Anna Vanzan è docente di cultura islamica e iranista all’Università degli studi di Milano. L’abbiamo incontrata al Collegio Nuovo, Fondazione Sandra e Enea Mattei, di Pavia, dopo la sua conferenza Voci e immagini di donne dall’islam, per parlare della situazione iraniana e mediorientale di oggi — soprattutto, della condizione femminile nel Paese degli Ayatollah.

Cos’è cambiato in Iran da quando è diventato Presidente Hassan Rouhani, in particolare per quanto riguarda la condizione della donna?

In realtà molto poco. L’appunto che fanno al Presidente è di aver puntato tutto sulla riapertura del Paese — soprattutto a livello economico — nei confronti del resto del mondo, sulla cancellazione delle sanzioni, obiettivo effettivamente raggiunto, ma di aver smentito tutte le promesse che riguardavano la liberalizzazione della società, ad esempio nell’accesso più facile a certi siti web e social network, nonché la posizione della donna, la libertà, eccetera. Questi obiettivi sono stati falliti. Senz’altro in Iran si respira un’aria di maggiore apertura rispetto alla presidenza di Ahmadinejad, che ha rappresentato proprio l’abisso della società. C’è stata una liberalizzazione per quanto riguarda alcune manifestazioni artistiche, la censura si è un po’ sollevata per quanto riguarda la letteratura e altre forme d’arte, però nel concreto in realtà è stato fatto molto poco. Al momento la situazione è aperta al punto tale che si parla di una possibile non rielezione al secondo mandato di Rouhani, dal momento che non ha risposto alle aspettative dei milioni di persone che l’hanno votato.

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A suo avviso, si prospetta una non rielezione a favore di un altro esponente liberale o un ritorno al passato?

No, la non rielezione di Rouhani significherebbe vittoria dell’ala oltranzista. Qualcuno ventila il nome di Ahmadinejad, che si starebbe organizzando per partecipare direttamente o comunque mandare un suo uomo, una testa di legno, alle prossime elezioni. Recentemente c’è stata la dimissione di tre ministri molto importanti in Iran, soprattutto il ministro della cultura, uomini voluti direttamente dal Presidente: anche questo è suonato come un segnale negativo, perché indice di un indebolimento della corrente riformista. Al momento i giochi sono aperti, ma c’è molta preoccupazione.

Spesso in tempi recenti quando si parla di Iran si parla anche del forte contrasto che sembra esserci tra una certa tendenza all’occidentalizzazione, alla modernità, rispetto all’attaccamento alla tradizione e all’altrettanto forte legame con la cultura locale, anche per quanto riguarda la condizione della donna. Quanto questa tendenza è effettiva?

Se per tradizione intendiamo l’attaccamento a usi e costumi, gli iraniani sono molto nazionalisti e legati alle loro tradizioni, alla loro storia, alla loro lingua, ed è un sentimento comune. Parlando invece di tradizione come aderenza a stili di vita post-rivoluzione, possiamo dire che c’è un attaccamento, soprattutto da parte dell’élite, a una visione della tradizione che mantenga in vita il meccanismo di potere preesistente, che va giustificato con una lettura delle norme religiose interpretate e plasmate per il potere stesso.

La visione che noi abbiamo di un Iran dicotomico e perfettamente spaccato a metà tra conservatori e riformisti non esiste.

Anche all’interno degli oltranzisti ci sono varie sfumature, abbiamo anche molte persone profondamente religiose che tuttavia non appoggiano questo regime perché pensano sia la negazione della religione. D’altra parte c’è anche un ritorno a nomi tradizionali della Persia pre-islamica, come Ciro, Serse, con elementi a volte pagani, come forma di piccola grande protesta. Più che una forma di ateismo, è un non riconoscere più la religione così per com’è stata implementata, e dunque molti rifiutano l’islam in quanto sistema usato come costrizione di potere.

La sottomissione della donna, in questo quadro, quanto è parte di un’effettiva spinta conservatrice della società e quanto parte di una coazione politica?

La presenza delle donne nella società è estremamente moderna: sono istruite, non stanno in casa, trovano spazio in tutti i gangli della società, fanno tutte le professioni, dalla poliziotta alla pompiera. Ci sono istituzioni che sono completamente in mano alle donne, come le istituzioni culturali — nella biblioteca di stato di Teheran sono solo donne, ad esempio, dalla direttrice all’ultima impiegata. Quello che manca è soprattutto una parità nel diritto, soprattutto in quello di famiglia, in istituzioni come il matrimonio, il divorzio, il meccanismo d’eredità: sono disegnati su un’interpretazione restrittiva della religione e implementate a livello di legge. Per le donne iraniane, la costrizione del velo resta minoritaria rispetto ad altri problemi, come ad esempio il divorzio, che innesca tutta una serie di meccanismi ostili. Le donne possono chiedere il divorzio, ma ad alcune condizioni: ci sono limiti oggettivi all’affidamento dei figli, passata una determinata età saranno comunque affidati al padre, e anche se una donna avesse ottenuto il diritto alla custodia dei figli, lo perderebbe nel caso in cui decidesse di risposarsi.

