Questa mattina sono usciti i nomi della nuova lineup del Primavera Sound, il festival pot-pourri di Barcellona che ogni anno apre l’estate musicale nel peggiore dei modi.

Costeggiava con bravura l’argomento Virginia Ricci su Noisey lo scorso gennaio — tutti gli headliner del Primavera sono, per dirlo educatamente, dei vecchiacci, gente che è così lontana dal proprio secondo LP (quello deludente), che siamo già nella fase in cui lo si sta rivalutando.



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È in parte ingiusto valutare la quota indie, alternativa o giovanile del Primavera Sound perché, sebbene condivida lo spirito dei grandi festival europei e statunitensi, il Primavera è genuinamente un festival del ventunesimo secolo: quando la scena alternative è definitivamente confluita in quella indie, con piú di una conseguenza oltre il cambio di termine piú diffuso.

La lineup di quest’anno, headliner da Arcade Fire a Van Morrison, passando per gli Slayer

(Sì, questi Slayer)

è l’ultimo sintomo di una scena che ha perso ogni forma di identità, sia musicale che sociale, e politica.

È inutile non scorrere i nomi, e, se pure si sorride nell’incontrare tanti artisti familiari, chiedersi cosa ci faccia tutta questa gente insieme— perché Arcade Fire e Slayer suonano nello stesso festival? Tycho, e King Gizzard & the Lizard Wizard? Whitney, e Chk Chk Chk? Alexandra Savior, e Iosonouncane?

15304327_10154787158383156_7838273032265360973_oÈ la lineup di un festival finito, che mette in cima ai propri headliner il gruppo che aveva aperto due anni prima, praticamente di casa a questo punto, e che continua senza apparentemente nessuna logica — con che gusto, con che senso, sono stati messi insieme questi artisti? La sensazione è che si tratti prima di tutto di una ammucchiata, una extravaganza di nomi messi insieme da un unico comune denominatore: chi viene?

L’altra faccia di questa medaglia è, ovviamente, il costo assurdo dell’evento — se comprate oggi si parte da 175 euro a biglietto, ma parliamo di prezzi early bird — che ha bisogno di nomi giganteschi per trovare una giustificazione.

Sono tantissimi per fortuna, nel mare di nomi che copre il poster del festival, gli artisti davvero indipendenti, alternativi, abbastanza sconosciuti, che suoneranno a Barcellona. Ma sono schiacciati, sovrastati da nomi che di indie hanno soltanto la provenienza tribale, e sembrano presenti quasi solo come atto confermativo del proprio brand — sì, guardate quanta gente davvero mai sentita suona qui, e sentirete che bravi.

Sia chiaro che non c’è niente di male nell’ascoltare gli xx e Bon Iver e perfino gli Arcade Fire. 22, A Million è piaciuto un sacco anche a me, anche se tempo sia il prossimo giugno mi avrà stufato tre volte almeno.

E non c’è niente di male nel fare festival, appunto, extravaganza, in cui si decida di non esprimere alcuna opinione — il problema, tuttavia, sta nel risultato. In qualche modo, la festa deve stare insieme: è un sabba per la Festa delle luci, o un pranzo di Natale? 

Infine, non c’è niente di male nell’essere artisti di musica indipendente e avere successo. Anzi, non è forse quello lo scopo, dei musicisti e dei festival, di attrarre sempre piú persone?

Piú o meno. Per il mercato, certamente. Per fare un bel festival, dipende da che tipo di festival si ha in mente e che cosa si intende per musica indipendente.

Lo scorso secolo, il rock (in origine si poteva dire “il rock,” poi le cose si sono fatte un po’ piú complicate), aveva un ben preciso valore politico e sociale. Andare al Gasto nel 1970 era, nel contesto di un evento pop, un gesto di ribellione — la ribellione quella vera, che si fa da giovani. Il biglietto costava una sterlina. Oggi, andare al Primavera non ha alcun un valore sociale e politico.

Ma allora: se la lineup unisce artisti sconosciuti a gruppi da spot di automobili, se non solo non c’è nessuna identità di genere musicale, ma neanche la volontà di definire un canone, se non c’è un valore sociale, se non ci sono battaglie politiche— Perché esiste il Primavera Sound? Cosa unisce chi ci va, le camicie con le stampe inca?

Per duecento euro, speriamo almeno ci si diverta.

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