Donald Trump è il 45esimo presidente degli Stati Uniti.

È stato nominato dopo una lunga notte in cui si è contato ogni singolo voto.
Non sembrava possibile: ad ogni punto percentuale dello spoglio, in tv i commentatori si consultavano. “È ancora davanti Trump?” “Sì.” “Anche in questo stato?” “…Sì”.

Alla fine Trump non vince nemmeno di margine: è una vittoria piena – non nel voto popolare, dove Clinton ha un leggero vantaggio, ma presso i grandi elettori —, e come tale è stata riconosciuta da Clinton
Si è contato fino all’ultimo voto, perché non sembra possibile: come hanno fatto gli Americani a votare un uomo del genere?
Il presidente–eletto degli Stati Uniti, che in questo momento sta senza dubbio cercando di capire cosa fare della propria vittoria, che nemmeno lui aspettava, ha di fronte a sé pressioni come nessuno prima di lui.

Tra un mese, infatti, il presidente–eletto dovrà comparire di fronte a un giudice per rispondere dell’accusa di aver molestato una bambina di tredici anni.

Ma non importa, non importa perché a tutti i commentatori è sfuggita una dimensione del discorso. Non importa che Trump sia un predatore sessuale, che sia un bancarottiere, che prenda in prestito la retorica degli ambienti del suprematismo bianco — una fetta importante dell’elettorato statunitense cercava proprio quello, esattamente quello. Di fronte ad una società che non solo è cambiata, ma che stava sempre di piú cambiando, davvero multiculturale, inclusiva di minoranze etniche, culturali, e di genere, questi elettori hanno detto basta, non ne possiamo più.

Insomma: la maggioranza degli Stati Uniti è ancora bianca, e ancora razzista. Ed è andata a votare.

C’è un problema di fondo, sostanziale, per chi abbraccia queste teorie: possono anche votare per politiche non inclusive, persino per la segregazione — perché di questo ha parlato spesso Trump — ma le persone che li spaventano, i musulmani, gli afroamericani, le persone transgender, restano, mica li si vota fuori dall’esistenza.

Per questo l’inclusione è l’unica strada verso il futuro, e per questo la vittoria di Trump è diversa da ogni altra: Bush e Obama potevano non piacere, potevano essere criminali di guerra oppure pericolosi socialisti agli occhi dei loro avversari — questa volta tante persone sono genuinamente spaventate, perché non sanno cosa sarà di loro.

È difficile colpevolizzare Clinton e il partito democratico, che hanno fatto tutto il possibile per vincere, in una campagna così di guerra totale che la loro candidata ha dovuto scusarsi per essersi ammalata durante la vita da camper.

È scorretto demonizzare il voto di tanti elettori: l’ignoranza non è una colpa, l’ignoranza si subisce.

Durante il suo discorso di ringraziamento, Trump ha scelto di tranquillizzare: di parlare di riunificare, di costruire una via comune per il popolo americano. È difficile immaginare che questo politico modesto, che parla sottovoce e scherza improvvisando con la sua famiglia e i suoi amici, sia il mostro virulento dei giorni scorsi. Se non saprà rappresentare tutte le persone contro cui ha istigato odio, di cui ha abusato per conquistare il potere, non ci sarà futuro per l’America.

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