Oggi, in occasione di Bookcity Milano, si terrà una maratona notturna di lettura e commento de Le città invisibili. Ho pensato subito che sarebbe stata l’occasione giusta per aprire gli occhi a qualche amico, uno di quelli Io-Calvino-proprio-non-lo-capisco. Ma riscattare Calvino dai suoi detrattori è un compito che va svolto a prescindere dalla maratona di Bookcity.

Perché vale la pena rileggere Le città invisibili

Italo Calvino, partigiano ed ex-comunista all’epoca della stesura del libro (1972), non si faceva sostenitore di istanze o ideali, né si occupava di temi assurdi o terribilmente astratti. Era una persona cui piaceva confrontarsi con la realtà, cosa che siamo costretti a fare tutti. Chiunque prima o poi si è posto domande su quello che fa quotidianamente: è giusto? è buono? E da qui fino a questioni più complesse, quando le domande diventano tante e ingarbugliate. Chi mi garantisce che le cose sicuramente funzionano in questa maniera? In particolare, le domande che si pone Calvino sono: c’è un senso, una rotta dietro a tutto quello che faccio? In questa realtà, che sembra proprio una matassa, ci si riesce a districare?

Ne Le città invisibili Calvino vuole dare una risposta a queste domande attraverso le esperienze, le relazioni, le sensazioni, nascoste sotto le parvenze di città. E per fare questo paragone non può che usare dei simboli, delle metafore, che possano al tempo stesso dare un’intuizione, uno scorcio sulla realtà, ed elevare il testo, renderlo più astratto, magico, artistico. Dare spazio all’immaginazione del lettore, fuggire dalla deontologia di un libretto di istruzioni.

C’è un senso, una rotta dietro a tutto quello che faccio? In questa realtà, che sembra proprio una matassa, ci si riesce a districare?

La questione che si pone Calvino parte dalla laica constatazione che la Provvidenza non si vede/tocca/sente. Non sempre si rintraccia un ordine dietro a tutto, e questo tutto sembra andare un po’ a casaccio. È fin troppo facile cadere nella verità per cui è necessario disperarsi: quello che ci è stato detto da bambini è un’enorme menzogna, non è vero nulla.

Dino Buzzati, Grande cane in piazza in una giornata di sole (1969)

Dino Buzzati, Grande cane in piazza in una giornata di sole (1969)

“Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butwa, Brave New World. Dice: — Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.”

Le città invisibili intendono superare questo approccio universalistico e cercare di capire quali sono le proprie regole: quelle che vanno bene per noi. Il percorso che porta alla definizione di queste chiede sforzo, angoscia, incomprensioni, e soprattutto errori, ma saranno proprio questi a dare un significato profondo e indelebile a ciò che errore non è.

“Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra. – Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? — chiede Kublai Kan. — Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, — risponde Marco, — ma dalla linea dell’arco che esse formano. Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: — Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che m’importa. Polo risponde: — Senza pietre non c’è arco.”

Si rivela chi sono Marco Polo e Kublai Kan, personaggi posti a mo’ di cornice, ma fondamentali per la nostra analisi. Il secondo, l’imperatore dei mongoli, rappresenta il lettore, impossibilitato a interpretare le cose, intimidito, i cui punti di riferimento vengono messi sempre in discussione, proprio mentre appaiono come imprescindibili. Eppure gli viene chiesto di farne a meno.

È il momento disperato in cui si scopre che quest’impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina.”

Noi lettori cerchiamo sempre una scorciatoia, non sappiamo che la redenzione avviene attraverso il sacrificio; vogliamo sapere quale sia la pietra che sostiene il ponte, perché doverle guardare tutte ci sembra faticoso, oscuro, e forse anche infruttuoso. Marco Polo ne è consapevole. È un nostro inferiore, eppure ci mostra, in un linguaggio che spesso non capiamo, la strada. Tramite simboli.

“… Nuovo arrivato e affatto ignaro del Levante, Marco Polo non poteva esprimersi altrimenti che estraendo oggetti dalle sue valigie: tamburi, pesci salati, collane di denti di facocero, e indicandoli con gesti, salti, grida di meraviglia o d’orrore, o imitando il latrato dello sciacallo e il chiurlìo del barbagianni. Non sempre le connessioni tra un elemento e l’altro del racconto risultavano evidenti all’imperatore; gli oggetti potevano voler dire cose diverse: un turcasso pieno di frecce indicava ora l’approssimarsi d’una guerra, ora abbondanza di cacciagione, oppure la bottega d’un armaiolo; una clessidra poteva significare il tempo che passa o che è passato, oppure la sabbia, o un’officina in cui si fabbricano clessidre.”

A questo punto è chiaro: le città, che il mercante veneziano ha visitato, sono rappresentazioni di esperienze di vita: scoperte, malintesi, sogni, relazioni, semplici suggestioni. Non resta che leggerle, confondersi, sperare che il turcasso pieno di frecce indichi l’abbondanza di cacciagione, meravigliarsi.

“Di una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà ad una tua domanda”

Non temete di sbagliare: l’errore è un’altra pietra, fondamentale per la linea d’arco.

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