Domenica 4 dicembre in Austria sarà ripetuto il ballottaggio per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Il secondo turno delle presidenziali austriache si era già tenuto il 22 maggio, quando il candidato sostenuto dai Verdi, Alexander Van der Bellen, era prevalso per poco più di 30mila voti su Norbert Hofer del Partito per le Libertà dell’Austria (FPÖ, estrema destra).

L’esito del voto era stato però successivamente invalidato dalla Corte costituzionale austriaca: accogliendo il ricorso presentato dal partito di Hofer, la corte aveva verificato estese irregolarità formali nel conteggio dei voti inviati via lettera e, pur non trovando elementi che facessero pensare a manipolazioni del risultato, aveva ordinato la ripetizione del ballottaggio. La ripetizione, inizialmente prevista per il 2 ottobre, è stata posticipata al 4 dicembre dopo che a inizio settembre erano emersi difetti di fabbricazione nelle buste stampate per l’espressione del voto via lettera.



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I candidati a Presidente della Repubblica – Bundespräsident – sono Alexander Van der Bellen, 72 anni, professore emerito di economia all’Università di Vienna ed ex leader dei Verdi, e Norbert Hofer, 45 anni, ingegnere aeronautico, politico di spicco dell’FPÖ e terzo Presidente dell’assemblea nazionale, la camera politica del parlamento austriaco (quelli che in Italia si chiamano vicepresidenti, in Austria vengono invece “numerati” in ordine di importanza). In quanto terzo presidente del Nationalrat, peraltro, Hofer attualmente ricopre anche la carica di Presidente della Repubblica ad interim insieme ai colleghi presidenti dell’assemblea Doris Bures e Karlheinz Kopf.

Benché l’Austria sia una Repubblica semipresidenziale e la Costituzione assegni al Bundespräsident ampie prerogative, per consuetudine la sua figura è sempre stata soprattutto cerimoniale, mentre il potere esecutivo è esercitato dal Kanzler, il cancelliere, che presiede il governo: un assetto molto simile, da questo punto di vista, a quello italiano.

E in effetti per questo incarico vengono di solito scelti politici piuttosto anziani (l’età media alla nomina degli 8 Presidenti austriaci del dopoguerra è di 67 anni; 5 di loro sono morti mentre erano in carica), che durante il mandato tipicamente guadagnano popolarità e simpatia tra la popolazione (il video sottostante del Presidente uscente Heinz Fischer dà un po’ l’idea), per poi venire rieletti con grandi percentuali.

Ma il fatto che il Bundespräsident venga scelto direttamente dai cittadini fa della sua elezione un importante test elettorale per le forze politiche: soprattutto in questa tornata elettorale, molto più politicizzata delle precedenti. Il valore politico delle presidenziali 2016, inoltre, va molto al di là del Paese alpino.

Già da una prospettiva interna si tratta di elezioni storiche, perché per la prima volta il Presidente austriaco non sarà espresso né dai democratici della SPÖ, né dai conservatori della ÖVP, cioè i due partiti che hanno dominato la politica del Paese per tutto il dopoguerra e e che formano l’attuale coalizione di governo.

I deludenti risultati raccolti al primo turno, alla fine di aprile, dal socialdemocratico Rudolf Hundstorfer (11,3%) e dal conservatore Andreas Khol (11,1%), letti come una bocciatura del governo allora in carica, avevano portato in maggio alle dimissioni del cancelliere Werner Faymann e alla formazione di un nuovo governo guidato dall’attuale Kanzler Christian Kern, ex amministratore delegato delle ferrovie austriache.

Il fatto che il Bundespräsident venga scelto direttamente dai cittadini fa della sua elezione un importante test elettorale per le forze politiche

Ad approfittare del crollo dei partiti istituzionali è stata soprattutto la FPÖ (Freiheitliche Partei Österreichs). I quasi 1,5 milioni di voti (35,1%) ottenuti da Hofer al primo turno costituiscono infatti il miglior risultato mai ottenuto in un’elezione aperta dal partito: una formazione di estrema destra fondata negli anni Cinquanta da ex ufficiali nazisti e rimasta largamente minoritaria fino agli anni Novanta, quando sotto la guida di Jörg Haider arrivò a conquistare oltre un quarto dell’elettorato e ad andare al governo in coalizione con i conservatori della ÖVP, tra il 1999 e il 2002.

manifesto-hoferDopo una flessione nei consensi seguita a una scissione e l’uscita di scena di Haider, la leadership dell’FPÖ è stata assunta da Heinz Christian Strache, che accentuando la retorica euroscettica e xenofoba del partito è arrivato a portarlo stabilmente oltre il 30% nei sondaggi. Un traguardo raggiunto anche lucrando politicamente sulla crisi dei rifugiati seguita all’arrivo in Austria di centinaia di migliaia di richiedenti asilo dalla cosiddetta rotta balcanica nell’estate 2015.

Dal punto di vista elettorale, insomma, già il primo turno aveva confermato la crescita dell’FPÖ osservata nei sondaggi, facendone virtualmente il primo partito austriaco. E dato che la scadenza naturale della legislatura in corso non è lontana (2018), queste presidenziali sembrano prefigurare a una vittoria dell’FPÖ alle elezioni politiche, che potrebbero anche essere anticipate al 2017, se il nuovo Presidente decidesse di convocarle (scenario da non escludere, in caso di vittoria di Hofer).

