Nel corso dell’emergenza a New York di due giorni fa, la polizia della metropoli ha fatto uso di una squadra di robot pilotati a distanza in grado di disarmare esplosivi. I piccoli automi sono grandi poco più di un carroarmato giocattolo, montano una serie di strumenti per analizzare la situazione e delle braccine per operare la situazione esplosiva.

Grazie a prezzi in costante diminuzione, robot originariamente previsti solo per uso militare stanno diventando sempre più frequenti nel contesto di operazioni di polizia — sia nel caso di emergenze, come i robot anti-bomba, sia per usi paramilitari, come durante lo standoff di Dallas, sia per usi pacifici, come i robot di guardia alla Convenzione Nazionale del Partito Repubblicano, che proteggevano l’elezione di Donald Trump a capo della Federazione dei Mercanti di Star Wars.

Questi robot, che secondo il linguaggio corrente sarebbe più spesso corretto chiamare “droni”— perché interamente dipendenti da pilota per qualsiasi tipo di operazione— vengono usati in ogni contesto in cui sarebbe troppo pericoloso per un poliziotto umano inserirsi nell’azione: da ispezioni segrete nel covo nemico a vere e proprie missioni kamikaze. L’utilizzo di ogni forma di automa solleva enormi questioni morali, pratiche e legali.

Il progresso delle macchine per uso militare ha fatto crollare negli ultimi anni i prezzi di robot “più semplici,” permettendo la loro diffusione anche in contesti diversi. La maggior parte dei robot che incontreremo nelle prossime righe è dotato di armi non letali, ma tutti permettono di essere “caricati” in modo da poter uccidere. Inoltre, nulla impedisce agli umani che operano i robot di improvvisare rendendo letali robot che erano stati costruiti per altri scopi.

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Ci sono robocop relativamente piccoli e amichevoli, come il Griffin della polizia di Cleveland, che si infila dove non riescono ad arrivare umani alla ricerca di bombe, ma ci sono anche i più spaventosi droni Skunk usati dalla polizia indiana per coprire di spray al peperoncino manifestanti — dotati anche di laser per disorientare e autoparlanti per riprodurre le richieste della polizia.

Di gran lunga il più spaventoso — fin dal nome, SGR-A1 — è il robot di confine prodotto da Samsung per la Corea del Sud. Costruito per guardare le spalle dei poliziotti in carne e ossa lungo il confine con la Corea del Nord, SGR-A1 è armato di una mitragliatrice da 5.5mm e un lancia granate in grado di colpire bersagli distanti 2 miglia, per sparare prima e fare domande dopo.

Ci sono anche casi tragicomici, come il Dogo, uno scatolino telecomandato prodotto in Israele che però si apre come un Walkman e al suo interno al posto di una cassetta ha una 9mm per ammazzare a distanza.

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L’impiego a New York segna un nuovo passo verso la normalizzazione dell’uso di robot nelle operazioni di polizia.

Si sta iniziando dai droni anti-bomba perché il loro impiego è tra i più facili da giustificare: disarmare ordigni è incredibilmente pericoloso, e spesso richiede una precisione e una fermezza che sono effettivamente più naturali per una macchina che per un essere umano.

Ma è stato proprio un robot anti-bomba ad uccidere a Dallas, grazie a una modifica che gli ha permesso di ospitare esplosivo su una delle sue braccia. Una fine ironica, trasformato in un drone assassino in tutto tranne che per i tribunali.

Inevitabilmente l’uso di robot in situazioni di pericolo porterà ad una progressiva normalizzazione della violenza, separando fisicamente la polizia dal criminale. Così, come si è accettata la guerra a distanza, lentamente finiremo per essere desensibilizzati anche verso le violenze della polizia. La normalizzazione? Passa da robot buffi che inciampano cercando di salire su una collinetta.

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