A cura di Dikotomiko Cineblog.


Datemi una parola, e vi racconterò un mondo. La parola di oggi non ci appartiene per via di madrelingua, arriva a noi da lontano e volentieri si presta ai nostri obblighi di fratellanza. La parola è: talkative. Concisa, precisa, decisa. Adesso potrei inondare la pagina di numerose traduzioni, eterogenee ma tutte calzanti, potrei banalizzare la vox media estrinsecando accezioni negative e positive. Talkative può infatti significare verboso, o ciarliero, loquace, o chiacchierone, parolaio, o, in fondo in fondo, garrulo. Come spesso accade con la lingua inglese, un aggettivo è come una cellula dormiente, pronta a scatenare la sua pregnanza esplosiva in presenza del giusto contesto. Parlando di cinema, invece, non occorre estrinsecazione alcuna —  talkative ha un unico vero significato: Kevin Smith.

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Come fosse un contrappasso, si parla sempre tanto di Smith e dei suoi film, spesso con un’acredine esagerata, in parte giustificata dall’unicità della sua filmografia. Unica, in quanto difficilmente inquadrabile, capace di deviare e intraprendere strani sentieri di mattoni gialli, prescindendo dai desiderata dei fan e dei produttori.

Indipendente, Kevin Smith è quintessenzialmente indipendente: non dipende da un genere, non dipende dal successo.

Fa sostanzialmente quello che gli passa per la testa, solo che, al momento, le idee che gli passano per la testa sono fiumi di parole, e lui fa il mago, fa scaturire le storie — e le visioni — dalle parole, in libera quanto estemporanea associazione.  Questo Yoga Hosers, ad esempio, è un film che come il precedente Tusk si vorrebbe inquadrato in una trilogia del Nord, storie improbabili di un Canada immaginario e immaginifico. La scelta del Canada ovviamente non è casuale: il Canada è il Nord America di cui solitamente non si parla, doveroso quindi che a parlarne sia Mr. Talkative.



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Dentro il Canada poi c’è l’Ontario, che pare un’escrescenza dei vicini USA, c’è il Quebec, che è una delle più grandi bizzarrie linguistiche del mondo, dove non si parla il francese o l’inglese, ma una lingua contaminata da cui scaturisce un imprevedibile senso — il francesoide? L’inglesoide? — e c’è Manitoba. Qui Smith piazza le Coleens, commesse di un drugstore dal nome alfanumerico (Eh-2-Zed), diuturnamente aperto. Le Coleens, bionde, virginali, querule, gemelle diverse, nella vita reale sono due figlie-di, una proprio di Smith, l’altra della coppia anglofrancofona  Johnny Depp-Vanessa Paradis. Sono funzionali all’idea di cinema di Smith in quanto talkative, capaci di parlare velocemente e ritmicamente — suonano e cantano davvero, rock e rap — e di prestarsi ai suoi esperimenti eugenetici sulla parola.

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Il film comincia infatti con una performance canora, cui segue, come da migliore tradizione dell’autore, una successione ultrarapida di scambi di battute, commessa-commessa, commessa-cliente, cliente-cliente, all’interno del negozio. È la contestualizzazione del discorso, la costrizione che Smith impone alla libera circolazione delle idee. Mentre si è intenti — nella versione in lingua originale, of course — a comprendere le storpiature e le cacofonie dell’inglese canadese — aboot, pronunciato mille volte al posto di about — ecco che la distorsione del linguaggio si fa imprevedibile nella forma udibile di una parola tedesca, ostile eppure a suo modo familiare: wunderbar! È pronunciata dal basso, soffusa, striscia nelle pieghe del lingo ufficiale per intrudersi in esso e devastarlo dall’interno.

Wunderbar è infatti il mantra, il grido di battaglia delle abominevoli salsicce naziste, strani esseri e minuscoli, agghindati come generali prussiani con le sembianze di Smith medesimo, che penetrano per via anale nel corpo di ignari malcapitati canadesi. Prima che vada in scena l’apocalisse dei Bratzis (i naziwurstel), Smith si prende tutto il tempo che vuole per esplorare lo strano mondo delle quindicenni, il liceo, le amicizie, il rapporto con le strampalate famiglie. Le due sono millennials (generazione “why me?”, dice la loro preside), si esprimono a botta di immagini e schermate condivise, ma saturano i jpeg d’ordinanza con un’overdose di descrizioni, didascalie e commenti, quasi a sancire che l’immagine, senza parola, è priva di senso. Le Coleens praticano uno yoga improbabile, in cui le asana lasciano il posto ad un chiacchiericcio interminabile con il glitterato yogin.

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Parole, ancora parole, come gli scambi di battute con Guy Lapointe (un Johnny Depp grottescamente agghindato e sproloquiante), investigatore sulle tracce di un Canadian Führer dal nome allitterante, tale Adrien Arcand che sognava l’esportazione del Reich nelle terre canadesi, prima di approdare alla scienza occulta e di partorire, per clonazione, un esercito di naziwurstel nati prematuri.

Gli omicidi perpetrati dai mostri incursori si moltiplicano: anche due ragazzi satanisti e infoiati, che attentavano a vita e virtù delle illibate Coleens, vengono violati e ammazzati. Si arriva al redde rationem in due distinte fasi. Nella prima, le Coleens fanno strage di salsicce crucche a colpi di scopa, la ramazza come sola igiene del mondo, e i colpi sono sovrascritti di fumettistiche onomatopee, perché ovviamente la parola deve prevalere sull’azione. Nella seconda, Il fuhrer Arcand si manifesta e dà vita al suo mostro, il Goalie Golem (allitterazione, anche qui, e saluti al Verbo e alla cultura ebraica), un Frankenstein, un cavallo di Troia in patchwork di pelle umana ripieno di naziwurtsel, che uccide il suo stesso creatore ma viene sconfitto dallo yoga marziale delle intrepide bionde. Namasté per tutti alla fine, le Coleens nei titoli dei principali rotocalchi canadesi, e una canzone cantata da loro a chiudere il film.

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Presentato in Italia, al recente Torino Film Festival, Yoga Hosers è stato preso a male parole da critica e pubblico con qualche ragione, vivendo su una sceneggiatura a dir poco esile e su uno sviluppo che fa pensare alla sintomatologia della sindrome di Tourette. Lo sviluppo visivo, inoltre, non pare giustificare il budget più che discreto a disposizione di Smith — si parla di 4 milioni di dollari. È tuttavia un film fatto in assoluta, autoreferenziale libertà creativa come dichiarato dallo stesso autore, un esperimento linguistico che porta una ventata di sana anarchia nel desolato panorama del linguistically correct. Il nostro giudizio, pertanto, resta entusiastico: wunderbar, goddamned yoga hosers!

— FIN —

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