigato dritto, negli ultimi 45 anni.

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La maggior gloria

Nel 1987 il Movimento Popolare si scioglie. CL preferisce non avere più un partito politico proprio, ma lasciare la scelta della casacca alla coscienza di ogni membro desideroso di fare politica in modo attivo. Come prevedibile, la maggior parte delle coscienze cielline si riversa nuovamente nella Democrazia Cristiana, compreso Formigoni. Alle elezioni di quell’anno il nostro si candida alla Camera nella circoscrizione Milano-Pavia e vince.

Formigoni, dopo un viaggio a Baghdad per trattare il rilascio di 400 ostaggi italiani che gli frutterà un legame di simpatia con Saddam Hussein e 24 milioni di barili di petrolio sottocosto, è ormai uno dei maggiorenti DC. La dissoluzione del partito, nel 1994, non lo mette in crisi ma anzi lo lancia verso il culmine della sua carriera politica: il Governo della Regione Lombardia.

È difficile riassumere diciassette anni di dominio praticamente incontrastato in un solo articolo. Si potrebbe far distinzione tra il primo mandato, ottenuto senza il sostegno della Lega Nord, e gli ultimi tre con il Carroccio alle spalle e percentuali bulgare alle urne: addirittura 62,4% nel 2000. Cosa significava stare in quelle giunte? L’abbiamo chiesto a Enrico Brambilla, capogruppo del PD al Pirellone, che quegli anni li ha vissuti in prima persona.

“Le giunte Formigoni, a livello relazionale, avevano un atteggiamento molto altezzoso rispetto al Consiglio. I rapporti erano particolarmente difficili per il forte accentramento accompagnato dall’alto livello di discrezionalità nella loro gestione, che ha contribuito a generare quanto poi è emerso grazie alla magistratura.”

Il settore di politica regionale in cui Formigoni ha impresso maggiormente la sua impronta è proprio quello nel quale è stato condannato ieri a sei anni di reclusione: la sanità. Formigoni è stato il principale ideatore, promotore e realizzatore del “Modello Lombardia” nella gestione di ospedali, cliniche e trattamenti sanitari in genere, impostato sulla promozione del privato. Con Formigoni, la percentuale di strutture ospedaliere private nella regione ha toccato il 30%, contro una media del 21% nel resto del territorio nazionale. La presunta efficienza della sanità lombarda è una delle cose di cui Formigoni è sempre andato più vantandosi – anche se, numeri alla mano, da tempo qualcuno si domanda se non sia così.

Formigoni – e tutto il suo mondo di ibridazione tra fede e politica – è stato spesso accusato di esercitare un’occupazione capillare di tutti i centri di potere o operativi, soprattutto in questo settore. Chi non si adeguava allo stato delle cose veniva fortemente osteggiato o addirittura fatto sloggiare: cose che avvengono anche oggi, come abbiamo riportato qualche tempo fa. Questa gestione chiusa del potere ovviamente non lascia molto spazio, oltre che alla pluralità di opinione, nemmeno alla trasparenza. Nel corso degli anni – specie nell’ultimo periodo della Presidenza Formigoni – sono state condotte numerose inchieste nei confronti suoi o di membri della sua giunta, che hanno messo in luce una gran quantità di scorrettezze, nel migliore dei casi, o corruzione – in alcune occasioni, è stata ventilata anche l’associazione a delinquere.

Qualche esempio, ancora senza citare ciò per cui è stato condannato oggi:

“Erano anni in cui andavano di moda determinate ideologie, in cui sembrava che parlare di sanità pubblica fosse una cosa vecchia. Il settore della sanità è quello in cui circolano più soldi nelle regioni – solo in Lombardia, ogni anno, si parla di cifre come 18 miliardi di euro. Il privato ha capito che lì c’era possibilità di business. Non voglio dire che tutto il privato fosse così, ma sicuramente una larga fetta di investitori agiva più per i propri interessi che per un effettivo interesse nella salute dei pazienti. Fino ad arrivare ai casi estremi come le operazioni non necessarie per ricevere i rimborsi…”

Sempre connessa in qualche modo alla sanità, anche se in modo meno contabile e più ideologico, è la politica di Formigoni sull’aborto, che fin dagli anni Settanta, come dicevamo, è stata nei limiti del possibile oltranzista nel cercare di limitare la pratica. Nel 2008 la sua giunta vara una serie di normative sull’argomento. Scriveva Il Post:

“[…] bisognerebbe aprire una parentesi su come avere un’interruzione volontaria di gravidanza in un ospedale pubblico lombardo sia un’impresa praticamente impossibile, considerato il numero gigantesco di obiettori di coscienza: negli anni, diversi articoli e libri hanno raccontato nel dettaglio questa storia, con tutti i particolari collegati proprio alle politiche del governo di Formigoni e all’influenza di Comunione e Liberazione. Le linee guida approvate nel 2008 prescrivevano un ulteriore serie di limiti alla legislazione sull’aborto vigente in Italia.”

