Le forze irachene e curde hanno lanciato questa notte un attacco coordinato nel tentativo di riconquistare Mosul, seconda città più grande dell’Iraq, controllata dal cosiddetto Stato Islamico dal 2014.

L’operazione, che è ancora in corso e che proseguirà per ore, forse giorni, vanta un nuovo soldato sul fronte: è una webcam. Frutto di una collaborazione tra Associated Press e il network di informazione curda Rudow, ai margini della battaglia è stata installata una telecamera connessa a internet, che sta facendo diretta su Facebook e YouTube.

Insieme al live su internet, Rudow e AP hanno organizzato anche un hashtag ufficiale di commento: è #Mosul_Offensive, e raccoglie commenti degli spettatori inframezzati da opinioni di varie testate che stanno cercando di cavalcarne l’onda — un po’ come faremo noi con il tweet di questo post.

Tantissimi altri canali di informazione online stanno dando “repliche” del feed video: la battaglia di Mosul si può vedere su tutte le pagine locali di Russian Television e di Al Jazeera: cambiano solo i commenti e le reazioni alle esplosioni — cuoricini o faccine tristi? Dipende da chi si tifa.

È la naturale deriva della spettacolarizzazione della guerra a cui abbiamo cominciato ad assistere quindici anni fa con le guerre di Afghanistan e Iraq, portata alla sua naturale conclusione online.

screen-shot-2016-10-17-at-12-29-55Le tv seguono il conflitto con una virulenza mai vista prima, e giusto in tempo per quando si è entrati nel clou della guerra in Iraq hanno perfezionato la formula. La Rai aveva creato perfino una sorta di brand ombrello, che univa tutte le produzioni sulla Guerra delle tre reti: quando si parlava di Iraq appariva sul televisore un enorme logo arancione, a invitare lo spettatore — accorrete! Ci sarà sangue, esplosioni, terrore.

Durante quegli anni ci si rideva quasi sopra — Luttazzi chiedeva a gran voce riviste porno per potersi masturbare sui cadaveri, il Rat-Man di Leo Ortolani lamentava la troppa pubblicità che interrompeva la carneficina.

Oggi assistiamo alla digitalizzazione definitiva di quei meccanismi: l’assalto diventa un evento mediatico, che unisce la ricerca forsennata per il verité dei primi reality show con la fame di sangue a cui ci hanno addestrato le serie tv degli ultimi anni.

Tutto è virtualmente indistinguibile dalle meccaniche a cui si assiste, appunto, per la premiere di una serie tv molto attesa, così come i commenti in diretta su Twitter e sul live di YouTube ricalcano fedelmente quanto si vede durante le dirette delle partite di calcio.

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I commenti in diretta variano da battute ciniche, “questo trailer per il prossimo Call of Duty è molto lungo,” a esclamazioni di gioia — DetroitFireJimCaldwell commenta, durante un’esplosione “ayy its lit.” C’è chi vedendo i curdi festeggiare dopo la presa di un paese limitrofo a Mosul non capisce che sta guardando alleati, e strepita contro i terroristi che ballano, chi spera la diretta andrà avanti tutta la notte “perché si festeggia meglio, e di notte si usano anche le armi più da pazzi,” e chi appena manca l’audio si lamenta con la regia.

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È inevitabile trovarsi a riflettere: questo è giornalismo? A cosa serve vedere in distanza delle esplosioni su una camera fissa, senza commento? A livello di spettacolarizzazione utile, non si capisce nemmeno chi stia vincendo. D’altro canto, se non ci fosse, saremmo meno informati? Sarebbe possibile raccontarci cose che non sono successe se internet non fosse lì, chiassoso e col suo carro di meme e tormentoni, a vegliare sulla Verità? Dieci anni fa la stampa ufficiale fece un lavoro terribile nel difendere il pubblico dalla propaganda della NATO. Oggi, è difficile immaginare che blogger e redditor possano fare di meglio — ed è difficile che questo teatro dell’orrore valga la sua quota di democrazia aggiunta.

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