Incontro Piercarlo Collivignarelli nella sede di Telelombardia mercoledì pomeriggio, prima del suo intervento a Iceberg, trasmissione di approfondimento condotta da Marco Oliva, dove è spesso ospite in qualità di avvocato e criminologo. Come tale, ha seguito molto da vicino i processi collegati al delitto di Garlasco.

Avvocato Collivignarelli, lei alla fine del 2009, dopo la prima sentenza che aveva assolto Stasi per insufficienza di prove, ha dichiarato che «c’erano solo indizi non gravi e non convergenti. Gli errori commessi durante la prima fase delle indagini non potevano essere rimediati. Da questo punto di vista condivido in pieno la sentenza». A distanza di sei anni, è rimasto della stessa opinione?

Fino al 2009 non c’è stata, se non solo in parte, una fase di istruttoria. Tant’è che poi, quando si è giunti al secondo grado, la Corte di Assise di Appello di Milano in una sola udienza si è limitata a ratificare ciò che aveva scritto Vitelli (giudice del primo grado). Quando poi la Procura della Repubblica fece ricorso, la Cassazione disse che c’era ancora carenza di fase istruttoria. E lì subentrò il caso del Maresciallo Marchetto, perché si disse che doveva essere sequestrata la bicicletta, che andava risentita la signora Bermani ― la vicina di casa che aveva visto la bicicletta davanti a casa Poggi ― che doveva essere fatto il ricalcolo della camminata… Queste e altre cose la Cassazione le ha indicate con una formula abbastanza magniloquente, bacchettando la Corte d’Assise d’Appello perché avrebbe dovuto espletare queste funzioni di carattere istruttorio ma non lo ha fatto.

In tutto questo c’è un’anomalia grandissima, cioè che il Processo Stasi è iniziato col rito abbreviato ― il rito in cui si giudica in base allo stato degli atti rebus sic stantibus: gli atti sono quelli, questo è il fascicolo dell’accusa e davanti a questi fascicoli il giudice apre e giudica. L’anomalia sta nel fatto che tutti si aspettavano che Vitelli uscisse fuori dalla camera di consiglio giudicando, invece ha impoverito moltissimo la Procura della Repubblica di Vigevano: ricorrendo all’articolo 422 del codice di procedura penale, è come se avesse detto “la Procura della Repubblica non ha fatto le indagini come andavano fatte, ora io le avoco a me e le faccio io.”

Quindi il ricorso all’articolo 422 e l’anomalia del rito abbreviato sono gli errori più gravi commessi nella conduzione del caso?

La Procura della Repubblica ha fatto errori di indagini uno dietro l’altro. Si sono poi attaccati a miserie come quella di Marchetto, che non c’entrano niente.

Ma in generale sono stati commessi moltissimi errori, ad esempio le impronte di Chiara sono state prese solo successivamente, il giorno 20 agosto, dopo che Lamuscio ― che dirigeva le indagini come sostituto procuratore della Repubblica di Vigevano ― aveva scoperto dai Carabinieri che le impronte non erano state prese subito, e naturalmente si tratta di un errore clamoroso. E così, senza alcun provvedimento, alcuni carabinieri e manovali sono andati a dissotterrare il corpo della ragazza per prendere le impronte digitali.

Un altro errore paradossale è quello che riguarda l’ora della morte: individuare l’ora del decesso è uno dei fatti più difficili e importanti, perché se io certifico l’ora della morte alla Procura della Repubblica, questa segue il mio indirizzo, e infatti ha improntato tutta l’indagine sull’ora della morte che il medico legale aveva prospettato intorno a mezzogiorno e mezza. Solo che poi quest’ora è stata contraddetta da Giovanni Pierucci dell’Istituto dei Medici Legali di Pavia, che era uno dei cinque periti nominati, il quale riprese in mano tutte le carte e disse che secondo lui il range arrivava anche fino alle 8.30 del mattino. E ovviamente la Procura è rimasta spiazzata.  

