Se c’è qualcosa di consistentemente vero nella retorica di Trump è il suo essere un outsider — lo si è osservato empiricamente i questi tre dibattiti, durante i quali abbiamo assistito ad un suo progressivo miglioramento in doti retoriche, organizzazione del pensiero, retorica politica.

Non che gli sia servito a molto: si trovava a sfidare una delle politiche piú navigate degli Stati Uniti, che con tutte le proprie debolezze e idiosincrasie ha avuto la meglio tre volte su tre.

Come avevamo scritto alla fine del primo dibattito, è chiaro che Trump arrivi ad ogni incontro con la ferma convinzione che, questa volta, si farà trovare piú preparato, piú composto — presidenziale.

E ogni volta inizia se non bene, quantomeno normale. Progressivamente, nel corso di questi tre appuntamenti, abbiamo visto Trump crescere molto come politico, in scaltrezza e (una delle sue parole preferite) stamina.

Considerate le norme che propone, lo scenario di un Trump scaltro e navigato dovrebbe terrorizzare profondamente chiunque. Sempre ci si possa rassicurare, però: sembra ormai scontata la vittoria di Clinton.

E anche Trump sa che la vittoria di Clinton è scontata: alla fine del primo dibattito aveva infatti garantito all’America che avrebbe riconosciuto la vittoria della concorrente, com’è consuetudine in ogni democrazia avanzata. Oggi, per la prima volta, ha preferito non esprimersi — “vi terrò col fiato sospeso,” ha detto. Un vero showman, fino alla fine.

Questa volta il Trump che Trump vorrebbe essere è durato anche parecchio — quasi mezz’ora, un terzo del dibattito. Quel Trump sapeva di cosa parlava, era aggressivo — comunque molto piú aggressivo di quanto la politica statunitense sia solita — ed estremamente conservatore: a favore delle armi nelle scuole, contro l’aborto, contro i diritti lGBT, ma un politico.

È durato poco — sulla questione del muro con il Messico inciampa: vuole spingere su quanto siano forti le sue proposte ma al tempo stesso disinnescare le accuse di essere troppo estremo. Alla fine dice che anche Obama ha respinto milioni di messicani. Ma allora perché serve il muro? Non lo sa neanche lui, forse.

Anche quando Clinton è in difficoltà — sotto attacco del moderatore, non del candidato repubblicano — Trump non riesce piú a tenere il bandolo della matassa, e anche la questione Wikileaks diventa un’arma nelle mani di Clinton, che fa di Trump a tutti gli effetti “il candidato di Putin.”

È piú o meno a questo punto che il dibattito, di fatto, si conclude — Trump disperato inizia a sparare a zero, e Clinton, serena e composta, è felice di andargli dietro: è piú brava anche a tirare colpi bassi.

Presto la sala perde il controllo, e l’obbligo di silenzio non è piú mantenuto. Trump dice che nessuno rispetta le donne piú di lui e il pubblico scoppia una fragorosa risata.

Quando cerca di attaccare la Clinton Foundation (”È un’organizzazione criminale, lo sanno tutti!”) Clinton risponde con una accusa molto piú soft, ma che fulmina il bancarottiere, “la tua fondazione ha usato soldi di donazioni per comprare un tuo ritratto alto quasi due metri.” Who does that!?, commenta Clinton firmando la sua vittoria per la serata.

È alla fine dell’ora e mezza che Trump è davvero provato: nel minuto finale di “richiesta di voto” non riesce a dire nient’altro che il suo slogan, “Rendere di nuovo l’America grande,” perché è troppo impegnato a parlare di Clinton.

È stato probabilmente frutto piú di frustrazione e di stanchezza che vero ragionamento politico, quando ha detto che potrebbe non riconoscere la sconfitta elettorale: ma è una dichiarazione pesantissima, che mina le fondamenta stesse del sistema democratico statunitense.

La cosa piú grave: una buona fetta di individui pericolosi all’interno del partito repubblicano lo stanno seguendo, da Palin a Santorum — e ovviamente Giuliani.

I tre dibattiti, combinati con i montanti scandali, hanno raso al suolo ogni speranza che Trump potesse avere di vincere. Clinton ha ormai la vittoria in tasca, almeno apparentemente, che al GOP piaccia o meno.


Per concludere: un paio di GIF di Hillary Clinton, totally zia d’America.

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