SALONICCO — Martedì mattina abbiamo appuntamento con i ragazzi del Team Bananas, un’organizzazione che si occupa della distribuzione di cibo nell’area di Salonicco.

Ci troviamo alla stazione per distribuire la colazione ai pochi profughi che vivono in città — ci sono alcune tende abusive nei parchi e alcune case occupate, ma la maggior parte dei profughi presenti sul territorio greco risiedono all’interno dei campi governativi.

Una donna incinta con due bambini piccoli vive in una tenda accanto a un cantiere. Non riusciamo a capire da dove venga, forse dall’Afghanistan. Nel parchetto accanto alla tenda ci sono dei signori greci disoccupati che bevono e ridono. Quando passiamo con le casse piene di cibo ci chiedono scherzando se ne possono avere anche loro. La tappa successiva è una casa occupata da due famiglie bulgare: nel primo appartamento al pian terreno ci sono solo quattro bambini piccoli, al piano di sopra una donna con un bambino.

Ci spostiamo nel campo di Kalochori, nell’area industriale a ovest della città: un complesso di fabbriche e capannoni abbandonati dove all’indomani dello sgombero di Idomeni sono nati 15 campi, Kalochori compreso, che ospita esclusivamente curdi siriani — 250 persone, di cui la metà bambini. All’ingresso i militari ci chiedono il numero di documento e ci lasciano entrare, in qualità di volontari.

Alex, una ragazza tedesca di 25 anni, ci accompagna attraverso il campo fino al container dei volontari: oggi ci occuperemo della distribuzione della lana e degli aghi da maglia e di allestire il laboratorio di sartoria. C’è una lista precisa di chi deve ricevere e chi ha già ricevuto il materiale. “Purtroppo non possiamo permetterci di dare materiale in più perché i fondi sono pochi.” Lei e Mohammed sono volontari indipendenti e girano alcuni campi dove è permesso fare questo tipo di attività, ma si finanziano solo con un fundraising privato. Mohammed è un profugo siriano di ventun anni, è arrivato in Grecia via terra da Aleppo, è stato nel campo di Nea Kavala poi si è trasferito a Salonicco. Da tre mesi fa il volontario perché vuole integrarsi il più possibile. Ad Aleppo ha lasciato la sua famiglia: i genitori, due sorelle e due fratelli — il più piccolo fa da sfondo al suo cellulare e ce lo mostra orgoglioso. In Europa vorrebbe continuare gli studi di informatica che ha iniziato in Siria e ci chiede curioso che preparazione serve in Germania e che lavori bisogna saper fare.

“In questo campo ci sono pochi ragazzi che hanno viaggiato da soli: ci sono soprattutto famiglie e tanti bambini,” ci spiega Alex.

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Di fronte al magazzino di Alex c’è un container giallo che ospita una biblioteca per bambini gestita da Lizzie, una volontaria olandese. La piccola biblioteca raccoglie libri per bambini in più lingue, dall’arabo al tedesco. Dentro ci sono cinque bambini che sfogliano le pagine seduti su cuscini e tappeti. Si respira un clima di quiete, una piccola oasi di pace all’interno del campo.

Lizzie ci spiega di essere già stata nell’area di Salonicco la scorsa estate. Tornata in Olanda, non si capacitava del fatto di poter scegliere cosa mangiare ogni giorno, di avere tante possibilità. Si sentiva in colpa, e per questo ha deciso di tornare. Oltre alla biblioteca si occupa anche della scuola. “I volontari che la gestivano non ci sono più ora,” spiega. “Facciamo lezione a bambini molto piccoli, molti di loro non vanno a scuola da anni a causa della guerra.”

I bambini sono assorti nella lettura e incantati di fronte alle immagini. Le mamme ogni tanto passano a controllare, ma si fidano a lasciare i propri figli da soli.

In un altro container si sta svolgendo il corso di cucito organizzato da Alex e Mohammed. Di fronte alle macchine da cucire ci sono una signora e un ragazzo. Lei è una mamma, lui ha solo diciassette anni. Vengono entrambi dalla zona di Aleppo. La mamma, Malak, sta rattoppando i pantaloni della figlia, mentre il ragazzo sta cucendo un paio di pantaloni per una famiglia di Kobane. Alla macchina è velocissimo. Scopriamo che faceva il sarto in Turchia e che ha cucito pantaloni e maglie per tutti i bambini del campo, ricavando la stoffa dalle coperte di pile.

La bambina a cui sta confezionando i vestiti viene da Kobane ed è la più piccola di sette figli. Ha una disabilità. Pensiamo a come sia andato il suo viaggio, a quanto debba essere stato faticoso. Lei sorride, non smette mai di farlo. Ci mostra i suoi pantaloni nuovi, orgogliosa. Poi va via, correndo a farli vedere alla mamma. I due fratelli maggiori sono uno in Svezia e uno in Germania, ci spiega uno dei figli e prosegue: “Stiamo aspettando di raggiungerli.”

In fondo al container c’è una sedia di fronte a uno specchio. Sabri, un ragazzo siriano curdo di ventun anni, gestisce una sorta di “barber corner,” come lo chiamano nel campo. Lo incontriamo mentre sta tagliando barba e capelli a un signore. È molto concentrato.

Quando finisce gli chiediamo se fosse parrucchiere anche in Siria. Ci risponde dicendo che studiava ingegneria all’Università. “Mia sorella è parrucchiera, ho imparato da lei” prosegue. Sabri vive nel campo insieme alla famiglia. Conosciamo la madre che si avvicina al container per chiedere dei gomitoli di lana ad Alex.

