È stata discussa ieri alla Camera la legge sulla prevenzione e sul contrasto del bullismo e del cyberbullismo.

Il disegno di legge era stato presentato all’inizio del 2014 e approvato in prima seduta al Senato all’unanimità il 20 maggio 2015.

L’iter legislativo è proseguito a tappe forzate collezionando emendamenti a partire dal 27 luglio 2016, quando la Commissione giustizia e affari sociali della Camera è intervenuta con le modifiche più corpose. Alla riapertura del Parlamento, il 13 settembre, è stato il primo ddl a essere preso in esame, e la legge semplice e chiara che era stata approvata dal Senato è arrivata completamente stravolta alla Camera.

Originariamente si trattava di un ddl improntato all’educazione dei più giovani — i più colpiti — tramite un percorso di cultura digitale che poi avrebbe coinvolto anche gli adulti, in particolare gli insegnanti.

“La proposta di legge originariamente non aveva carattere repressivo, bensì in primis educativo, inclusivo e preventivo” scrive sul suo sito Elena Ferrara, Senatrice della repubblica e prima firmataria del ddl 3139.

Avrebbe dovuto tutelare i minori e promuovere un percorso di educazione digitale per vittime e bulli.

Ma poi il lavoro emendativo di quest’estate ha partorito una legge più ampia: sono scomparsi i riferimenti ai minori che delimitavano l’ambito di applicazione della norma ed è stato introdotto il reato penale — fino a sei anni di reclusione.

Così la legge si presta a forti critiche perché va a ledere la libertà di opinione sul web. Molti giornali l’hanno definita una “norma ammazza web:” assieme a chi è abituato a lasciare commenti cattivi sul web (i cosiddetti hater), verranno monitorati e, in seguito a segnalazione, bloccati i piccoli blog, le pagine di informazione e satira su Facebook, gli YouTuber — un ampio popolo che vive sul web.

Si può fare richiesta di rimozione, oscuramento contenuti, sanzione pecuniaria o penale in base alla gravità dell’atto e alla reiterazione, fino a richiedere l’intervento del garante privacy e successivamente della polizia postale.

Lo stravolgimento del testo iniziale riguarda soprattutto gli articoli 2 e 3, i più discussi nelle sedute del 15 e del 20 settembre alla Camera dei Deputati.

 

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Per quanto riguarda l’art. 2, l’Onorevole Vittorio Ferraresi del Movimento 5 Stelle ha detto: “Avremmo voluto che la sua formulazione fosse riferita solo ai minorenni o in caso diverso fosse specificato in riferimento a categorie di maggiorenni ma più vulnerabili.”

E aggiunge: “L’istanza di oscuramento può essere fatta dal gestore e grandi piattaforme come Facebook sono già regolamentate per potersi difendere, nel caso invece di piccoli blog o siti che fanno informazione senza avere dietro un gruppo editoriale o un grosso imprenditore è ovvio che, sotto la scure di avere una sanzione di 180 mila euro, oscureranno i materiali perché non può permettersi la sanzione.”

Anche l’Onorevole Giovanni Paglia (SEL) si oppone all’articolo 2: “Siamo in un terreno difficile: non si tratta di minacce o diffamazione perché già normate, ma parliamo di parole che non sono così gravi da essere reato, ma producono stato di ansia e disagio nella vittima. Ma come definire cosa produce ansia in un adulto? È una sensazione soggettiva. Stiamo dicendo che un maggiorenne che si senta offeso può pretendere l’eliminazione del materiale in questione senza un giudice come intermediario. Poi interviene il Garante per la privacy che però, appunto, si occupa di privacy, non di offese, e la norma sulla privacy già esiste. Quindi stiamo dando in mano a una autorità amministrativa un compito che non le è proprio. Questa è una legge pericolosa che non fa onore al Parlamento e alla maggioranza.”

L’Onorevole Anna Ascani (Partito Democratico) risponde che l’articolo 2 e i suoi emendamenti si propongono di allargare la platea di un diritto di tutela della vittima “senza sottovalutare quello che riguarda i minori.”

La legge è passata e ora è al vaglio in Senato, dopodichè sarà legge.

È indubbiamente una legge da fare, ma oltre al rischio di strumentalizzazione e bavaglio del web, presenta un altro fondamentale problema che la riguarda fin dall’inizio: i fondi stanziati per l’applicazione (percorsi educativi, il garante della privacy e la polizia postale) sono 220 mila euro che, come fa notare il senatore Baroni, divisi per 41 mila plessi scolastici sono circa 5-10 euro a scuola — il prezzo di una risma di carta per combattere bullismo e cyberbullismo!

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Un altro problema: ad oggi nessuno sa di preciso individuare il fenomeno del cyberbullismo. Per esempio, in Germania molestie, estorsioni, e ricatti online non sono considerati reato. In alcuni Paesi come Cipro e Ungheria il fenomeno non viene considerato proprio reato in sé.

Eppure il fenomeno è in aumento, come presumibile dalla sempre più ampia diffusione delle tecnologie a facile portata dei più giovani — l’educazione digitale intanto non fa passi avanti.

