Lo scorso mercoledì 31 agosto, in un leak al blog The IPKat, sono stati rivelati i piani della Commissione Europea e del Commissario Digitale Günther Oettinger sulla riforma del copyright per il mercato digitale.

Tra le altre cose, la proposta obbligherebbe i gestori di piattaforme online a monitorare la legittimità di ogni contenuto caricato dagli utenti — un macigno contro l’innovazione, le piccole start up e il funzionamento stesso di internet. Ve ne abbiamo parlato qualche giorno fa, ma restava sospeso un punto importante: perché presentare una riforma del copyright così retrograda e insensata?

Lo abbiamo chiesto a Julia Reda, europarlamentare del Partito Pirata tedesco nel gruppo Verdi Europei – Alleanza Libera Europea.

Reda ha proposto nel novembre 2014 una riforma del diritto d’autore molto più ragionevole, ma che in fase di contrattazione è stata deformata, arrivando a mettere in discussione addirittura la
libertà di panorama — così che la gente potesse infrangere il copyright non solo scaricando telefilm ma anche andando in vacanza.

Oggi, Reda è in guerra contro le proposte del Commissario Digitale Oettinger.

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Grazie per aver accettato di parlare con noi.
Partiamo da una premessa: se saranno introdotti modelli di controllo per i contenuti online, quali misure saranno necessarie per continuare a garantire la libertà d’espressione, e quali per non pretendere che siano i servizi intermediari a dover far rispettare la legge?

Credo ci siano già gravi problemi sulla libertà d’espressione. In Germania di recente c’è stato il caso di un artista di remix che ha caricato un mashup della partita di calcio Germania–Italia, mettendo insieme tutti i calci di punizione uno dietro l’altro. Il video è diventato immediatamente di grande successo sui social media, ma l’UEFA ha chiesto venisse cancellato perché infrangeva il loro copyright. E in realtà non è affatto chiaro se questo esempio è un caso di abuso di diritto d’autore: la Germania ad esempio ha una legge che concede eccezioni per il cosiddetto “fair use,” che permette di usare parti di un materiale protetto da copyright se lo si inserisce in un nuovo contesto.

Norme come questa però spesso sono troppo raffinate per gli automatismi di servizi come Twitter e Facebook, che non riescono a distinguere se un contenuto ha una “quota di novità” sufficiente per poter essere considerato originale. Se Twitter o Facebook lasciano online qualcosa di illegale potrebbero venir denunciati dagli aventi diritto, mentre se cancellano i contenuti non subiscono conseguenze: dunque, se lasciamo che siano le piattaforme a fare controlli sui contenuti, inevitabilmente verranno cancellati più contenuti di quelli che dovrebbero.

L’unico modo per verificare che nessun contenuto sia illegale è controllare tutto il contenuto, e questo è possibile solo attraverso algoritmi, come Content ID. Sarà un grosso problema anche per l’industria. YouTube ha investito 60 milioni di dollari per sviluppare Content ID ma tantissime società più piccole non hanno le risorse per produrre qualcosa del genere in casa, e se per legge devono poter usare questa tecnologia, dovranno comprarla da terze parti. Quello che potrebbe succedere è che società come Google potrebbero decidere di vendere licenze per algoritmi di Content ID, così una legge che avrebbe dovuto danneggiare YouTube potrebbe finire per arricchire Google.

Credo sia una cattiva idea per la libertà di espressione, che porterà necessariamente a un’ulteriore accentramento nella produzione di contenuti — esattamente quello che la Commissione vorrebbe evitare.

E non siamo nemmeno sicuri di quanto queste nuove misure sarebbero legali: le società dovrebbero monitorare tutta la produzione degli utenti in maniera pro-attiva, e questo oggi non è legale in tutti i Paesi europei.

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Leggendo la proposta ci è sorto il dubbio che decidere di affidare a terze parti e ad algoritmi il ruolo di polizia dei contenuti sia un modo per muoversi verso misure più rigide su cosa sia contenuto originale, su cosa sia satira — particolarmente problematico se il contenuto osservato è espressione politica, o notizie.

La Commissione non credo voglia limitare la libertà d’espressione, ma sta semplicemente ascoltando troppo da vicino l’industria musicale — che sta spendendo tantissimo in lobby a Bruxelles, e che vuole fortemente che questi controlli siano imposti.

Non credo che la Commissione abbia un “piano segreto” per limitare la libertà di parola, ma credo sia genuinamente convinta che senza queste misure l’industria musicale non sopravviverà.

Il risultato, a mio parere, sarebbe un altro. L’industria musicale sta cambiando a grande velocità: ci sono artisti che ogni giorno fanno accordi con piattaforme di distribuzione, e quasi tutte le case discografiche caricano loro stesse i propri contenuti su servizi come YouTube.

Per cui: non credo la Commissione voglia limitare la libertà d’espressione, ma temo che il risultato sarà esattamente quello. La libertà di espressione nel contesto del diritto d’autore è delineata attraverso una serie di eccezioni che definiscono entro quali confini una produzione possa essere considerata satira, o parodia. Anche Paesi con leggi sul diritto d’autore molto rigide, come la Francia, hanno una lunga tradizione di satira e comicità.

Ma queste leggi sono diverse in ogni Paese e troppo complicate per essere fatte rispettare da algoritmi — e nessuna società ha i fondi per applicare 28 diversi set di regole. È un grave fallimento della Commissione non portare una proposta che uniformi le eccezioni entro cui è possibile operare all’interno del diritto d’autore, in modo da poter garantire, in qualche modo, il diritto di citazione, satira e remix.

