È iniziata la penultima settimana pre-referendaria, e i toni si alzano ancora di piú, se possibile. Due ore fa, al momento della scrittura, Beppe Grillo ha chiamato il Governo e quelli del comitato per il Sì (ah, è solo il Pd), “serial killer della vita dei nostri figli tra vent’anni.”

Sorvolando sulla differenza tra i serial killer di vite e i serial killer di persone, o di quanto bene se la stia passando Twitter in questo momento, è solo uno degli innumerevoli esempi di accelerata su toni che sempre piú vanno nella farsa. E così, dove chi è per il No può vantare una grande varietà di sciocchezze e sparate, il Sì ne ha meno in tasca — sono molti meno i politici e le personalità schierate col Governo — ma alcune sono particolarmente autorevoli, o esemplari, come l’editoriale folle apparso ieri pomeriggio sul Financial Times che preannuncia, nel titolo, “Il referendum dell’Italia è la chiave del futuro dell’euro” e che si conclude con un paragrafo che  — no, nemmeno l’autore è convinto del terrorismo psicologico fatto poche righe prima. (La guerra per l’Europa, infatti, si combatte su altri fronti.)

La mia previsione centrale, comunque, rimane non nel collasso dell’UE e dell’euro, ma dell’uscita di uno o piú Paesi, forse dell’Italia, ma non della Francia. In luce dei recenti eventi, il mio scenario base resta fermamente ottimista, nell’ambito delle ragionevoli aspettative.

 (Non l’abbiamo detto noi eh)

Se vince il Sì

Sarà una grande vittoria per Renzi, vittoria che nemmeno lui si aspetta e che, francamente, non si aspetta nessuno. La riforma resta da essere applicata, ed è un sacco di lavoro davvero, ma il Governo ne uscirà incredibilmente fortificato. Fin.

Se vince il No

Gli scenari presentati, da entrambi i gruppi, sono tanti e variegati e se alcuni sono credibili, altri sono pura fantascienza. Partiamo proprio dallo scenario disegnato dal FT di ieri.

Uscita dall’euro

Se dovesse vincere il No l’Italia non uscirà dall’euro — sicuramente il risultato avrebbe un riflesso sui mercati, ma molto piú contenuto di quanto ci si voglia far credere, e relativo piuttosto alla possibile caduta del governo Renzi, e non al contenuto della riforma. Inoltre, è bene ricordare che l’uscita dall’euro non è in nessun modo un automatismo, e soprattutto è uno scenario che la burocrazia europea fa di tutto per evitare, anche di fronte alla necessità di vampirizzare fino alla morte un Paese, come si sta facendo con la Grecia.

Per uscire dall’euro serve: o un referendum di indirizzo politico — perché in Italia i referendum non possono esprimersi su trattati internazionali; o un governo che ha ricevuto espresso mandato elettorale, con una maggioranza schiacciante: in questo momento l’unico partito che — piú o meno — può vantare una maggioranza sufficiente è il Pd, che ovviamente non vuole farci uscire dall’euro.

Caduta del Governo Renzi

In qualche modo, piú o meno, il governo Renzi pagherà il prezzo della propria hybris di aver cercato di riformare la Costituzione senza una maggioranza di due terzi. Come si pagherà questo scotto, e di chi sarà la testa — certamente non di Renzi — è impossibile prevederlo. Sono stati disegnati alcuni scenari, alcuni anche da noi:

* Rimpasto di Governo — Renzi si dimette, ma come è evidente, non c’è nessuna maggioranza in parlamento oltre alla sua. Mattarella incaricherebbe di nuovo il Segretario del Pd di formare un nuovo governo e sostanzialmente ci troveremmo di fronte a un Renzi bis: niente di sconvolgente, qualcosa che nell’instabilità politica italiana succede con regolarità. Le incognite piú grandi? Se sarà la Ministra Boschi a pagare le conseguenze della sconfitta referendaria, e quale sarà il ruolo di Berlusconi e Forza Italia: rientrerà in maggioranza in un ritorno del patto del Nazareno?

* Governo Grasso — che non è un’espressione dell’antipolitica, ma l’ipotesi di un governo tecnico guidato dal presidente del Senato Pietro Grasso verso elezioni regolari questa primavera 2017, o la prossima. È uno scenario non particolarmente diverso da quello del rimpasto di governo — la maggioranza resta la stessa, ma decisamente piú favorevole per Renzi e il Pd, che possono in questo modo evitarsi mesi di trincea di un governicchio di sconfitti e prepararsi allo scontro con il M5s alle prossime elezioni.

Nel contesto della iper–rigidità politica ed economica dell’Europa contemporanea, ogni passo di ogni governo è importante, ancora di più considerata la tremebonda condizione fiscale del Paese. Tuttavia, è bene imparare a scindere i diversi piani di importanza attorno a questa riforma. Non è vero che l’Italia bicamerale sia un Paese ingovernabile, ma non è neanche vero che la riforma apra le porte alla dittatura (quello lo fa, semmai, la retorica abbandonata al populismo adottata da tutti i partiti).

È difficile commentare su come votare, e a The Submarine non ci esprimiamo — che si debba votare in merito ai pregi e ai difetti della riforma, o per preservare o abbattere il governo Renzi, e per quali ragioni, sta all’opinione di ognuno — ed è proprio questo il ruolo del referendum.

Oggi, l’opzione più responsabile è ancora l’indecisione. E domenica 4 dicembre, votare.

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