Quando un cold case non vuole morire, quando i giornali, le tv, Facebook, ronzano ancora attorno a un vecchio caso di cronaca, significa che la soluzione non soddisfa ancora nessuno — il pubblico, e spesso anche chi è coinvolto nella vicenda. È il caso dell’omicidio di Chiara Poggi, del delitto di Garlasco del 13 agosto del 2007. Così, anche se secondo il criminologo Colli Vignarelli il caso resta chiuso, la storia resta aperta sui tabloid, e nel mondo della fiction. Abbiamo parlato con Luigi Balocchi, autore del Morso del lupo, unico romanzo che muove dallo spunto narrativo del delitto e lo ricolloca nel suo contesto reale, dove l’autore si muove perfettamente a proprio agio. Luigi Balocchi è romanziere, poeta e sceneggiatore, non gli mancano studi di criminologia forense, e il perno della sua poetica è il noir, il confine tra reale e occulto, desiderio e ossessione, città e provincia, suburbio e fiume.

Ecco, in questo Il morso del lupo è titolo profetico: ti prende e non ti molla più fino all’ultima pagina. Anzi, dopo lo ricominci, e finisci per rileggerlo, e poi ancora ti viene voglia di conoscerne l’autore, che mostra di essersi portato via con sé ancora tanta parte di verità.

Anche il romanzo sembra maledetto, proprio come la sua storia — o forse è solo la suggestione di uno scrittore che gioca con un phisique du rôle da ragazzo cresciuto. Luigi Balocchi è un lomellino che ama fare il cattivo, nascondere il suo essere iconoclasta dietro un autoproclamato brutto carattere. Ma basta leggere qualche suo verso per svelare il suo gioco: in realtà. è un grande sensibile, che forse ha solo bisogno di un forte pretesto per lasciarsi andare. È un sabato di novembre, ma la Lomellina è inondata dall’estate di San Martino: un sole caldo illumina le risaie secche. A Mortara, un poeta di Roma, Renato Fiorito, presenta una raccolta di liriche. Luigi Balocchi lo introduce. È poesia civile, La Terra Contesa è la Palestina, e l’unica verità è il punto di vista dei semplici. Il pubblico è coinvolto, a Fiorito basta leggere pochi versi per trasportarci verso una speranza di pace.



Ma noi siamo venuti fino qui per capire qualcosa di più di un delitto per cui non c’è ancora, la pace. E
Luigi Balocchi, già corrispondente della Provincia Pavese, e grande esperto di cronaca nera, è la migliore guida sulla piazza.

L.B.: Scrivo per condanna. Sono condannato a farlo, è una specie di tarlo, come le ossessioni che si porta dentro chiunque altro. Anni dopo il delitto, inizio a scriverne. Conosco tutti, conosco il mestiere, le fonti, le carte, ma soprattutto so come muovermi nell’ambiente che preferisco, la strada. Amo la strada, sentire da lì cosa succede, come quando scrivevo sul foglio locale, e facevo il cronista di strada, appunto. Immediatamente, l’idea che mi ero fatto è che fosse un delitto maturato nello stretto ambiente famigliare. È la famiglia il centro, il fulcro della nevrosi. C’era assolutamente troppo sangue. Nelle dinamiche criminali, come insegnano all’università, i delitti con grandi spargimenti di sangue sono legati alla sessualità e all’ambito famigliare. Su questo sfondo, anche in un delitto d’impeto, vittima e carnefice si legano empaticamente. Si infierisce su un cadavere per distruggere l’oggetto della propria ossessione. Certo, qui non abbiamo ancora un chiaro movente, non abbiamo l’arma del delitto. Indagini nate male, esse stesse vittime di una specie di maledizione, e poi sentenze ambigue. Ma Chiara era una ragazza sveglia, brillante, che non può morire, se non quando diventa una minaccia. È certo, solo la sua minaccia di sporgere una denuncia di qualcosa che era venuta a conoscere può aver scatenato una simile furia omicida.

Se l’omicida sia quello in carcere, o se altri abbiano avuto ruoli di complici, sicari, mandanti, e quali siano movente a arma del delitto. Resta molto da scoprire. Il morso del lupo a un certo punto, parte per la propria vita autonoma, per la propria strada narrativa, da cui non può tornare indietro. Ma da qualche parte la verità sta scritta, forse addirittura in un diario.

Luigi Balocchi sa qualcosa di più, ma non ha le prove, sono le voci della strada, dei caffè della bassa, parole congelate come la condensa del fiato che si mischia nelle nebbie dell’inverno. Ha terminato un nuovo romanzo, ma forse è finito anche il rapporto col suo agente letterario. Il tema è troppo forte, possibile che il lettore italiano sia ancora così bigotto? Il protagonista è un uomo, e fa il mestiere, sì, proprio il mestiere più antico del mondo. Intanto, a giorni uscirà una raccolta di poesie. Qui il titolo definitivo c’è già: Atti di devozione. Su tematiche e contenuti, suspense.

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