Dopo oltre un’ora di colloquio con il Presidente della Repubblica Mattarella, Paolo Gentiloni ha sciolto le riserve, annunciando la rosa dei nuovi ministri e successivamente partecipando alla cerimonia del giuramento presso la “sala delle cerimonie” del Quirinale. Molte riconferme, poche sorprese. Padoan rimane saldo in sella, dopo che nel pomeriggio si è parlato di un avvicendamento con Enrico Zanetti (Scelta Civica), ex-Viceministro del MEF, indicato dai verdiniani come condizione per il loro appoggio al Senato.

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L’avvicendamento non c’è stato, e una dichiarazione congiunta di Ala – Scelta Civica ha chiarito che non ci sarà alcun sostegno al governo. Il primo delicato compito di Padoan sarà gestire il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena, dopo che il gruppo bancario non è riuscito a raggiungere un accordo con gli investitori privati entro le scadenze dettate dall’Unione Europea.

Riconfermati Madia (Semplificazione e PA — la cui riforma è stata recentemente bocciata dalla Corte Costituzionale), Orlando (Giustizia), Difesa (Pinotti), Calenda (Sviluppo Economico), Delrio (Infrastrutture e Trasporti), Martina (Politiche Agricole), Galletti (Ambiente), Poletti (Lavoro), Franceschini (Beni Culturali) e Lorenzin (Salute). L’unica a uscire di scena è Stefania Giannini, ex-Ministro dell’Istruzione e titolare della contestata Buona Scuola, sostituita dall’ex-sindacalista e senatrice del PD Valeria Fedeli. Fanno il loro ingresso nel governo anche la senatrice Anna Finocchiaro per i Rapporti con il Parlamento e Domenico Minniti, vicino a D’Alema, agli Interni.

Alcune inaspettate promozioni: in primis, quella di Angelino Alfano, che passa alla guida della Farnesina. Una nomina che fa discutere, alla luce del ruolo che l’ex-ministro degli Interni ha avuto nello scandalo Shalabayeva — senza dimenticare inoltre la mancata familiarità del leader di NCD con le lingue straniere.

Enrico Costa, altro alfaniano, da Viceministro della Giustizia viene promosso Ministro per gli Affari regionali, dando continuità al ruolo del Nuovo Centro Destra negli equilibri dell’esecutivo. La quota renziana resta garantita nella persona di Luca Lotti, giovane rampante della Leopolda, neo-Ministro dello Sport con delega all’editoria e segretario del CIPE.

L’altra grande sorpresa è la nomina di Maria Elena Boschi a segretario del Consiglio dei Ministri, ruolo finora ricoperto da Gentiloni. Unico Sottosegretario di Stato, viene elevata dunque a braccio destro del nuovo premier, dopo che negli scorsi giorni si ventilava una sua uscita di scena — la Boschi stessa aveva dichiarato di voler abbandonare la politica in caso di vittoria del No al referendum.

È proprio quest’ultima nomina a scatenare le reazioni delle opposizioni. In prima linea, il M5S e la Lega gridano allo scandalo, denunciando come la composizione del nuovo esecutivo rappresenti uno smacco a un elettorato che si è inequivocabilmente espresso contrario al governo Renzi. Sul blog di Beppe Grillo appare la convocazione a una grande manifestazione nazionale di dissenso, un “flashmob per la democrazia,” che si terrà il 24 gennaio.

Ce lo immaginiamo più o meno così:

Alle accuse di Sinistra Italiana di “governo Renzi-bis camuffato,” si accoda D’Alema che commenta lapidario: “Se la risposta all’esito del referendum, e al voto contrario dei giovani, è quella di spostare Alfano agli esteri per far posto a Minniti, allora abbiamo già perso 4 o 5 punti percentuali.”

Tutto questo mentre, in direzione nazionale, il PD matura quella che potrebbe rivelarsi una definitiva spaccatura tra l’ala renziana e la minoranza, rappresentata da Roberto Speranza.

Dopo il giuramento del governo, la prima incognita da svelare è quale scenario si proporrà in Senato, dove il mancato appoggio dei verdiniani di Ala potrebbe far saltare la maggioranza. In realtà, le indiscrezioni dal Palazzo vogliono che il nuovo governo possa contare su una maggioranza tra i 160 e i 170 senatori. Con ogni probabilità, stando alle ultime dichiarazioni, alcuni partiti di opposizione non parteciperanno al voto di fiducia per non legittimare il governo Gentiloni, facilitando così la procedura formale di conferma dell’esecutivo.

La domanda che tutti si fanno è se, al di là delle intenzioni dichiarate, questo governo sarà davvero a “scadenza breve,” cioè se una volta approvata la nuova legge elettorale si andrà alle urne, oppure se si dovrà attendere la fine della legislatura nel 2018. La stessa genesi della nuova legge elettorale è avvolta nell’incertezza: Forza Italia, in calo di consensi, caldeggia un ritorno al proporzionale, con meccanismi correttivi minimi, in un revival della Prima Repubblica che commuove tanti nostalgici.

Al contrario, il M5S, sempre dichiaratosi avversario dei sistemi maggioritari, che “distorcono le intenzioni dell’elettorato e minano il principio di rappresentanza,” fa clamorosamente retromarcia e, in odore di vittoria, preme per le elezioni anticipate, non appena la Consulta si pronuncerà sulla legittimità dell’Italicum. La Lega invece si fa promotrice di un’iniziativa di raccolta firme per andare a elezioni con il Mattarellum. Con una frattura simile tra le principali forze parlamentari, diventa difficile prevedere quando si raggiungerà un accordo e sarà inevitabile a questo punto che il PD, che il 5 dicembre per voce di Renzi aveva lanciato la palla al Parlamento, faccia sentire il proprio peso numerico nelle due Camere.

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