La Senatrice Laura Puppato, contattata da The Submarine, è dell’opinione che questa legge debba tutelare esclusivamente i minori. “Sono loro — per definizione — i soggetti deboli che hanno diritto ad una tutela per evitare le conseguenze nefaste di una rete che li espropria della loro ingenuità e fanciullezza, esponendoli a rischi madornali e perenni, così come hanno diritto di essere liberati da ogni forma di bullismo isolato o di gruppo. Per gli adulti altre sono le forme individuabili di protezione da un web che sa essere spietato e non dimentica.”

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Sul sito della Senatrice Elena Ferrara si trovano i punti statistici raccolti dal suo staff e le stime recenti sul fenomeno del bullismo e del cyberbullismo in Italia:

  • Circa 4 ragazzi su 10 sono connessi oltre 6 ore al giorno. (Numeri di Skuola.net per Generazioni Connesse, il Safer Internet Centre italiano)
  • Il 6% degli adolescenti e pre-adolescenti è vittima di cyberbullismo (ma è evidente che vi sia ancora tanto sommerso). Di questi l’11% ha tentato il suicidio; il 50% pratica autolesionismo o ha pensato al suicidio; il 77% si dichiara depresso o triste. (Ricerca di Skuola.net)
  • Secondo il 77% dei presidi ritiene che “Internet è l’ambiente dove più frequentemente si verificano casi di bullismo”; l’89% ritiene che sia “più difficile da intercettare rispetto al bullismo tradizionale” del quale risulterebbe “anche più doloroso”. Infine il 93% dei presidi ritiene che “l’esempio dei genitori influenzi molto i cyberbulli”. Non solo: l’81% dei presidi ritiene che i genitori minimizzino il problema del bullismo digitale. (Ricerca del Censis in collaborazione con la Polizia Postale.)
  • Il 95% dei ragazzi possiede uno smartphone. (Studio dell’Università di Firenze e Skuola.net per il Safer Internet Centre.)
  • Il 98% dei ragazzi ha almeno un social network. L’83% degli adolescenti conosce un under 13 che ha aperto un profilo Facebook. Il 35% si dà appuntamento con qualcuno conosciuto sul web. 452.000 ragazzi (12%), contemporaneamente, non hanno accesso alla Rete. (Dati dallo studio Ipsos per Save The Children.)
  • Il 13% dei ragazzi dichiara di aver inviato foto intime. (Indagine del centro CREMIT dell’Università Cattolica di Milano)
  •  Il 50% ha ricevuto immagini sessualmente esplicite da amici. (Studio Pepita Onlus.)
  • L’85% dei ragazzi vuole corsi a scuola sull’uso dei social network. (Ricerca Skuola.net per la Polizia di Stato.)
  • 3 milioni di studenti negli ultimi 15 anni non hanno terminato gli studi. 30mila Hikikomori in Italia, minori esclusi che non escono di casa. (Studio di “Minotauro – Istituto di analisi dei codici affettivi” di Milano, pubblicato da l’Espresso.)
  • Il 25% dei ragazzi pratica vamping, ovvero ha l’abitudine di restare svegli la notte a chattare e navigare su internet (Telefono Azzurro e Doxa Kids).

I dati hanno riportato l’attenzione sul fenomeno aggravato dai casi recenti come il suicidio di Tiziana Cantone.

La senatrice Elena Ferrara ha preso a cuore il tema dal 2013 quando il 5 gennaio, una sua allieva, Carolina Picchio, si è suicidata dopo che i suoi amici l’avevano filmata mentre vomitava ubriaca.

Paolo Picchio, padre di Carolina, con Papa Francesco

Paolo Picchio, padre di Carolina, con Papa Francesco

Il padre Paolo Picchio ha fatto una lunga battaglia e il caso si è concluso con la condanna dell’unico maggiorenne a un anno e sei mesi: questa è la prova che non servono nuove leggi per pene che esistono già, ma nuove tutele, nuova educazione, per formare un cittadino consapevole dei rischi che può incontrare un utente su internet.

“Lo stalking è già normato come atto persecutorio, non solo per via telematica” ha ricordato ieri l’Onorevole Vittorio Ferraresi a Montecitorio riferendosi alla legge Carfagna del 2009.

Ma se di principio la legge n. 3139 è ispirata proprio da questi obiettivi, approderà in Senato tagliuzzata, sminuzzata e poi riappiccicata con emendamenti pericolosi per chiunque, anche per quei nativi digitali che internet hanno imparato a usarlo. Gli obiettivi sono nobili, il rischio alto: la libertà di opinione ne risentirà ogni volta che la legge verrà strumentalizzata da chi, trovando sul web materiale che lo disturba, avrà i mezzi per intervenire; chi prima si permetteva di sputare il proprio parere, magari anche diffamatorio, su una pagina Facebook, domani non avrà imparato a non farlo ma gli verrà impedito.

Se domani rimpiangeremo il fastidioso opinionismo dei social, sarà anche grazie a questa legge.

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