 

Nel campo, allestito all’interno di un capannone dismesso, ci sono lunghe file di tende numerate. Iniziamo la distribuzione dei gomitoli alle donne che escono dalle tende appena passiamo davanti. Alcune di loro già indossano maglioni che hanno finito nei giorni passati e ce li mostrano soddisfatte.

Le tende dell’UNHCR sono divise in settori, dalla A alla F nel primo stanzone. In uno spazio attiguo all’interno della struttura principale c’è un’altra stanza dove si trovano le tende della zona G. All’esterno, invece, l’area H.

Fra le tende ci sono dei corridoi dove le donne si fermano a chiacchierare e i bambini giocano. Alcuni ragazzini si muovono con in bici all’interno del capannone, altri sono fuori a giocare.
Nello spazio esterno ci sono i bagni: una fila di toilette chimiche affacciate su un’altra fila di rubinetti a cielo aperto. Due container contengono le docce, ma ci vuole la chiave per entrare.
Nella zona dei bagni si respira un odore acre, dovuto al fatto che non vi sono scarichi. Ogni giorno passa un camioncino per la pulizia delle toilette e dei lavandini. In fondo al campo sono presenti altri container in cui sono ammassate coperte o ci sono i materiali dei volontari.

Il campo è delimitato da muri dove i profughi hanno dipinto disegni e slogan, come “all we need is love” accanto a una bandiera della pace e a quella del Kurdistan. Ci sono panni stesi ovunque, sia all’esterno sia all’interno, fra i tiranti che reggono le tende. Nelle tende l’elettricità ogni tanto salta, ma i profughi sono attrezzati con lampade di emergenza.

 

All’interno del campo ci sono anche due tende particolari. Una è un piccolo “market,” come la chiamano gli ospiti di Khalochori. Una famiglia di Kobane gestiva un’attività di alimentari in Siria e ora ha ricostruito un negozio, vendendo cibo, tabacchi e beni agli altri profughi. Infatti, Mohammed ci spiega che i militari donano loro cibo, ma non di tutti i tipi e soprattutto non abbastanza. Non ci sono supermercati e negozi nelle vicinanze, per cui questa famiglia ha deciso di continuare la propria attività. L’altra tenda speciale è un luogo spirituale che Alex definisce il “santuario del campo.” Un signore costruisce con il legno e dipinge degli oggetti di buon auspicio per l’anno nuovo, “siccome questo non è andato molto bene.”

Lavin ci segue dal primo momento in cui ha incrociato i nostri sguardi. Ha dieci anni e viene da Kobane, la città curda siriana liberata dal Daesh il 27 gennaio dell’anno scorso. È la più grande di quattro figli, ha due fratelli e una sorella minori. Vive in una tenda insieme ai suoi genitori e ai suoi fratelli all’interno dell’ex supermercato diventato campo profughi. Lavin parla arabo, curdo e inglese. Conosce il campo come le sue tasche, ci vive ormai da quattro mesi. Durante la distribuzione dei gomitoli per il progetto di cucito, ci accompagna e ci aiuta a suddividere le matasse per ogni famiglia.

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La madre Sarah e il padre Yusef ci invitano a prendere un tè nella loro tenda. Ci togliamo le scarpe prima di entrare. “Mi dispiace, ma qui non si può entrare con le scarpe, si sporca subito” ci dice la mamma. Ci accomodiamo in una tenda pulitissima rispetto alla sporcizia del campo. Per terra sono stese delle coperte che fungono da tappeti e ai lati ci sono quattro brandine. Un mobile contiene gli utensili per cucinare e in una vaporiera sta cuocendo del riso.

Sarah stende un sacco di plastica a terra e ci invita a sederci attorno a questo. Tutta la famiglia collabora per apparecchiare la tavola. I bambini chiudono la scatola del backgammon con cui stanno giocando. La sistemano sotto una brandina e prendono piatti, cucchiai e ciotole dal mobiletto. La mamma inizia a distribuire il riso nei piatti. Ci invita a mangiare, accompagnando al riso delle verdure cotte e il pane arabo. Una cena siriana che non possiamo rifiutare. Appena finiamo il cibo nei piatti il padre prontamente ce li riempie di nuovo. E così anche con il tè caldo siriano.

Yusef parla solo arabo e curdo, mentre Sarah sa un po’ di inglese. Il papà di Lavin ci spiega che sono in Grecia da nove mesi. Ci racconta che hanno passato cinque mesi a Idomeni, dove la situazione era terribile: quando hanno sgomberato il campo sono stati spostati vicino a Salonicco, dove vivono ora.

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“Nelle tende i bambini si ammalano, non possiamo vivere così” interviene Sarah. Ci spiega di soffrire di emicrania e di mal di schiena, è già stata operata di ernia al disco. Dice che per lei non ci sarebbero problemi a vivere ancora in Grecia, in una tenda dell’UNHCR, “ma per i bambini, non si può vivere così,” prosegue, “fosse per me tornerei in Siria.” Le chiediamo come possa preferire la Siria, un Paese in guerra, rispetto alla Grecia. “Lì è meglio, a Kobane si sta meglio. Come possono crescere in questo modo i miei figli?” continua “La Merkel ha detto che ci avrebbe accolti, ma non è vero, i confini sono chiusi.”

La Grecia, infatti, ospita migliaia di rifugiati, bloccati dalla chiusura dei confini nella penisola. “L’Albania non va bene, la Romania neanche, il resto non possiamo raggiungerlo, meglio tornare in Siria” conclude Sarah.

Ormai fuori è buio. Il campo è diventato improvvisamente silenzioso e tutti sono rientrati nelle proprie tende. Anche per noi è arrivato il momento di andare. Salutiamo la famiglia. “Prometteteci di tornare qui da noi, ogni volta che volete,” raccomanda Yusef, e ci abbraccia commosso.

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