Questo per fare degli esempi, ma ce ne sono stati tanti altri a cui, a mio parere, non era più possibile rimediare facilmente.

Marchetto con gli avvocati Paolo Larceri e Roberto Grittini

Marchetto con gli avvocati Paolo Larceri e Roberto Grittini

Uno degli errori più gravi, e non imputabile a Marchetto perché fu esautorato, è stato quello di non andare a vedere nell’emporio di vendita del padre di Stasi la centralina dell’allarme: se non ci vai entro un mese perdi tutte le informazioni, ma non andarono. Se Stasi avesse portato lì la bicicletta sarebbe stato individuato immediatamente, perché era l’unico che avrebbe potuto disattivare l’antifurto, dato che i genitori erano via e l’emporio era chiuso.

E dal punto di vista mediatico com’è stato gestito il caso?

Non si possono colpevolizzare i giornalisti. Davanti a casa mia c’è sia la caserma dei Carabinieri sia la piazza e ci saranno state non meno di una cinquantina di televisioni tutte appostate lì: tutti hanno seguito il caso perché con la penuria di notizie durante il periodo di Ferragosto, è evidente che quando capita una notizia del genere per forza di cose viene seguita. C’è da dire, però, che è stata seguita bene,  ad esempio da Telelombardia e altre TV. I giornalisti hanno voluto approfondire molto ― è come se la fase istruttoria fosse stata fatta a livello giornalistico ― hanno dato un input straordinario.

Infine, vista la sua esperienza in psicopatologia e tecniche di indagine psichiatrica e psicologica, ci potrebbe fornire un profilo di Stasi e del movente che l’avrebbe spinto a uccidere la sua fidanzata?

Me lo sono chiesto tante volte, anche perché le ipotesi restano aperte. Tutto avviene tra le 10.30 e le 11 del giorno 12 agosto, in pratica quando lui lascia il computer dove sta scrivendo la tesi in standby per andare a prendere il proprio cane dall’altra parte della città perché sta per scoppiare un temporale. Ecco, quando lui torna succede sicuramente qualcosa. Se ha lasciato il computer lì è perché voleva tornare da lei. Ma qualcosa è scoppiato. Io non so dirle cosa, però certamente legato alla loro vita sessuale. Il movente è per forza legato al fatto che tutti e due fossero a conoscenza di un segreto che poteva danneggiare solo lui, che era il centro dell’attenzione della sua famiglia ― suo padre lo venerava ― e del suo gruppo di amici: Alberto non poteva cadere dal piedistallo. Probabilmente lei aveva individuato qualcosa di forte ― anche perché in passato aveva dimostrato apertura, ad esempio girando un paio di filmini intimi con Alberto ― e non escludo che questo qualcosa di forte provenisse da Londra, dove lei aveva fatto un’improvvisata ad Alberto che si trovava là con Panzaraso, suo collega, per uno stage in lingua inglese. Non escludo che questa sorpresa abbia messo in luce altri aspetti di Alberto. Non lo posso sapere, ma un delitto di questo genere non può uscire da una discussione qualunque, doveva per forza riguardare qualcosa in grado di scalfire la sensibilità di lei.

Crede che i processi legati al delitto di Garlasco subiranno altre svolte? Crede sia possibile la riapertura del processo?

No, anzi, lo escludo proprio. Come hanno anche ventilato i difensori di Stasi tempo addietro, non riapriranno il processo ma andranno alla Corte di Giustizia Europea. Ma davanti a una situazione come questa non c’è niente da fare. Non ci sono elementi per la revisione in Cassazione: dovrebbero trovare un testimone o il “vero” colpevole magari, o quello che si potrebbe presupporre il “vero colpevole.” Ormai sono stati percorsi tutti gli indizi presentati alle varie corti e l’istruzione dibattimentale si è conclusa. Presi nella loro globalità, non si può negare che gli indizi siano gravi e convergenti.

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