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Oltre alla sanità, una delle aree di maggior intervento di Formigoni è stata la politica scolastica. Anche qui, nel segno della privatizzazione. È lui il promotore del famigerato “buono scuola”, uno strumento per agevolare le famiglie meno agiate intenzionate a iscrivere i propri figli alle scuole private. Questo buono è reputato della massima importanza anche dalla giunta attuale, che infatti a fine 2013
ha di fatto tagliato le borse di studio ai meritevoli pur di lasciarlo invariato. Oltre ad essere stato tacciato di incostituzionalità in quanto un organismo statale non può ricevere direttamente un finanziamento da parte delle istituzioni, è da anni al centro di una serie infinita di lotte studentesche, che hanno sempre visto nel Consiglio Regionale una resistenza ferrea. E proprio con la sua giunta si è inaugurato il modello di scuola omofoba che oggi è sfociato in complotti sul gender e tutta una serie di dimenticabili considerazioni rispetto all’omosessualità da parte di chi amministra la regione.

Il crepuscolo degli dei

Anche gli anni zero però finiscono e all’improvviso l’intoccabilità della Giunta Formigoni sembra svanire. Nonostante nel 2010 venga rieletto con più del 56% delle preferenze, una serie di guai giudiziari sempre più gravi cominciano a funestare la sua giunta — nella quale, è bene ricordarlo, era presente gente come Nicole Minetti, una tra le prime teste a cadere.

La vicenda più grave e morbosa, giunta in porto ieri e che più di tutte le altre ha costretto Formigoni a farsi da parte, è quella relativa al gigantesco giro di corruzione sorto intorno alla Fondazione Maugeri. Si parla di svariati milioni di euro girati nelle tasche di Formigoni, tramite due prestanome – Andrea Perego e Pierangelo Daccò, che tra l’altro sono Memores Domini insieme a lui – Perego pare essere addirittura il suo compagno di stanza. Sono di questo periodo le celebri foto di Formigoni  in costume da bagno che si butta spensierato da uno yacht nel mare cristallino. Formigoni ha provato a giustificare il tutto parlando di favori in amicizia: “tra amici si fa così.” Ancora oggi, quando qualcuno gli domanda se una serie di vacanze dorate non siano eccessive visto l’evidente conflitto di interessi di un uomo nella sua posizione che accetta regali da privati, replica cose come “non stiamo a guardare le cifre, una volta offro la cena io, una volta l’altro.”

La sede della Fondazione Maugeri - Ospedale di Pavia -

La sede della Fondazione Maugeri – Ospedale di Pavia

Formigoni non è più in carica da tre anni ormai, e questa vicenda, oltre ai sei anni di reclusione, gli costerà soprattutto sei anni di interdizione dai pubblici uffici. Dopo quasi vent’anni di Formigonismo, ci si interroga su quanti e quali strascichi abbia avuto il suo governo nella Regione, e cosa invece non sia destinato a durare. Ieri il suo successore Maroni non gli ha offerto grande solidarietà,  dichiarando semplicemente di aver “preso atto” della condanna da parte della magistratura.

“Maroni è stato eletto sulle ceneri di quell’esperienza con l’idea di fare piazza pulita — tutta la cosa delle scope, eccetera. Poi le cose sono andate diversamente,” continua Brambilla. “Con la riforma dello scorso anno ci si era prefissi di dare una svolta al sistema: è avvenuto solo a metà, come ci ha confermato il caso Rizzi ad esempio. Però sono state modificate norme come la Legge Daccò, che permetteva remunerazioni fuori controllo per varie prestazioni, che per la loro discrezionalità erano spesso rivolte agli amici. Nella pratica rimangono i meccanismi di remunerazione generali e i meccanismi di scelta dei manager della sanità. Maroni non ha agito fino in fondo.”

Negli ultimi anni, Formigoni ha preferito non esporsi troppo, forse conscio del tramonto, se non del suo modello politico, almeno della sua immagine personale. La cosa per cui ha attirato l’attenzione su di sé nel 2016 è stato un gretto tweet in cui dava delle “checche” ai movimenti per i diritti civili e i suoi commenti alla sentenza che lo condanna a sei anni al fresco. Formigoni continua a professarsi innocente. La magistratura, però, gli ha anche sequestrato più di sei milioni di euro. Secondo i magistrati, dai conti di Formigoni per dieci anni non è praticamente uscito un euro tanto era il contante a sua disposizione — della cui provenienza potrebbe essere lecito dubitare, a questo punto. Obbedienza, castità, povertà.

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