Per i 150 anni di relazioni tra il nostro Paese e il Sol Levante, in occasione di BookCity Milano saranno letti, in lingua originale e in traduzione, alcuni haiku selezionati dalle raccolte di grandi poeti ― Bashou, Shiki, Busou, Saigyou e Issa. Oggi alle 12, al Maroncelli District in via Maroncelli 12.

Per chi ne avesse solo sentito parlare, l’haiku è una forma poetica giapponese molto sintetica che si sviluppa su tre righe con 17 sillabe totali; 5 sillabe il primo verso, 7 il secondo e 5 l’ultimo. Si tratta di un componimento che mette in relazione due idee o immagini, a volte anche contrapposte, con l’intento creare una cesura. Questa figura retorica viene chiamata kireji (parole tagliate) ed è fondamentale per la stesura di un haiku.

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Spesso è difficile capire esattamente la funzione di un kireji, dato che è una figura poetica unica nel suo genere, ma di norma assume sfumature diverse a seconda della posizione in cui viene posto nella poesia: se posizionato nel primo verso, la sua funzione è di sostegno; messo nel verso centrale taglia in due il componimento, spezzandone così il ritmo; collocato nel verso finale, conferisce al componimento un tono solenne.

Altro fondamento dell’haiku è il riferimento alle stagioni, il cosiddetto kigo: ogni haiku, infatti, presenta elementi dedicati alle stagioni, anche in modo molto astratto. Non sempre si troveranno parole che indicano specificatamente una stagione, ma ci saranno delle metafore per farle intendere ― ad esempio, usare l’espressione “foglie d’acero rosse” per indicare l’autunno, o “giocare con il granchio” per indicare l’estate.

Il termine haiku risale alla seconda metà del XIV secolo e deve il suo nome a Masaoka Shiki, riformatore e scrittore prolifico, ma affonda le proprie radici nei renga del 1400. Il renga, successivamente rinominato renku (o haikai no renga), indica una poesia collaborativa a stampo buddista di non meno di due stanze, la cui prima è chiamata hokku, ed è proprio quest’ultima a ispirare la struttura dei più moderni haiku.

Gli hokku, come appunto gli haiku, sono divisi su tre versi per un totale di 17 sillabe e contengono sia riferimenti stagionali che kireji. L’unica differenza è il contesto, dal momento che tratta temi religiosi.

Grazie a Matsuo Bashou, nella seconda metà del XVII secolo si è cominciato a scrivere hokku come entità indipendenti, seppur mantenendo i forti legami con il mondo buddista e spirituale. La separazione definitiva avviene per opera Masaoka Shiki che, oltre a fornirgli un nuovo nome, lo slega definitivamente sia dal contesto della poesia collaborativa che dall’influenza buddista. In un periodo di forte influenza occidentale, il maestro Shiki si è lasciato ispirare da questa cultura e dagli artisti dell’en plein air per cercare di ritagliare uno scorcio di natura attraverso le parole, da lui definito shasei.

L’appuntamento con BookCity è sabato 19 novembre alle 12 in via Maroncelli 12.

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