Qual è stato il ruolo della donna nelle primavere arabe, e quali ripercussioni ha avuto in Iran, considerando che si tratta di uno dei Paesi in cui le proteste hanno attecchito meno?

Gli iraniani hanno vissuto le primavere arabe come una sorta di loro frutto, sono molto nazionalisti e sono sempre convinti di essere quelli più all’avanguardia nell’area. Le primavere arabe erano arrivate nel 2011, ma nel 2009 gli iraniani erano già scesi in piazza con una sorta di primavera, per contestare la rielezione di Ahmadinejad. La protesta era stata repressa nel sangue, e aveva dato il via a una seconda ondata di migrazione forzata, per motivi politici e non economici. D’altro canto, in realtà dopo il primo periodo di primavere arabe in tanti si son chiesti come mai l’Iran non fosse riuscito a fare quanto erano riusciti a fare – con tutti i limiti dei casi specifici – l’Egitto, la Tunisia. In realtà c’è un nodo fondamentale: il sistema politico iraniano è molto coeso, intrecciato, congegnato a scatole cinesi, in modo che un ufficio, un istituto risponda a un altro specifico, e poi a un altro ancora, e che tutto sia chiuso dal coperchio della Guida Suprema, a cui risponde l’esercito. Oltretutto questo si è rafforzato a livello economico, tenendo in mano i gangli economici fondamentali del Paese – non solo i traffici di petrolio, ma anche fondazioni, enormi contenitori ricchissimi di proprietà immobiliari – fatto che condiziona ovviamente la vita politica e sociale del Paese.

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Gli iraniani come vivono la contrapposizione tra tradizione e innovazione, apertura all’occidente?

Partiamo dal presupposto che gli iraniani sanno tutto quello che succedono in occidente, sia attraverso parabole che attraverso la diaspora — in ogni famiglia ci sono parenti che vivono negli USA o in Europa, e che poi fanno ritorno in patria importando usi e costumi appresi all’estero. La tendenza all’occidentalizzazione si può vedere in aspetti come l’abbigliamento, soprattutto nelle classi più giovani — anche se in Iran l’uso degli abiti tradizionali maschili si è perso fin dall’inizio del Novecento. Per quanto riguarda il chador, velo tradizionale iraniano, le donne come piccola forma di protesta cercano di farlo proprio, finto-Chanel finto-Armani, ecc. Le donne di fatto non sono più “occidentalizzate” che altrove, anzi: in alcuni Paesi del Nordafrica questa tendenza è ancora più evidente.

Apriamo un argomento che prima abbiamo solo sfiorato, internet. Quanto è efficace in Iran la censura nell’inibire una coesione ulteriore di movimenti politici come quello femminista e come è percepita questa limitazione dai cittadini?

È percepita come una limitazione e una grande ipocrisia: Facebook è ufficialmente proibito, è oscurato, però i leader, dal Presidente Rouhani alla Guida Khamenei, possiedono i loro profili, quindi la popolazione la vive come una contraddizione. Tuttavia questa contraddizione è poi subito bypassata: non conosco un iraniano che non abbia un programma che loro chiamano lo “spezzafiltro” per accedere liberamente a Facebook. Anche certe testate giornalistiche sono state oscurate. Quando sono stata in Iran quest’anno potevo vedere Repubblica ma non il Corriere della Sera, mentre l’anno scorso era il contrario, quindi dipende da vari fattori. Questa ipocrisia e permanenza delle restrizioni è una tra le cose che viene rimproverata al Presidente.

Di fatto quindi tutti gli iraniani accedono a internet con facilità. Non c’è qualcosa di equivalente alla polizia postale?

C’è, ma in realtà da questo punto di vista è poco efficace. Interviene in momenti particolari — ad esempio durante e proteste nel 2009 sono stati oscurati moltissimi siti. Il problema è che l’Iran è una pentola a pressione: le autorità sanno che se la pressione è troppa la pentola rischia di scoppiare, quindi il concedere un velo più leggero o rendere più facile l’accesso a certi siti in realtà fa gioco, perché comunque la gente è più contenta: più la pressione sociale è forte, più si cerca di concedere qualche valvola di sfogo perché la pentola non esploda.

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