Se il primo turno ha già avuto conseguenze importanti, ancora più rilevante è stato il risultato del ballottaggio del 22 maggio, in cui Hofer ha sfiorato la vittoria, fermandosi al 49,7%, raccogliendo oltre 2,2 milioni di voti. A un passo, cioè, dal diventare il primo capo di Stato di estrema destra in un Paese dell’Unione Europea nel dopoguerra.

Norbert Hofer

Norbert Hofer, FPÖ.

Ecco perché il valore di queste elezioni è ben più ampio delle ricadute, immediate e future, sulla politica austriaca: perché si inserisce nel generale contesto di affermazione dei movimenti populisti – populisti di destra, più precisamente – nelle democrazie occidentali.

La stessa vittoria di misura di Van der Bellen in maggio non era stata raccontata come la storica ascesa di un verde a capo di Stato europeo, ma come un argine all’ondata populista in Europa. Ed era il 22 maggio, cioè prima di Brexit e dell’elezione di Donald Trump. Se il 4 dicembre a prevalere dovesse essere Hofer, insomma, il trend dell’avanzata del populismo in Occidente troverebbe una nuova conferma.

Hofer è a un passo dal diventare il primo capo di Stato di estrema destra in un Paese dell’Unione Europea nel dopoguerra.

Come ha evidenziato una recente analisi di Agence France Presse, l’Austria, 8,7 milioni di abitanti, ha un’economia tra le più prospere in Europa – il deficit è all’1%, il tasso di crescita dell’1,3% annuo – ed è tra i Paesi che più hanno beneficiato dell’allargamento a est dell’Unione Europea, ma il tasso di disoccupazione è in crescita, a causa dell’aumento dell’età pensionabile e della presenza di 160 mila lavoratori provenienti da altri Paesi UE.

Anche qui si possono osservare fenomeni come il progressivo impoverimento delle classi medie e un crescente senso di insicurezza sociale, nonostante il solido sistema di welfare che è uno dei tratti distintivi del Paese alpino. In campagna elettorale – che è stata definita “la più sporca degli ultimi decenni” e dopo quasi un anno tra colpi di scena, arresti e riprese, lascia un elettorato esausto e polarizzato – si è parlato soprattutto di immigrazione, dei rapporti con l’UE e la Russia, di come i candidati interpreterebbero, se eletti, il ruolo di Bundespräsident.

manifesto-van-der-bellenSull’immigrazione Hofer segue la linea dura del suo partito. Per avere un’idea del tenore delle sue affermazioni, ha dichiarato che “l’Islam non è parte dell’Austria” e ha falsamente sostenuto che ogni rifugiato costi allo Stato la cifra astronomica di 277 mila euro all’anno; mentre Van der Bellen ha modificato il suo iniziale “refugees welcome” verso una posizione più moderata, aperta all’accoglienza ma solo nei limiti delle possibilità del Paese accogliente.

Quanto a UE e Russia – e qui bisogna ricordare che l’Austria è entrata nell’Unione Europea solo nel 1995 e dal punto di vista militare è neutrale e non fa parte della NATO – il candidato dei Verdi è su posizioni chiaramente europeiste e lievemente atlantiste, mentre Hofer guarda con più favore alla Russia di Putin e si è detto aperto alla possibilità di indire un referendum sulla permanenza del Paese in UE (innescando dibattiti su quella che i giornali hanno prontamente ribattezzato “Öxit”).

Stimmen für Van der Bellen

Stimmen für Van der Bellen, Verdi

I due candidati sembrano invece condividere un’interpretazione più attiva della Presidenza della Repubblica, diversa quindi dall’abituale Rollenzverzicht  – la prassi per cui il Bundespräsident non entra nel merito delle questioni politiche, lasciate a parlamento e governo – a cui si erano attenuti i loro predecessori. Hofer ha promesso che sarebbe pronto a ritirare il mandato al cancelliere in carica se il governo non dovesse “fare il bene degli Austriaci”, Van der Bellen ha detto che non affiderebbe l’incarico di formare l’esecutivo al candidato cancelliere della FPÖ nemmeno se questi vincesse l’elezioni, argomentando che il Partito delle Libertà è antieuropeista e quindi in contraddizione con l’appartenenza dell’Austria all’UE.

Secondo la maggioranza dei sondaggi Van der Bellen e Hofer sono sostanzialmente appaiati, con il candidato dell’FPÖ in leggero vantaggio. Si vota domenica 4 dicembre, i seggi chiuderanno alle 17 nella maggior parte delle circoscrizioni. Le operazioni di scrutinio inizieranno subito dopo, ma per il conteggio dei voti via lettera – che al ballottaggio del 22 maggio risultarono decisivi, e questa volta potrebbero essere oltre 800 mila – non inizierà fino alla mattina di lunedì 5 dicembre, come da regolamento.

Dopo la sentenza di annullamento del precedente ballottaggio, infatti, questa volta il Ministero degli Interni ha ordinato agli scrutatori di seguire alla lettera i regolamenti, cosa che potrebbe prolungare le operazioni: secondo il ministro degli Interni Wolfgang Sobotka, il risultato definitivo dovrebbe essere annunciato la sera di lunedì 5 o al più tardi nella giornata di martedì 6 dicembre.

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