Ve ne abbiamo parlato con l’attivista Thomas Lohninger lo scorso luglio, quando l’Europa doveva esprimersi in materia di Net Neutrality, e l’allora Commissario europeo per l’agenda digitale, il famigerato Günther Oettinger aveva presentato il suo “Manifesto 5G,” che prometteva internet velocissimo senza tutte le cose belle di internet.



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All’epoca Lohninger ci aveva avvisato dei pericoli del cosiddetto zero-rating, che sia l’Unione Europea che gli Stati Uniti avevano deciso di tenere fuori dal pacchetto di regolazioni per internet. È ogni giorno piú chiaro che le preoccupazioni degli attivisti europei erano ben fondate — lo zero-rating verrà usato nei prossimi mesi, forse anni, come cavallo di Troia per smontare lentamente le pressioni dei consumatori a favore di un Internet aperto.

Che cos’è lo zero-rating?

Con zero-rating si intendono i pacchetti di offerte organizzati dai gestori, soprattutto mobili, ma, come vedremo, anche fissi, di “scontare” dal proprio tetto di traffico mensile i dati verso servizi offerti dall’azienda stessa o da partner. Ad esempio: un contratto dati tipico in Europa prevede tra 1 e i 3 gigabyte mensili di traffico dati al mese. Fare streaming musicale, su Spotify o Apple Music ad esempio, “consuma” circa un megabyte al minuto — ogni gigabyte insomma garantisce 16 ore di ascolto. Insomma: ascoltare musica dal telefono non consuma tanto, in nessun modo, ma alla lunga non è difficile immaginare di superare i limiti, soprattutto se i vostri massimali sono in realtà settimanali, moltiplicati per quattro.

La forza dello zero–rating sta in questo: offre un piccolo regalo — streaming, chat, o navigazioni illimitati — in cambio del sacrificare la propria libertà a un po’ di controllo da parte del conglomerato di turno.

È notizia di oggi la nuova offerta proposta dalla statunitense AT&T: il colosso, che controlla da solo il 44% del mercato dei servizi di telefonia mobile, ha lanciato una nuova offerta con DirecTV Now, in modo che lo streaming video da cellulare verso quella piattaforma non conti sui consumi dell’utente.

Si tratta, ovviamente, di una manipolazione aggressiva del mercato. DirecTV, azienda specializzata nei servizi satellitari, non è mai riuscita a sfondare nel mercato dello streaming online.

AT&T ha acquisito l’intera società la scorsa estate, nel luglio 2015. Oggi, abusa della propria posizione di mercato per cercare di imporre agli utenti un servizio di streaming che nessuno vuole — la posizione di Netflix, rispetto piccolo mercato europeo in cui ha il dominio totale, è  piú contesa, con il successo di HBO Now e dell’offerta di Hulu Plus e dozzine di altre alternative, sia da direttamente dalle scuderie di canali satellitari che da nuove startup.

AT&T, ovviamente, offre una soluzione per le aziende che vogliono, banalment,e competere ad armi pari con il servizio offerto dall’azienda: attraverso il pacchetto “Sponsored Data”, che permette loro di comprare il traffico che consumeranno i proprio utenti.

Non è difficile immaginare che, posti di fronte all’offerta — DirecTV Now diventa così l’unico servizio di streaming video abbordabile per chi viaggia o pendola — molti utenti proveranno per la prima volta il servizio, e malgrado la sua offerta sensibilmente inferiore a quella di Netflix e in particolare Hulu Plus, e certamente alcuni decideranno di accontentarsi, scambiando i contenuti originali di Netflix o il catalogo incredibile da giorno dopo di Hulu Plus per la comodità di poter guardare una serie tv in streaming in treno.

Il problema dello zero–rating è molto diffuso anche in Italia e in Europa. A inizio mese, Virgin Media, il primo gestore virtuale britannico — un po’ come i nostri Poste Mobile e Fastweb — ha annunciato che il traffico su WhatsApp e Messenger sarà zero–rated, in Italia TIM offre il traffico verso il proprio servizio di streaming musicale TIMMusic, che come DirecTV Now, nessuno altrimenti si filerebbe di striscio, e Vodafone comprende nei propri piani dati un pacchetto di “musica gratuita” molto vasto, che comprende Spotify, Soundcloud, e Apple Music ma anche le principali radio FM italiane, da 105 a RDS.

È difficile spiegare ai consumatori che queste offerte sono problematiche — come si dice, a caval donato non si guarda in bocca — ma le pratiche di zero-rating trasformano in fretta le persone in schiavi delle collaborazioni tra brand: è facile immaginare pressioni in gruppi di amici, o in famiglia per convertire i poveretti che vorrebbero usare iMessage, o Telegram o qualsiasi altro servizio, e non abbiamo bisogno di immaginare quanto sia in salita trovare ascoltatori “mobili” su Vodafone per le radio, indipendenti, giovani, senza soldi non comprese nel pacchetto zero–rated.

In conclusione, l’incubo tirannico della rete non neutra rientra così dalla finestra dopo essere stato cacciato fuori di casa. Qui avevano sbagliato gli attivisti negli scorsi anni: il colpo di grazia alla net neutrality non si faceva dividendo internet “in canali” e facendo pagare di piú gli utenti, ma creando un labirinto di spese aggiuntive o proibitive per nuovi competitor, con l’unico obiettivo di cementare il controllo dei media nelle mani di enormi conglomerati al di fuori del quale è impossibile produrre qualsiasi tipo di contenuto, di informazione o creativo. (E anche al loro interno non è che si stia meglio.)

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