“Ma se oggi, come per magia, i caporali non esistessero più, esisterebbe ancora lo sfruttamento del lavoro? I braccianti, stranieri e non, verrebbero ancora sfruttati? La risposta è drammaticamente semplice: sì”. Così si legge nell’ultimo rapporto di FilieraSporca, campagna lanciata da Terra!Onlus, Da Sud e Terre Libere, che promuove la responsabilità solidale di supermercati e multinazionali per quanto accade ad ogni livello della filiera agroalimentare, compreso lo sfruttamento della manodopera.

Oggi in Italia le vittime del caporalato sono circa 430.000, tra italiani e immigrati, e fra questi più di 100.000 versano in uno stato di grave sfruttamento e vulnerabilità dal punto di vista abitativo. Le pratiche dei caporali possono riassumersi nella mancata applicazione dei contratti, un salario che va tra i 22 e i 30 euro al giorno, orari tra le 8 e le 12 ore di lavoro giornaliero, lavoro a cottimo, uso della violenza e del ricatto, furto di documenti, l’imposizione di un alloggio. Questi i dati riportati del Terzo Rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto – Flai CGIL presentato il mese scorso alla presenza del ministro delle politiche agricole Martina e del segretario della CGIL Camusso. E sono le stesse Flai e CGIL, assieme ad altre organizzazioni, ad aver presentato una settimana fa a Lecce la campagna nazionale Stop al Caporalato, lanciando una petizione per l’approvazione immediata del disegno di legge (Ddl 2217) contro lo sfruttamento del lavoro in agricoltura, con pene e sanzioni adeguate alla gravità del reato.

Il disegno di legge, varato a novembre e fermo in Senato, inasprirebbe le attuali pene e introdurrebbe la confisca dei beni e degli strumenti di produzione per chi impiega manodopera soggetta a sfruttamento. I proventi delle confische potranno finanziare programmi di assistenza e di integrazione sociale per le vittime di questa pratica, previsti anche dal Protocollo contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo in agricoltura, firmato dai ministri Martina, Poletti e Alfano il 27 maggio scorso insieme all’Ispettorato Nazionale del lavoro, alcune regioni e associazioni di categoria.

Secondo la CGIL lo sforzo del governo non è tuttavia all’altezza del problema e senza velocizzare le tempistiche per l’attuazione del Ddl prima della stagione di raccolta, si prevedono nuove tragedie. Come quelle già avvenute l’estate scorsa, quando almeno dieci braccianti sono morti nelle nostre campagne, al nord quanto al sud.

Discutibile è anche l’efficacia del progetto di una Rete del lavoro agricolo di qualità. L’iniziativa prevede una certificazione etica delle aziende agricole che rispettano le regole in materia di lavoro, legislazione sociale e in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto e che siano in regola con il versamento dei contributi previdenziali e dei premi assicurativi. Secondo i dati forniti l’anno scorso, soltanto 300 domande sono pervenute nel 2015, di cui solo 59 sono state esaminate e 52 ammesse. Numeri lontani dall’essere rilevanti, visto che secondo UCI (Unione Coltivatori Italiani) le aziende agricole in Italia sarebbero 740.000.

Ma ancora più discutibile è la cecità con cui il governo sembra agire, concentrandosi soltanto sul primissimo anello della filiera agroalimentare e gettando nell’oblio tutti gli altri componenti che ne fanno parte. Puntare i riflettori su una sola piccola parte del processo e analizzare la filiera come fosse suddivisa in compartimenti stagni, senza considerare i rapporti tra le varie parti, non permette di risolvere un problema che è ben lungi dall’essere risolto nei campi di Nardò, Rosarno o Modena.

Della lunga – e spesso losca – filiera agroalimentare fanno parte i braccianti, i produttori (tra i quali si inseriscono i caporali), i commercianti, i trasportatori, i mercati ortofrutticoli, le industrie locali, la GDO e le multinazionali. Nel sistema si inseriscono le infiltrazioni malavitose, che spesso si occupano del trasporto locale.

I mercati ortofrutticoli sono l’alternativa per i piccoli produttori alla grande distribuzione, il luogo in cui poter vendere prodotti locali e freschi, ma che spesso non funzionano adeguatamente o importano prodotti dall’estero, meno costosi di quelli italiani. “Su 77 mercati ortofrutticoli che abbiamo in Italia ne funzionasse uno” ha affermato lo scorso maggio David Granieri, presidente della Coldiretti Lazio in un incontro a Fondi. “Non possiamo più soltanto produrre, dobbiamo imparare a vendere direttamente i nostri prodotti. È inammissibile che la prima provincia del Lazio per Pil agricolo debba subire le manipolazioni di mercato degli investitori internazionali che speculano sulle dinamiche di formazione dei prezzi, affamando chi produce qualità, svalutando il nostro lavoro, abbattendo il reddito delle nostre aziende e importando tonnellate di prodotto estero”.

Quando possibile, i piccoli produttori possono anche vendere alle industrie locali di trasformazione, ma in Italia sono pochissime. Ai piccoli non resta che vendere alla grande distribuzione, tramite commercianti che si occupano di comprare direttamente dai produttori, trattano con le aziende di trasporto e rivendono a GDO e multinazionali  – intermediari anche loro insomma. Sono loro che decidono assieme ai colossi dell’agribusiness quali sono i prezzi da pagare ai piccoli produttori. Secondo FilieraSporca i commercianti sarebbero il vero cuore del problema. In un loro comunicato si legge: “Che fine fanno le arance raccolte in quei campi? Qual è la responsabilità delle multinazionali, della grande distribuzione, dei commercianti, dei produttori, delle aziende di trasporti, delle agenzie internazionali di lavoro interinale?”

