di Mario Blaconà

Negli ultimi anni parlare del cinema di Woody Allen segue una formula ben precisa, sempre la stessa: ormai non fa più niente di nuovo, le storie sono tutte uguali, fa i film con il pilota automatico, e così via. Non è intenzione di chi scrive contestare del tutto questi assunti (che si possono definire ormai di portata generale) perché nella maggior parte dei casi sono veri. Allen non allunga più il suo sguardo filmico oltre le strutture classiche della sua cinematografia, continuando a mettere in scena tutti quei contenuti che ricorrono alla tipica visione ironica e cinica della società occidentale alleniana. Escluso Blue Jasmine, che può essere forse considerato un’eccezione, seppur ottima, il cineasta newyorkese sembra non fare altro che compiere dei grandi girotondi su se stesso come ha sempre fatto.

Le ondate di critiche non hanno risparmiato neanche la sua ultima fatica, Cafè Society, film sulla Hollywood dell’età dell’oro del cinema americano e in particolare sulle peripezie amorose del giovane ebreo – sì ebreo, non ve l’aspettavate eh? – newyorkese – il protagonista è di New York, da non credere – interpretato da Jesse Eisenberg, innamorato dell’affascinante assistente dello zio produttore, interpretata da Kristen Stewart. Il film in effetti ricomprende tutti gli archetipi sottotestuali del cinema alleniano: la religione ebraica, la fascinazione per New York, l’amore per il cinema, l’ipocrisia della vita di coppia, l’ironia pungente e una discreta dose di cinismo.

Ma se provassimo a fermarci e facessimo un passo indietro per vedere tutto da una panoramica diversa? Considerate come tutti questi stilemi appena citati si siano inseriti nell’immaginario collettivo e sul modo di comportarsi nella vita vera: il disincanto su certe situazioni della vita di coppia, il botta e risposta ironico, il fascino dell’insicurezza che nasconde un peculiare sguardo sulla vita, tutte caratteristiche della filmografia di Allen che ritornano spesso in molte persone che magari conosciamo personalmente, e che in qualche modo non limitano il suo cinema a un mero modus operandi, ma a ben vedere, in modo molto discreto e mai chiassoso, lo trasformano in un vero e proprio linguaggio.

Questo naturalmente non vuole essere un giudizio di valore. C’è chi potrebbe considerare che sposare la visione di Allen sulla vita sia una posa ingenua, ipocrita e magari anche meschina – e forse anche a ragione. Quello che si vuole sottolineare in questa sede è come ormai il suo cinema sia diventato davvero un modo di esprimersi a tutto tondo, e che quindi parlare di ripetizione potrebbe non essere appropriato, così come non lo sarebbe far notare che Quentin Tarantino mette sempre molti dialoghi e molta violenza nei suoi film e Paul Thomas Anderson frastaglia la trama fino a far scomparire il filo conduttore. Stiamo parlando di un modo di comunicare, e ogni storia che Woody Allen racconterà la racconterà con questa lingua, che è la sua, e che noi abbiamo imparato a comprendere.

Il regista e i due giovani attori sul set del film.

Il regista e i due giovani attori sul set del film.

Notare che Cafè Society è un lungometraggio ambientato nel mondo del cinema, e il cinema è per eccellenza un linguaggio, notare che questa volta il direttore della fotografia è il grande Vittorio Storaro (L’uccello dalle piume di cristallo, Il conformista, Ultimo Tango a Parigi, Novecento, Apocalypse Now), notare che Jesse Eisenberg è l’attore feticcio alleniano per eccellenza, dopo lo stesso Allen (in un’intervista il regista ha affermato che Eisenberg è lui ma con una dimensione in più che solo un grande attore può dare) e notare che Kristen Stewart è probabilmente l’attrice che più di tutte rappresenta questa generazione. Il cinema che parla di cinema, una fotografia magniloquente e due grandi attori: tutti elementi che Allen usa per mettere in scena un film che a ogni inquadratura ci suggerisce che quello che ha fatto in tutti questi anni non è altro che costruire un suo mondo, una sua realtà, dalla quale probabilmente non si staccherà mai fino alla morte.

È proprio per raggiungere questa teleologia comunicativa che per molto tempo ha infranto la quarta parete parlando direttamente al suo pubblico, e ora che non serve più, perché il messaggio è arrivato a chi doveva arrivare — forse fin troppo — ci regala un finale intelligentissimo e di gran classe, facendo girare la camera (che nell’ultima scena sembra quasi prendere vita, mentre fino ad allora era rimasta quasi sempre magnificamente asservita alla narrazione) attorno all’attore protagonista, fino a riprenderlo da dietro. Il film si conclude così, con l’eroe della storia che dà le spalle al pubblico, perché se avete capito, bene, altrimenti fatti vostri.

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