Alle spalle le rispettive convention, il Partito Repubblicano e il Partito Democratico si preparano allo scontro vero — la campagna elettorale ufficiale.

Lo scontro è iniziato già mesi fa, ovviamente: tra i Democratici il vantaggio di Clinton ha garantito che la ora ufficiale candidata potesse concentrarsi su Trump con buon anticipo sulla convention, e per Donald Trump, per Donald Trump non è mai un problema avere una persona in più da insultare.

In quello che appare come una vera storia di formazione femminista – se finirà bene – o una storia infernale, si prepara lo scontro tra una donna estremamente competente e preparata alla carica, contro un bambinotto mai cresciuto.

La presenza di Trump ha alzato il contrasto dei colori di questa campagna elettorale, e dell’elezione in generale: a prescindere da cosa si pensi della piattaforma presentata dai democratici a Filadelfia – comunque tra le più progressiste mai prodotte dal partito – l’alternativa si fa ogni giorno più spaventosa e vera.

 

Trump potrebbe vincere?

È difficile valutare quali siano gli argomenti con cui il candidato, che ha con successo dirottato i repubblicani, ha conquistato un così ampio bacino di supporto — nei mesi delle primarie abbiamo sentito dire al bancarottiere newyorkese tutto e il contrario di tutto. Un unico tema emerge, forte e preponderante: la paura.

 

Otto anni fuori dalla Casa Bianca hanno fatto malissimo al partito repubblicano, che, per quanto sia rimasto abbottonato a Washington, ha iniziato un percorso di radicalizzazione dell’elettorato sul territorio. Dopo anni di costante innalzamento dei toni, i candidati istituzionali presentati dall’establishment conservatore semplicemente non parlano più la lingua della loro base.

Donald Trump rispecchia benissimo questa radicalizzazione. Raccoglie il voto di coloro a cui è stato insegnato che l’unica arma contro il cambiamento è l’odio — elettori che sono stati vere e proprie vittime di una campagna di terrorismo psicologico, e che nella furia volgare di Trump si riconoscono perfettamente, non perché dica “le cose come stanno,” perché dice cose semplici, facilissime da assimilare. È la grande innovazione retorica del “There’s something going on” (Sta succedendo qualcosa), per non solo liquidare i concetti più complessi, ma per sottintendere la presenza di una seconda realtà, che non si può dire, ma che lui e il suo pubblico entrambi conoscono, e condividono così in silenzio – quasi da teorici del complotto. Così ha portato a livello federale idee che mai si sarebbero potute avvicinare a Washington, come la collusione di Obama con il terrorismo islamista, e il legame indissolubile tra Clinton e Wall St.

 

Trump può vincere perché Hillary è un candidato debole?

È facile archiviare Hillary Clinton come un candidato debole, che, malgrado la carriera a stelle e strisce davvero rischia di farsi soffiare la vittoria dal bullo arancione.

In effetti, Clinton è un candidato debole, ma non necessariamente per colpa sua. O meglio, Clinton ha una lista di scandaletti alle spalle, ma rispetto a quello che di solito si trova negli armadi dei politici che possono ambire alla carica per cui sta concorrendo, è senza dubbio tra i più puri e casti.

Se, soprattutto da europei, è facile criticare la piattaforma elettorale della Clinton come troppo timida, alla meglio di Centro, il dato di fatto è che la debolezza della sua candidatura dipende pochissimo dai contenuti del suo programma.

Clinton è stata messa nell’angolo del “candidato debole” perché donna.

La dirittura morale di un candidato è ovviamente uno degli argomenti centrali di una campagna elettorale, e qualsiasi scheletro nell’armadio emerga, sarà ovviamente arma per l’altro partito. La creazione mitica della figura di Crooked Hillary dipende invece solo da una fondamentale nozione di fondo: una donna non può essere in carriera, senza essere affamata di potere.

Hillary Clinton è un candidato debole perché è una politica di professione, con le mani sporche come tutti gli altri. Se il suo essere una donna politica di professione le costerà la vittoria dipenderà unicamente da quanto radicata sia la misoginia nell’America spaventata e retrograda.

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