Di che cosa parliamo quando parliamo del conflitto israelo-palestinese? Benedetto Croce diceva che la Storia è il passato osservato con gli occhi del presente. Ma quali occhi, e in che ottica si può guardare a una realtà così corrotta come quella che riguarda il conflitto tra lo Stato d’Israele e la Palestina?

Per rispondere a queste domande ci siamo rivolti ad Amira Hass, giornalista di Haaretz e voce fuori dal coro della carta stampata israeliana, che ha riportato a The Submarine alcune considerazioni sulle ultime dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti in occasione dei funerali di Shimon Peres, ci ha parlato della sua idea di etica nel giornalismo e, ovviamente, del conflitto israelo-palestinese.

Yasser Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin ricevono il premio Nobel per la pace, 1994

Yasser Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin ricevono il premio Nobel per la pace, 1994

Non è la prima volta che, nel corso della storia, si strumentalizza un morto. E così, in linea con la tradizione, Obama a Gerusalemme (come Eichmann prima di lui) ha colto l’occasione per ricordare certe banalità sul male: “Il popolo ebraico non è destinato a occupare, a governare un altro popolo… abbiamo un’altra storia e tradizione come popoli, noi siamo nati contro lo schiavismo.”

Ora, benché le parole del primo inquilino della Casa Bianca abbiano “guastato la festa al morto e ai figuranti,” sembra che siano riuscite a fuorviare gran parte della stampa mondiale, ma non Amira Hass.

Mentre infatti il mondo interpretava questo sermone come l’attenzione americana nei confronti dei diritti soggettivi palestinesi, in realtà, come racconta la cronista di Hareetz, “sono tutte bullshits.

Il teatrino, insomma, il “giuoco delle parti,” non regge. Il fatto (insostenibile) che si spezzi una lancia in favore di Shimon Peres, che “ha raccontato solo menzogne, ha raccontato menzogne a tutto il mondo, soprattutto con la parola ‘Pace’”, con l’intento di sottolineare e condannare la politica “ipernazionalistica” dell’attuale premier israeliano Netanyahu, risulta inaccettabile.

Per Amira è di primaria importanza raccontare tutto questo. Raccontare la sua vita, la vita degli altri. “Si può fare ancora la differenza. L’importante è occuparsi di quello che conta davvero. Uno può scrivere di quello che avviene in Sudafrica anche se è italiano, non dico che non debba farlo. Tuttavia, un italiano (o chi per lui), potrà trovare quelle stesse notizie su qualsiasi sito web. Di conseguenza un giornalista che prova, nonostante tutto, a cambiare lo status quo, deve rivolgersi al proprio bacino di informazioni.”

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“Quando sai che quello che scrivi potrebbe fare la differenza devi essere prudente.” Per questo la questione è particolarmente delicata. Ma il problema maggiore rimane uno, ci spiega Amira: “Finché le persone a cui ti rivolgi, mentre pensi a un pezzo, non leggono quello che scriverai, allora parte della fatica fatta rimarrà inappagata. Il mio giornale non è molto letto. Viene tradotto anche in inglese ma molti degli israeliani a cui mi rivolgo non mi conoscono, non mi leggono. E difficilmente un palestinese si imbatte in un articolo di Haaretz tradotto in inglese”.

Sempre a proposito di cronaca, di informazione, Amira parla della stampa d’Israele come di un “totem orwelliano” che muta, cambia, distorce, cancella le parole, i dati, i fatti. Sono sempre più numerosi i casi in cui la libera (e presumibilmente) corretta circolazione di informazioni viene, in certa misura, censurata sia da Israele, sia da parte dei palestinesi.

Le televisioni, così come i giornali-stato arrivano a “fare pressioni perché i resoconti della verità non coincidano con essa. Mi è capitato di conoscere personalmente una famiglia palestinese che aveva perso il figlio per mano di agenti sul confine. Mi spiegarono che contestavano quanto avesse fatto il figlio. Quando vennero intervistati da una tv palestinese dissero tutt’altro. Sostennero che fossero orgogliosi di quanto avesse fatto loro figlio. Dissero che si era immolato per la Palestina e i palestinesi. Ricordo solo che negli OPT (Occupied Palestinian territories), dal 1 ottobre 2015 al 19 luglio 2016 si contano 212 palestinesi uccisi.

La questione è indissolubilmente vincolata alla radicale idea di nazione che, negli ultimi tempi, non ha fatto altro che entrare sempre più in profondità. L’idea di Stato ci porta in quei “tempi interessanti” ridefiniti dal filosofo Slavoj Žižek. In tempi di “guerra, irrequietezza e lotta.” Tempi storici da stato di natura, con la differenza che, progressivamente, si è passati dagli arbitrî orientati alla sopraffazione dell’altro (singolo individuo che lotta per l’autoconservazione), al conflitto tra false e ideologizzate idee di Stato–Nazione.

Se quando si rivolge lo sguardo indietro, agli ultimi anni della storia del conflitto, è facile spiegare “come da Oslo fossero chiare a tutti le intenzioni di Israele. Il problema è alla radice, ha occupato un intero secolo della nostra storia. La questione contingente ha però avuto specificazione circa 25 anni fa, quando si decise di pensare a Gaza e West Bank.” Dall’altra parte, quando si parla di ciò che possa riservare il domani, Amira Hass arriva a presupporre che “malgrado scordi sempre la palla di vetro a casa, la parte più cinica di me pensa che non si risolverà nulla, la parte più ottimista, invece, pensa la stessa cosa. Tuttavia credo sia giusto continuare a provare a cambiare le cose.”

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