Sono assolutamente necessarie eccezioni a livello europeo per il fair use, per la citazione e la parodia.

Al contrario, anche se la Commissione ha promesso di muoversi in questa direzione, gli unici passi avanti che sono stati fatti in materia sono circa l’educazione e la ricerca.

Non è un complotto, stanno ascoltando troppo l’industria musicale.

Ma se davvero le pressioni arrivano dall’industria musicale — abbiamo visto con YouTube e con il livello gratuito di Spotify che questo tipo di servizi non generano profitti sostanziali per l’industria, perché allora stanno spingendo per una uniformazione proprio su questi modelli che sappiamo non funzionare?

Se è vero che questi modelli non funzionano per tutta l’industria, certamente aiutano a far arricchire i grandi giganti. È particolarmente evidente con l’ancillary copyright, chiaramente una richiesta dei grandi editori tedeschi come Axel Springer. Ci sono molti piccoli editori opposti a queste proposte.

Se questa proposta diventerà legge, nessuno investirà più nell’ambito dell’aggregazione di notizie.

Non nasceranno nuove start up che si occupino di organizzare le notizie in maniera innovativa. I grandi editori possono trarre vantaggio da queste misure perché, se si rimuovono le notizie da aggregatori e social media, il pubblico che cerchi cosa è successo inevitabilmente ritornerà a gravitare attorno ai giornali che conosce già: un bel vantaggio per i grandi marchi.

Ma chi produce contenuti di nicchia, o specialistici, viene letto solo attraverso diffusione sui social media.

Ovviamente la premessa stessa è priva di senso — tutti i grandi editori investono tantissimo in ottimizzazione per i motori di ricerca, e hanno enormi strategie per i social media, non solo perché hanno enormi possibilità di guadagno da questi fronti, ma perché è come, effettivamente, raggiungono una parte importante dei loro lettori.

E il fallimento del divieto di Google News in Spagna ha dimostrato effettivamente che questo modello non sia efficace per l’industria dell’informazione. Allo stesso tempo, nello scorso anno l’industria musicale ha guadagnato più dalla vendita di vinili che da YouTube.

E, senza ovviamente voler disegnare cospirazioni di nessun tipo, è dove mi sembra manchi un pezzo della storia: questa proposta ha delle possibili conseguenze esplosive, e i gruppi che la starebbero promulgando sanno già che non funzionerà.

Perché i lavori stanno procedendo, allora? È solo a causa della profonda incompetenza di Oettinger?

No… Credo che Oettinger osservi la questione in un modo molto analogico. Se l’industria musicale non sta più vendendo CD, evidentemente è perché la gente prende la musica da un’altra parte.

In realtà ovviamente ci sono sempre stati modi per avere accesso a contenuti gratuitamente, e magari prima di internet erano le biblioteche, o la radio — e c’erano modi diversi di monetizzare questi canali: le radio distribuivano musica direttamente, e pagavano una licenza forfettaria per quello che trasmettevano.

Ma su YouTube i contenuti sono caricati dagli utenti, e YouTube è solo un intermediario — però qualcuno ha convinto Oettinger che YouTube sia esattamente come la radio, o come Spotify, e non hanno intenzione di distinguere se i contenuti sono caricati dagli utenti o dagli aventi diritto.

Se l’industria guadagna meno da YouTube che da Spotify, l’unica possibile conclusione è che YouTube stia infrangendo la legge.

Potrebbero ovviamente chiedere che quei video siano rimossi, ma preferiscono invece che Google li paghi — cosa che per altro sta già facendo, volontariamente, senza che la proposta diventi legge.

Oettinger non sta riflettendo, o forse non ha mai letto gli studi economici, su come oggi gli artisti guadagnino facendo musica online — spesso in posizioni di diretto conflitto con le case discografiche.

Se invece accettiamo che gli artisti non guadagnano abbastanza, l’Europa può fare molto di più che una riforma del copyright, migliorando le condizioni di lavoro e offrendo maggiori strumenti di contrattazione — anzi, quanto contenuto nella riforma circa gli obblighi di maggiore trasparenza nei contratti con gli artisti è abbastanza OK.

Oettinger non capisce che il pubblico paga volentieri per l’accesso alla cultura quando gli sembra abbia un prezzo giusto. Le persone che guardano video gratuiti su YouTube sono le stesse che hanno anche account premium su Spotify, e anzi, sono proprio le persone che fanno più file sharing che spendono di più in cultura: di solito sono teenager.

Il loro punto resta fermo: se qualcosa è consumato gratuitamente, è una vendita persa — ma gli studi economici dicono il contrario.

Un’ultima domanda: in seguito a questo leak, come si può procedere verso una nuova legge per il diritto d’autore… scritta competentemente, adeguata a internet? In particolare di fronte a queste così forti pressioni per il controllo proattivo dei contenuti.

Se si vuole applicare qualsiasi legge sul diritto d’autore, una legge che aziende e cittadini possano rispettare, è necessario renderla comprensibile, e unificare le leggi di tutti i Paesi. Questa era l’intenzione originaria, quanto detto dallo stesso Juncker nel 2014.

Rendere il diritto d’autore più semplice e più facile da rispettare.

Oettinger sta facendo l’esatto opposto. Dobbiamo riuscire a ricordare alla Commissione quale fosse il loro intento originario, e il problema non è il file sharing illegale, il problema è che una proposta come questa è impossibile da seguire, costringe università e biblioteche a usare carta quando vorrebbero passare a strumenti digitali, e nega qualsiasi speranza di crescita in Europa a start up che raccolgono e distribuiscono cultura.

Oggi, fondare una società come Netflix in Europa è praticamente impossibile.

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