Recentemente è apparso su internet un video che mostra il maestro dell’animazione giapponese Hayao Miyazaki reagire alla presentazione di animazioni in computer grafica generate da intelligenze artificiali. La demo è stata presentata al regista da Nobu Kawakami, allievo presso lo Studio Ghibli e responsabile del CGI team della Dwango Artificial Intelligence Laboratory.

Miyazaki non si risparmia e giudica la presentazione – che vede modelli 3D di forme umane istruite dalle IA a muoversi in maniera deforme – un “insulto alla vita stessa.” Facendo riferimento a un suo amico disabile in grado di dare a fatica un cinque con la mano, il regista sottolinea come “chiunque abbia creato questo materiale non ha idea di cosa sia il dolore.” Aggiungendo poi che “se l’intenzione è quella di produrre creepy stuff va bene, ma che non sarò mai in grado di incorporarla nel mio lavoro.”



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La vicenda di Miyazaki e della Dwango Laboratory è solo l’ultima di una lunga serie di contrasti tra due modi di pensare e approcciarsi alle nuove tecnologie che ha segnato, negli ultimi anni, il dibattito sulle intelligenze artificiali. Proprio nel 2016 abbiamo assistito all’espansione di progetti di ricerca che mirano alla creazione di sistemi artificiali in grado di produrre forme d’arte. Da quando sono state sviluppate, le reti neurali (un altro modo per definire le IA) hanno sempre trovato terreno fertile nel campo delle scienze: dalla medicina all’economia finanziaria, dalle telecomunicazioni al mondo dell’aviazione. Ma solo recentemente è nata la volontà – e molto più probabilmente il bisogno – di presentare IA in grado di creare arte. Dico bisogno perché l’attenzione mediatica sta iniziando ad avvicinarsi a questi complessi sistemi informatici, spesso di difficile gestione perfino per gli stessi creatori.

C’è dunque la necessità di proporre le intelligenze artificiali come entità più vicine al nostro mondo piuttosto che qualcosa in grado di porre fine alla razza umana — come ha affermato il fisico e matematico Stephen Hawking. Quindi meglio una IA in grado di suonare da sola, che una capace di rubarti il lavoro.

Anche se, diciamolo, suona un po’ male.

O ancora meglio: un intero trailer creato dal supercomputer della IBM Watson.

Dunque, sebbene intelligenze artificiali siano già all’opera in campi medici o finanziari, l’arte sembra rimane l’obiettivo dei ricercatori — la creazione di sistemi indipendenti con cui l’essere umano possa alla fine empatizzare. Ma con l’evolversi delle tecnologie, il dibattito interno si divide sempre più tra gli scettici e coloro che invece credono nella nascita di reti neurali in grado di seguire le orme di artisti come Beethoven o Rembrandt.

Per alcuni lo scetticismo è dettato solo dalla paura verso l’innovazione, paragonando i nuovi sistemi neurali alle tecniche utilizzate durante tutta la storia dell’arte da artisti come Hans Holbein o Marcel Duchamp e tanti altri che sfruttarono le cosiddette state-of-the-art technologies. Per molti altri invece il valore umano di un’opera d’arte non potrà mai essere sostituita da una macchina. Come afferma Masha Ryskin, pittrice e insegnante d’arte presso la Rhode Island School of Design: “Io non considero il robot l’artista, così come non considero uno scimpanzé un artista. I robot possono comunque essere utilizzati per fare arte. È arte se si ha un’idea ma tale idea viene realizzata da un robot? Certo, perché a monte abbiamo una volontà umana.”

Ma il commento più adatto sembra essere proprio quello del regista giapponese che alla fine della presentazione non riesce a nascondere la sua amarezza nei confronti di sistemi sterili, ancora privi di quella scintilla di umanità che i ricercatori si ostinano a introdurre artificialmente. “Noi umani abbiamo perso la fiducia in noi stessi.”

— FIN —

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