Ancora prima del voto, era moneta comune l’abbinamento di questo referendum con gli altri due grandi appuntamenti elettorali che hanno segnato la politica occidentale del 2016 — il referendum sulla Brexit e l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti. E dato che questi ultimi due episodi sono stati già ampiamente incasellati in uno schema di lettura che vede contrapporsi il populismo da un lato e le democrazie liberali in disfacimento dall’altro, è venuto quasi automatico fare la stessa cosa con il nostro referendum costituzionale.

È un’interpretazione in gran parte alimentata anche dalla stampa estera, tra gli scenari apocalittici prospettati dal Financial Times in caso di vittoria del No (che, a giudicare dall’andamento dei mercati stamattina, erano largamente esagerati) e i vari commenti sul referendum come next big thing nel domino dell’Unione Europea.



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Oggi si possono leggere diverse considerazioni di senso opposto, a marcare le dovute distinzioni fra tre casi complessi e meritevoli di analisi distinte, ma lo spettro dell’“onda populista” rimane nei titoli, nei commenti sui social network, e tra le righe di molti editoriali post-voto — uno su tutti, quello di Maurizio Molinari su La Stampa, in cui si trovano tutte le parole chiave del genere letterario: popolo della rivolta, movimento di protesta, ceto medio impoverito, establishment.

In realtà, il quadro del voto di ieri non permette una lettura univoca di questo tipo: sono troppe le motivazioni incrociate e conflittuali che hanno spinto al voto il 69% dei cittadini, per cui non è possibile parlare di un solo Sì e di un solo No. Proprio per questa impossibilità di districare un voto “puro” sul merito della riforma costituzionale, come sarebbe dovuto essere nel magico mondo della democrazia ideale, rendeva questo referendum ingiusto e sbagliato in partenza. Senza contare il fatto che, a differenza di Brexit e Trump, a fronte della caduta del governo (tutto sommato niente di grave, in un regime parlamentare) questo voto non provoca nessuno stravolgimento istituzionale — che al contrario ci sarebbe stato se avesse prevalso il Sì: è un voto, per quanto sicuramente al di là delle intenzioni degli stessi votanti, conservativo — per la stabilità, annota paradossalmente Stefano Feltri sul Fatto Quotidiano. Segno che le parti in gioco sono facili da ribaltare.

Il voto su una riforma voluta dal governo, scritta dal governo e patrocinata praticamente soltanto dal governo non poteva che essere un voto sul governo, malgrado i timidi tentativi di de-personalizzazione in corsa avanzati da Renzi. Tutto il percorso referendario, d’altronde, si inserisce in un suo azzardo politico che soltanto il tempo rivelerà fallimentare o meno — determinante sarà la consistenza di questo 40%, se si ripeterà alle elezioni politiche oppure no.

Da questo punto di vista, la mossa di Renzi si può effettivamente paragonare a quella di Cameron in Regno Unito, nonostante la diversa posta in gioco: anche in quel caso il referendum è stato fortemente voluto da chi, alla fine, ne è uscito sconfitto. E, come Cameron, anche Renzi ha cercato di battere i propri avversari mutuando gran parte della loro retorica — per esempio, dando vita prima del voto a una specie di balletto su chi è più anti-establishment degli altri. Sotto questo profilo, le campagne per il No e per il Sì si sono mosse lungo gli stessi binari, come se gli elettori dovessero decidere se è peggio chi si fa difendere da JP Morgan o chi difende il CNEL e gli stipendi dei senatori.

Continuano sugli stessi binari anche ora: su Twitter si battibecca a colpi di hashtag tra chi dice “ha vinto la democrazia” e chi “ha vinto il populismo.” In realtà — cercando di intendere questa parola abusata con un significato il più possibile appropriato: un tipo di propaganda tossica, iper-semplificata, non esente dalle distorsioni e falsità evocate dallo stesso Renzi nel suo discorso di dimissioni — il “populismo” ha giocato un ruolo pesante in entrambi gli schieramenti. Ed è naturale, in un Paese in cui il dibattito pubblico è impoverito non certo da ieri.

Anche l’esito, largamente previsto, è naturale. Il referendum era dovuto, non essendo passata la riforma con la maggioranza dei due terzi in Parlamento, ma Renzi si era detto deciso a sottoporla al suffragio popolare anche in caso di maggioranza qualificata. Il voto di ieri non segna la vittoria di nessuno, ma la prevedibile sconfitta di un leader che, a metà mandato, inevitabilmente e legittimamente è additato come responsabile delle manchevolezze del suo governo.

Le destre esultano — non solo in Italia — ma esulta anche una larga parte della sinistra che, non solo all’interno della minoranza PD, ha sempre rifiutato la logica del “male minore” per scongiurare una vittoria leghista-lepenista o, più probabilmente, del guazzabuglio ideologico pentastellato. Il 60% del No non è facile da scorporare a favore di nessuna di queste tre parti — ma la differenza cruciale sta fra chi ha una prospettiva politica realistica di medio-lungo termine, e chi no.

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