Il 19 luglio, a Persan, Bagui e Adama Traoré stanno camminando in centro città quando una pattuglia di poliziotti li ferma per un controllo. Bagui, che è oggetto di un’inchiesta di polizia, resta calmo quando i due agenti in borghese si avvicinano annunciando il controllo. Adama, che non ha con sé i documenti, scappa. Dopo una fuga a più riprese di cui restano da chiarire i dettagli, i poliziotti riescono ad arrestare Adama, costringendolo al suolo in tre per poterlo ammanettare. Sono le 17.30 circa.

Alle 19 il giovane viene dichiarato morto, si dice in un primo momento per le complicazioni di un problema cardiaco. Adama ha 24 anni. Quello è il giorno del suo compleanno.  

Nelle ore successive alla morte, la collera sale a Persan e Beaumont-sur-Oise, sobborgo di cui è originaria la famiglia Traoré, e in altri centri della Val-d’-Oise. Da lì, nei giorni successivi, le proteste si moltiplicano, prima a Aubervilliers e poi a la Courneuve: macchine in fiamme e scontri con le forze dell’ordine, al grido di giustizia per Adama.  

Mentre le tensioni esplodono nella periferia parigina e il clima di violenza si fa sempre più teso, le istituzioni forniscono informazioni contradditorie circa le cause del decesso, imputandolo dapprima a un problema cardiaco e poi a delle gravi infezioni interne. Un contro-referto chiesto dai familiari però, evidenzia un elemento fino a quel momento taciuto dal procuratore di Pontoise: Adama mostra i segni di una sindrome da asfissia.

Nel frattempo, la famiglia e gli amici formulano l’ipotesi che le forze dell’ordine siano responsabili della morte del ragazzo. Bagui afferma di aver assistito alle violenze della polizia sul fratello ammanettato, e che un agente aveva macchie di sangue sulla t-shirt. Inoltre, secondo alcuni 13900407_10209655179517062_1479842165_ntestimoni Adama è stato costretto a terra da tre agenti per essere ammanettato, e il peso dei loro corpi potrebbe aver causato la crisi respiratoria responsabile del decesso.

La morte di Adama Traoré riporta alla memoria i fatti del 2005, quando due giovani dei quartieri, Zyed e Bouna, 17 e 15 anni, morirono fulminati all’interno di un trasformatore elettrico a Clichy-sous-Bois per sfuggire a un controllo della polizia. Da questo episodio si scatenarono, in tutta la periferia parigina, rivolte tanto violente da giustificare secondo la leadership dell’epoca la messa in atto dello stato di emergenza – che, a rafforzare ulteriormente il legame con allora, è stato prorogato a seguito degli attentati di Nizza dello scorso 14 luglio.  

Il movimento nelle banlieue all’epoca fu represso nella violenza, ma i collettivi e le associazioni dei quartieri continuano a tenere il conto dei morti e dei soprusi causati dalla polizia. Tra questi, il collettivo Urgence notre police assassine, che da anni lotta nelle periferie contro la violenza della polizia e sostiene legalmente le famiglie delle vittime.   

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Questi ultimi, insieme alla famiglia Traoré, erano tra gli organizzatori della marcia organizzata il 30 luglio per chiedere giustizia e trasparenza sulla morte di Adama. Il percorso previsto da Gare du Nord fino a place de la Bastille tuttavia non è stato completato. Ben presto circondati dalla polizia, i manifestanti sono stati trattenuti in una nasse per oltre due ore, fino a ché la polizia non ha permesso loro di allontanarsi, impedendo così lo svolgimento del corteo.

In un editoriale del 29 luglio dal significativo titolo “Black Lives Matter in France, Too,” il New York Times esprime la sua solidarietà e preoccupazione per la situazione francese. Mettendo in evidenza le differenze nelle relazioni razziali negli Stati Uniti e in Francia, dovute al problematico passato coloniale di quest’ultima, la redazione del quotidiano americano sottolinea l’impunità di cui sembra godere la polizia francese. Come nel caso di Zyed e Bouna, per il quale i due agenti coinvolti sono stati recentemente assolti dall’accusa di omissione di soccorso, nella vicenda di Adama Traoré i tentennamenti dell’autorità giudiziaria sembrano suggerire una connivenza nei confronti della violenza della polizia, o quantomeno una certa negligenza nel punire questi abusi.

D’altra parte, il contesto politico francese attuale non sembra favorire questo maggiore controllo sull’operato delle forze dell’ordine. Il mantenimento in vigore dello stato di emergenza amplia e conferma i poteri straordinari conferiti alla polizia a seguito degli attentati del 13 novembre, nonostante il rafforzamento del controllo da parte della polizia si sia dimostrato una misura inefficace per garantire la sicurezza del paese, come dimostrano i fatti di Nizza.

Al contrario, sotto lo stato d’emergenza, i controlli au faciès e le violente discriminazioni si sono moltiplicati, suscitando reazioni di rabbia e violenza da parte delle minoranze oggetto di tali abusi. Pochi giorni dopo la morte di Adama, il 24 luglio, nella cité des 4.000, a La Courneuve, Souleymane Fofana, abitante del quartiere affetta da un handicap che la rende sorda e muta, ha assistito all’abbattimento del proprio cane da parte della polizia a colpi di arma da fuoco. L’esecuzione è stata giustificata, dicono i poliziotti, dall’atteggiamento aggressivo del cane.

Il 31 luglio, nel nord di Parigi, le forze dell’ordine sono intervenute con la forza per sgomberare l’ennesimo accampamento di migranti, ad avenue de Flandres, nel diciannovesimo arrondissement. I video dello sgombero mostrano le forze dell’ordine attaccare con lacrimogeni e cariche per disperdere qualche centinaia di migranti accampati, in una vera e propria chasse à l’homme.

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Questi episodi di violenza e d’intimidazione non sono una novità, ma il sintomo di una questione razziale che in Francia cova da più di un decennio, esplosa una prima volta nel 2005 e nuovamente nel 2007 con forza tale da destare l’interesse dei media nazionali e internazionali. Gli abitanti dei quartieri però, gli immigrati di seconda generazione, africani, magrebini, arabi, affrontano quotidianamente discriminazioni e di abusi da parte delle forze dell’ordine. Nonostante la corte d’appello di Parigi abbia condannato lo Stato per aver effettuato controlli arbitrari su uomini di colore o arabi, questo appello non ha suscitato reazioni, se non quella securitaria del governo, che attraverso la figura del ministro dell’interno Cazeneuve ha sottolineato la delicatezza del momento, inadeguato a gettare sospetto sulle forze dell’ordine.

Questi fatti avvengono in un contesto politico di rabbia e tensione. Dopo gli attentati di novembre, la primavera francese ha visto l’inasprirsi del conflitto di strada a seguito delle proteste contro la legge per la riforma del lavoro e le misure di austerità. Un movimento, quello contro la Loi “Travaille!”, che ha fatto della denuncia delle violenze poliziesche una delle proprie rivendicazioni più forti, costruendo così un legame importante con le lotte dei quartieri.

La risposta securitaria dello stato francese appare come la manovra di un governo, quello socialista, che allo scadere di un mandato fallimentare si trova a far fronte alla rabbia e al malcontento prodotti dai propri provvedimenti. Spaventata dalla contestazione, la Francia sta rafforzando, con la scusa di proteggersi dal nemico esterno, le frontiere interne alla società.

 

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