C’è una scena ne Il Padrino – Parte II in cui Michael Corleone si reca a Cuba per discutere di affari con gli esponenti delle altre organizzazioni mafiose. Durante un incontro, il regista Francis Ford Coppola fa dire ad Al Pacino — l’attore che interpreta Michael — la seguente frase: “Oggi ho visto una scena curiosa, un ribelle ha preferito uccidersi con una granata piuttosto che essere catturato vivo, e nel farlo ha portato con sé un generale”. A rispondere è il personaggio di Hyman Roth, ricco e potente capitalista ebreo che controlla il giro di affari cubano, “questo Paese ha avuto ribelli per cinquant’anni, è nel loro sangue.”

Vent’anni dopo la rappresentazione ne Il Padrino della caduta del dittatore Batista e la liberazione dell’Avana, Coppola e Scorsese riescono a distribuire nei cinema statunitensi il film Soy Cuba, una pellicola dimenticata per lungo tempo dalla storia del cinema, che oggi rientrerebbe nel genere mockumentary. Grazie agli sforzi dei due registi della New Hollywood il film è considerato uno dei più interessanti punti di vista culturali sulla rivoluzione cubana, ma soprattutto uno spaccato dei meccanismi di propaganda della guerra fredda.

Mikhail Kalatozov (1903–1973)

Mikhail Kalatozov (1903–1973)

Il film venne infatti commissionato nel 1964, durante il periodo di maggior collaborazione tra l’URSS e il nuovo governo di Fidel Castro. La regia fu affidata al regista russo Mikhail Kalatozov dall’Instituto Cubano del Arte e Industrias Cinematográficos e dalla Mosfilm, le principali case produttrici dei due Paesi. Kalatozov decise di non adottare una narrazione unitaria, ma di descrivere i vari aspetti della società cubana attraverso quattro storie, legate da una voce narrante definita The Voice of Cuba.

Influenzato dalle immagini di Orson Welles, del Neorealismo italiano e dalla Nouvelle Vague francese, il regista russo fonde i tratti tipici della propaganda cinematografica a sfumature più artistiche. All’inizio di Soy Cuba sorvoliamo oniricamente la costa cubana mentre la Voce di Cuba ci accompagna dolcemente verso le sue rive. Poi, bruscamente, siamo trasportati sul tetto di un casinò, stracolmo di quelli che potremmo definire “simboli del capitalismo” — donne, alcol e musica.

Il magnifico piano sequenza – eseguito grazie a strumentazione sovietica – è la prima di molte scelte registiche che plasmano il fascino del film. La storia iniziale si svolge proprio tra i fumi delle sale da ballo, in cui viene sottolineata la spregiudicata prepotenza degli uomini d’affari stranieri e dei mafiosi descritti successivamente da Coppola nel Padrino. È solo dopo quaranta minuti di film però che incontriamo l’autentico volto di Cuba: la povertà e la disillusione, ma anche la tenacia. Simboleggiati dal contadino Pedro, costretto a rinunciare al suo raccolto perché cresciuto sul terreno di proprietà della United Fruit. Il raccolto di canna da zucchero – qua in sostituzione al grano tipico della propaganda comunista – è l’allegoria marxista di una libertà sociale legata al lavoro. Ma è nella terza storia che Kalatozov raggiunge i suoi risultati migliori.

Dopo aver tracciato i soprusi e le difficoltà affrontate dal popolo cubano, il film si apre a una narrazione esplicitamente politica. Attraverso la descrizione delle lotte studentesche sentiamo pronunciare per la prima volta il nome di Fidel Castro e osserviamo il contrasto al regime di Batista da parte dei giovani intellettuali cubani.

È solo dopo quaranta minuti di film che incontriamo l’autentico volto di Cuba: la povertà e la disillusione, ma anche la tenacia.

I conflitti interni, superati per il bene della rivoluzione, sono rappresentati in anni in cui la ferita era ancora aperta. Riprova di quanto gli attori sentissero proprie le scene interpretate è il magistrale piano sequenza girato fra i tetti dell’Avana mentre per le strade si svolge il funerale di uno studente.

È con questa scena che il regista russo raggiunge l’apice della propria espressione artistica. Messa da parte la propaganda, riesce a inquadrare il dolore di un intero Paese.

Dalle lotte studentesche si passa, nell’ultimo dei quattro racconti, alle lotte armate tra i monti della Sierra Maestra. Un contadino, privato della propria casa e con il figlio ucciso dalla milizia, si arruola con i guerriglieri di Castro per liberare il Paese. Abbandonate le scelte autoriali, l’ultimo capitolo è il più ingenuo e il meno poetico dei quattro. Forse a ricordarci che l’intento della pellicola è uno solo: raccontare le motivazioni e il risultato della rivoluzione cubana.

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Alla sua uscita il film fu disprezzato da entrambe le critiche. I cubani videro in Soy Cuba una rappresentazione stereotipata delle abitudini e della storia cubana, mentre i russi lo ritennero troppo poco rivoluzionario e lascivo nei confronti della borghesia. Il film fu archiviato come esperimento di propaganda fallito, per poi essere riscoperto trent’anni dopo da autori che nei piani sequenza videro un’autenticità introvabile in altre pellicole.

Con la morte di Fidel Castro le nuove generazioni riscoprono un periodo storico che non hanno vissuto ma che ha inciso profondamente sul quadro politico contemporaneo. Soy Cuba, sebbene di parte, è il perfetto punto di partenza — politico e culturale — per avvicinarsi alla storia della rivoluzione cubana.

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