Questa mattina è stato pubblicato sul sito internet del Corriere della Sera un editoriale di Paolo Mieli in occasione dell’inagurazione del COP 22 a Marrakech. Mieli, storico giornalista dell’Espresso, poi direttore della Stampa e del Corriere, non è estraneo a posizioni inconsuete, soprattutto rispetto alla sua area di provenienza politica, come quella volta, più di dieci anni fa, quando un 24 dicembre 2004, raccontava della possibile fine dell’Europa “come la conoscevamo,” di fronte all’inevitabile, inarrestabile avanzata dell’Islam, in difesa di Apocalisse di Oriana Fallaci.

Fortunatamente, invece, in molti altri Paesi culturalmente progrediti dei temi proposti dalla Fallaci si discute esattamente nei termini in cui ce li propone la Fallaci stessa.

Oggi Mieli colpisce ancora, con un editoriale sul riscaldamento globale che sfiora i limiti del negazionismo — e non è nemmeno la prima volta che al Corriere tutto sommato preferiscono pensare che sia tutta una coincidenza.

Scrive, Mieli, che sarebbe “invece irrazionale dar retta ai sostenitori della tesi che questo sia un campo delle certezze assolute,” ed è vero — non possiamo essere certi di tutto: magari ha persino ragione Elon Musk e viviamo in una simulazione virtuale, oppure siamo in uno zoo creato da alieni avanzatissimi.

Quest’estate, in un altro editoriale, Mieli scriveva:

Nei confronti degli scienziati — forse per il motivo di cui all’inizio, forse perché sono più indifesi, forse perché, a causa delle loro rivalità, non formano una comunità coesa — si è in genere restii a riconoscere torti (nostri) e ragioni (loro).

Se vogliamo rispettare gli scienziati, come giustamente dice Mieli, allora dobbiamo ammettere che le prove per la causa antropica del riscaldamento globale sono ineccepibili.

Fonte CC Nasa. Dati: Vostok ice core data/J.R. Petit et al.; NOAA Mauna Loa CO2

L’aumento climatico non è un evento sistemico, naturale, imprevedibile e imprevisto: è causato dall’aumento di gas serra nell’atmosfera. I gas serra assorbono radiazione solare costantemente in misura molto maggiore di ossigeno e azoto. L’aumento di gas serra non è successo naturalmente, o per caso, ce l’ li abbiamo messi noi. Mieli cerca di far passare questo processo come una complessa teoria scientifica, qualcosa come la teoria delle stringhe, quando non è così: la presenza di altri gas serra indubbiamente complica ulteriormente i calcoli, ma la causa è semplice, provata, inconfutabile.

Ritorniamo alla citazione di Mieli dall’editoriale dello scorso luglio — la teoria per cui gli scienziati non formino una comunità coesa: forse su altri casi, diciamo.

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Percentuale di scienziati che collegano il riscaldamento globale all’azione dell’uomo, in vari studi. Wikimedia Commons

Mieli prosegue, “Non si capisce però perché tale discussione debba essere imbarbarita da una certa dose di fanatismo” — e sull’inizio non ne avevamo dubbi: di nuovo, al direttore sembra sfuggire che non ci troviamo qui di fronte a una teoria, ma ad un modello estrapolato dall’andamento della temperatura del pianeta e comprovato da una valanga di dati sperimentali.

In Advancing the Science of Climate Change il National Research Council statunitense — un posto dove, come vedremo, c’è gente strana che la pensa come Mieli — scrive:

Alcune conclusioni o teorie scientifiche sono state esaminate e testate così approfonditamente, che la loro possibilità che si rivelino scorrette è incredibilmente minuta. Queste conclusioni e teorie sono di conseguenza trattate come dati di fatto. Questo è il caso circa la conclusione che il sistema della Terra si sta scaldando, e che questo riscaldamento è dovuto da attività umane.

Ripetiamo, per semplificare e permettere così a tutti di capire. Esiste una conclusione scientifica che proietta quella che è sostanzialmente la fine del mondo come lo conosciamo in tempi straordinariamente brevi. Non stiamo parlando del Sole che distruggerà la Terra tra milioni di anni, o di come tutte le stelle si spegneranno, o di come il Bug Crunch — un Big Bang al contrario — distruggerà l’Universo, ma di un insieme di cambiamenti delle condizioni dell’atmosfera e dell’ecosistema, che danneggerà la nostra società in misura proporzionale a quanto essa fa affidamento sulle risorse generatisi prima della rivoluzione industriale.

Il riscaldamento globale costituisce un problema vero, innegabile, immanente, contro il quale tutti i paesi del mondo, al di fuori di tanta retorica positivista al COP 21, non stanno facendo quasi niente. Non è fanatismo: è panico, ed è ben giustificato.

“Il clima poi ha una sua storia molto particolare,” scrive Mieli. Di sicuro ha una situazione in casa davvero complicata, potremmo aggiungere noi.


Mieli non ha torto per tutto il pezzo: che il problema dello sviluppo industriale per nuove potenze e paesi in via di sviluppo vada affrontato in modo da non impedire la loro crescita è indubbio; così come doveva essere gestita diversamente la questione Luisa Cifarelli. Ma il problema del riscaldamento globale è a questo punto prima politico che scientifico: alleggerire i toni vuol dire permettere a tutti i paesi del mondo di continuare impunemente con le proprie politiche che, ripetiamo, stanno letteralmente distruggendo il mondo. Negarlo, vuol dire farsi complici di un club che va da ExxonMobil ai teorici del complotto, passando per Donald Trump: ci auguriamo sia compagnia con cui Paolo Mieli si trovi a suo agio.

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