Fin quando in campo agricolo vigerà la legge della grande distribuzione organizzata, molti agricoltori non potranno permettersi che di pagare poco la mano d’opera, l’unico prezzo che è possibile contrarre, facendo ingiustamente e abusivamente leva sulla disperazione di immigrati o italiani senza alternative.

Oltre a contrastare il lavoro illegale e lo sfruttamento, il governo dovrebbe rivalutare il ruolo dell’industria alimentare in agricoltura  – e anche quello dei sussidi, senza i quali le aziende agricole non solo italiane, ma di tutta Europa, soffrirebbero drammaticamente (arrivando per la maggior parte a chiudere).

Si conta che il 35/50% del prezzo delle arance vendute al supermercato sia costituito dal “ricarico della Grande distribuzione organizzata”. Per un chilo di arance vendute a 1,10/1,40 euro, circa 50/70 centesimi vanno quindi alla GDO, solo 13 al produttore, 8 ai lavoratori, che diventano 3/4 quando si parla di braccianti in nero.

Con quei 13 centesimi al chilo il produttore, oltre a pagare i braccianti, dovrà coprire i costi di gestione, le bollette, le tasse, e dovrà tirarne fuori un ricavo per sé. E peggio va per le arance da succo il cui sottocosto di almeno 70 centesimi al litro lo pagano ancora i braccianti. Si calcola che il prezzo sullo scaffale dovrebbe essere non meno di 2,70 euro contro gli 1,80/2 euro del supermercato. Ed è nel sottocosto che si inseriscono le truffe, perché per mantenere i prezzi bassi il succo d’arancia italiano viene mischiato a quello estero (ad esempio quello brasiliano, che spesso viene trattato con pesticidi illegali in Europa). E le prove le danno i numeri, perché il fatturato dell’industria di trasformazione delle arance in Italia ammonta a 400 milioni, ma ad oggi vengono acquistati agrumi italiani per un ottavo, cioè 50 milioni.

E assieme alle truffe alimentari delle grandi aziende, si sommano quelle dei piccoli produttori ai danni dell’Inps o dell’UE.

Nell’ultimo rapporto, La raccolta dei rifugiati, FilieraSporca afferma: “Buona parte del dibattito pubblico è tuttavia ancora concentrata sul caporalato (l’effetto), quasi mai sulla filiera (la causa).”

I passaggi che portano un prodotto dai campi alla tavola sono troppi perché tutti possano guadagnare il giusto. Che fare allora? Ridurre i passaggi. Promuovere l’acquisto di prodotti locali e nazionali direttamente dai produttori, dare incentivo alle organizzazioni di produttori, che siano però efficienti e non entità che operano a favore dei grandi. Fare in modo che i piccoli acquistino più forza contrattuale di fronte ai giganti della GDO e le compagnie transnazionali.

Bisogna dare poi una risposta a un vuoto riempito senza concorrenti dai caporali: dal 1996 è sparito l’obbligo per le aziende di passare dall’ufficio di collocamento per assumere i lavoratori agricoli. Ad oggi nessuno può svolgere legalmente il ruolo dei caporali – se non forme semi – legali di agenzie interinali e cooperative senza terra che spesso sono servite a truffare l’Inps.

Ma non solo: eliminare tutti i mezzucci che legalizzano lo sfruttamento del lavoro in ogni circostanza. Esempio celebre i voucher, buoni del valore di 7,5 euro con cui i datori di lavoro pagano una giornata di lavoro occasionale (contributi compresi) e che spesso sono l’anticamera del lavoro grigio.

Acquistato il voucher, il datore di lavoro è automaticamente protetto da possibili controlli: se mostrato, non c’è bisogno di spiegare perché un lavoratore senza alcun contratto si trovi in azienda. Le giornate di lavoro per la maggior parte vengono pagate in nero. Da ricordare peraltro che i voucher non vengono utilizzati soltanto per il lavoro agricolo bracciantile, ma sono ormai diventati il prezzemolo di ogni contesto lavorativo, anche nelle università.

Che fare ancora? Creare un’etichetta narrante, come propone ancora una volta FilieraSporca, iniziativa per la quale molte aziende hanno dimostrato di essere pronte a una sperimentazione. L’etichetta fornirebbe al consumatore informazioni sulla “regolarità lavorativa, il rispetto dei diritti dei lavoratori, il contrasto al caporalato e la tracciabilità dei fornitori del prodotto agroalimentare”.

L’associazione ha inviato a 10 aziende della GDO presenti in Italia un questionario sulla loro disponibilità a sviluppare un’etichetta di questo tipo. Solo in cinque hanno risposto: Coop, Pam Panorama, Auchan – Sma e Esselunga e, seppur a metà, Conad.

Non resta che aspettare nuove e più forti azioni del governo che vadano a toccare tutti gli anelli della catena. Supportando nel frattempo come consumatori quelle aziende virtuose che hanno deciso di produrre cibi di alta qualità e senza sfruttamento del lavoro.

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